• A A A
  • Print Friendly

    Aggiunto da il 2012-06-04

    Onorevole Presidente Vendola,
    la profonda crisi in cui da anni si imbatte la Casa della Divina Provvidenza, da tempo vede impegnati Regione, Province, Comuni ed Organizzazioni Sindacali, nella ricerca di una soluzione che contemperi le esigenze della proprietà del complesso ospedaliero con quelle, non meno rilevanti, dei lavoratori e del territorio, che non possono accettare la chiusura di una struttura tuttora valida dalla quale, per il futuro, ci si attende che ancora assolva ad un ruolo di primo piano nell’ambito sanitario e socio-sanitario, dopo essere stata a lungo vanto ed orgoglio della nostra Regione e del Sud dell’Italia nell’assistenza ai minorati psichici. Appare inverosimile, per chi ha visto nascere dall’idea di un umile sacerdote un’Opera così grandiosa, che alla ricerca di una soluzione possibile subentri la rassegnazione a vederla morire. E’ per questo che, per grandi linee, Le voglio riportare le vicende e le tappe che ci hanno condotti alla situazione attuale, prima di sottoporLe un “piano” per il risanamento per il salvataggio dell’Ente. La crisi che sta attraversando la Casa della Divina Provvidenza ha origini dal ‘78 quando, sulla scia della “Legge Basaglia”, venne introdotto un nuovo approccio verso il “malato di mente”, non più corpo estraneo alla società, da emarginare, o una vergogna per la famiglia, da relegare e nascondere in un luogo che non prevedeva ritorno, ma come ammalato da curare, da recuperare alla vita attiva, alle relazioni sociali. Dopo l’80, la Congregazione delle Ancelle della Divina Provvidenza, proprietaria del complesso ed erede spirituale del disegno del Padre Fondatore – Don Pasquale Uva, non si adeguò ai tempi, continuò la benemerita opera come se nulla fosse accaduto, confidando nella Divina Provvidenza, certa che la struttura sarebbe sopravvissuta ai tempi ed alle novità. Ed invece, voglio sperare inconsapevolmente, le Ancelle col loro atteggiamento decretarono il definitivo declino del Don Uva. La CDP iniziò a mostrare qualche segno di cedimento: cominciò a calare il numero dei degenti, diminuivano le assunzioni e, se avvenivano, erano dettate soltanto da esigenze clientelari; diminuivano le rette corrisposte dalla Regione; si faceva ricorso di tanto in tanto alla Cassa Integrazione; cominciarono i primi licenziamenti e del turn-over nessuna traccia. Con questi precedenti non deve destare alcuna meraviglia la situazione fallimentare in cui versa oggi la CDP. Stiamo assistendo ad una fine annunciata 30 anni fa, che avviene dopo un originale accanimento terapeutico: giusto per rimanere in tema direi che si è tenuto l’ammalato in vita sperando nel miracolo. Non si è mai voluto affrontare il problema di petto e, chi lo ha tentato, ha impattato su un muro di gomma innalzato dalle Ancelle. Oggi i creditori bussano alle porte, mentre Stato e Regione non possono più permettersi stanziamenti se non presentano i caratteri dell’investimento. La situazione è davvero drammatica: con decorrenza 16 aprile 2012, difatti, è stata richiesta la CIG a zero ore per n. 435 dipendenti della sede di Bisceglie, n. 177 unità di Foggia e n. 52 lavoratori di Potenza, per un totale di n. 664 unità lavorative; da allora nulla è mutato nonostante gli incontri in Task Forze per l’occupazione, quelli con gli Assessori Regionali Attolini e Gentile e l’audizione in 3a Commissione Consiliare. Per salvare la CDP sono stati presentati i più disparati progetti di riconversione, alcuni validi, altri meno. Ma da ogni progetto appare chiaro che il complesso si presenta sovradimensionato per gli obiettivi che si intendono raggiungere con la riconversione e che, pur prevedendo un’occupazione pari, nel numero delle unità lavorative, all’attuale, in ogni caso ci troveremmo di fronte all’esigenza di dover riqualificare il personale oggi in organico, con un periodo di transizione difficile da superare. Nei progetti avanzati però, a mio avviso, finora non è stato dedicato molto spazio agli aspetti finanziari dell’operazione salvataggio. Ritengo, invece, che dovremmo iniziare a discuterne, insieme, partendo da un’analisi distinta delle gestioni delle sedi di Bisceglie, Foggia e Potenza. Non possiedo virtù taumaturgiche, né sono depositario di formule magiche che assicurino una via d’uscita da questa crisi, ma il mio ruolo assessorile non mi impedisce di suggerire e fornire una chiave di lettura, attorno alla quale mi piacerebbe che potesse svilupparsi un proficuo dibattito. La mia proposta parte dalla considerazione che la sede di Potenza è sostanzialmente in attivo. Se posta in vendita – come già avvenuto a suo tempo per quella di Guidonia – oggi troverebbe sicuramente acquirenti (Angelucci, Rotelli, Fondazione Maugeri, CBH, ecc.); col ricavato si potrebbe azzerare la situazione debitoria, particolarmente pesante verso l’Erario e verso l’INPS. Ristabilito l’equilibrio nei conti della Congregazione, sarebbe opportuno, prima di prendere decisioni sul futuro della CDP, esaminare i vantaggi che potrebbero derivare dallo “spacchettamento”, ovverosia dalla separazione tra le restanti gestioni di Bisceglie e Foggia. Ne deriverebbe, intanto, una maggior chiarezza contabile ed un distinto accollo dei debiti. In ogni caso, per facilitare il dibattito che si animerà attorno ai tavoli della vertenza collettiva incardinata, ritengo che si debba oramai avviare una netta separazione tra la proprietà della struttura, che rimarrebbe in capo alla Congregazione e la gestione di Unità e Reparti, che potrebbe essere affidata ad aziende specializzate. Solo una preventiva distinzione tra proprietà e gestione, infatti, garantirebbe per il futuro quelle caratteristiche di flessibilità e di adattamento che volta per volta si rendessero necessarie, la cui assenza, finora, ha inciso decisivamente sullo stato di crisi. Su questa impostazione, che ritengo una strada percorribile, Le chiedo, dopo un doveroso e necessario confronto e dibattito, il Suo autorevole sostegno e la Sua forza di persuasione verso la Congregazione, in un’azione sinergica che deve mirare e può raggiungere non solo il risanamento finanziario dell’Ente, senza alcun onere per la collettività, ma anche la conservazione di un patrimonio di immenso valore per la comunità biscegliese, altrimenti condannato a scomparire. Sono certo che saprà valutare gli aspetti positivi della mia proposta e che concorderà sulla necessità di intervenire congiuntamente sulla Congregazione per farne apprezzare i vantaggi che la soluzione prospettata potrà arrecare all’Ente. Di fronte ad una nuova politica sanitaria che mira a razionalizzare la rete ospedaliera, ad accorpare più presidi o a dismetterli per sostituirli con un’unica grande Azienda, non deve escludersi a priori la possibilità di candidare la CDP a polo sanitario multivalente al servizio delle comunità che gravitano nel territorio intermedio tra Bari e Barletta, a polo di tutoraggio universitario o quantomeno a consentire l’avvio a realizzazione, all’interno della struttura, di un Presidio Sanitario Territoriale a valenza regionale. Resto in fiduciosa attesa di una Sua convocazione e, ringraziandoLa per l’attenzione che vorrà dedicare al caso, invio i miei più cordiali saluti.

    POMPEO CAMERO

    Print Friendly