“IANCU, un paese vuol dire”: i Koreja tornano in scena al Castel dei Mondi
“Un paese vuol dire non essere soli”. Questa frase è una delle prime battute del monologo di Fabrizio Saccomanno “IANCU, un paese vuol dire”, svelando così, all’inizio del racconto, il senso del titolo dello spettacolo di prosa andato in scena ieri sera a Palazzo Ducale nell’ambito del programma della XV^ edizione del Festival Internazionale di Andria “Castel dei Mondi”, diretto da Riccardo Carbutti e promosso dalla Città di Andria, con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, della Regione Puglia e del Teatro Pubblico Pugliese attraverso l’attivazione dei fondi FESR. Il nuovo lavoro dei Cantieri Teatrali Koreja, scritto da Fabrizio Saccomanno a quattro mani con Francesco Niccolini, per la regia di Salvatore Tramacere, è il racconto di una storia di un piccolo paese salentino negli anni ’70, con in scena lo stesso Saccomanno. E’ il racconto di un’epoca, di un’Italia quasi dimenticata, di cui l’attore rievoca usi e costumi raccontati attraverso gli occhi innocenti di un bambino di otto anni.
“IANCU, un paese vuol dire” è la narrazione di una giornata, il 22 agosto del 1976. Il giorno della recita dei bambini dal titolo “Un paese vuol dire non essere soli”, ma anche della processione in onore della Madonna, e dell’avvistamento in paese del famoso bandito Mesina, fuggito dal carcere di Lecce due giorni prima, e latitante nelle campagne del paese.
Saccomanno seduto su una sedia al centro della scena, sempre frontale rispetto al pubblico, racconta in 70 minuti la storia di un mondo lontano, fatto di fumetti Diabolik, di libellule, di un paese che si riversa in piazza per guardare la tv al bar, del carosello che segnava l’ora di ritorno a casa, di chiese e parroci, di contadini, nonni e bambini, di cui l’attore esprime l’entusiasmo, l’esuberanza e la curiosità, ma anche le paure. Come quella suscitata dall’incontro con il bandito Mesina, avvertito in paese come una sciagura spaventosa, che dà il via ad una “guerra”, come spesso ripete l’attore, suscitando una forma di isteria collettiva a cui nessuno si sottrae.
Tanti i personaggi rievocati in IANCU, un paese vuol dire: da Antoniuccio che sente da che parte arriva il vento ciucciandosi le dita, al perfido Carmine Mutilato della Grande Guerra; da Angelina che aspetta, con una foto in grembo, il suo innamorato che presto verrà a prenderla a Rosa Parata, una prostituta dal passato doloroso, che va incontro ad un triste destino.
Per questo “un paese vuol dire non stare soli”. Perché è un brulicare di personaggi dove tutti conoscono tutti, di cui l’attore Fabrizio Saccomanno, attraverso un racconto fatto di flashback, riesce a veicolare i tratti, le zone d’ombra e le peculiarità, con toni talvolta esilaranti, a sottolineare le vicissitudini di una comunità ormai tramontata, quella del profondo Sud di qualche anno fa, quella della gara a punti per fare il chierichetto a messa o delle sorelle nubili pazze, di uomini e di donne, di battaglie tra bande e rivali.
Comune di Andria – Area Comunicazione






























