“Noi credevamo” – alla riscoperta di Santa Croce, Chiesa rupestre con cripta

Prof-Giuseppe-Brescia-Nel 1992, il Preside Giuseppe Brescia fu autore di un libro concernente un’analisi storica e architettonica della chiesa rupestre (con cripta) di Santa Croce di Andria.  Il risultato fu un apprezzabile documento con dettagliati capitoli interamente dedicati all’antico edificio religioso grazie anche alla collaborazione di alcuni alunni del liceo “Carlo Troya” di Andria (molti ricorderanno Brescia come Dirigente Scolastico dello stesso istituto.) Il prof. Brescia su sua esplicita richiesta ed autorizzazione ha voluto pubblicare su VideoAndria.com una versione digitale del libro, completa di prefazione, capitoli ed immagini che potete vedere qui sotto. Una ricerca storica da custodire e da riscoprire.

LICEO GINNASIO “CARLO TROYA” – ANDRIA

Alla riscoperta di

SANTA CROCE

Chiesa rupestre con cripta

a cura di Giuseppe Brescia

SEZIONE DI    STORIA    PATRIA

Alla riscoperta

di

SANTA CROCE Chiesa rupestre con cripta

Proposta di adozione

a cura di Giuseppe Brescia

Si ringraziano gli alunni della 3A e 3B del Liceo Classico “C. Troya” di Andria che hanno reso possibile lo svolgimento del lavoro approfondendo e discutendo le particolari problematiche che via via sono venute emergendo.

In particolare, hanno collaborato alla ricerca gli alunni:

Stefania ABBATTISTA

Ileana CIVITA

Immacolata DI BARI

Domenico TACCHIO

Francesco FERRI

Marina PARADISO

Nunzia SACCOTELLI

Maria ZINFOLLINO

 

La “riscoperta” di Santa Croce ha fatto si che circa 3.000 persone hanno visitato la Cripta basiliana, guidate dalle alunne del Liceo, nei giorni 28-30 aprile 1997, e molte di esse ne hanno, così, apprezzato i valori storici e iconografici per la prima volta.

La planimetria e le sezioni di Santa Croce sono state tratte da: F. Nicolamarino – A. Lambo – A. Giorgio, Santa Croce in Andria, Notizie storiche e ipotesi di restauro, Tip. Guglielmi, Andria, 1981.

Le foto a colori e bianco e nero sono dell’architetto A. Distaso. La fonte storica e bibliografica più recente è quella di G. Brescia, «Andria Fidelis» Una politica per i beni culturali di Andria, Guglielmi, Andria 1982.

Prefazione

Per la riscoperta e salvaguardia della Chiesa rupestre con Cripta di Santa Croce

La lodevole iniziativa ministeriale “la Scuola adotta un monumento”, partita in ambito nazionale e adeguata sul piano locale, viene incontro ad una esperienza diffusa di conoscenza, valorizzazione e salvaguardia del patrimonio storico e artistico, di cui la scuola si rende non solo interprete ma fattiva coutrice e operatrice.

Il Distretto Comunale n. 3 di Andria, d’intesa con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Andria e con il Rotary International Club di Andria Castelli Svevi del 2120“ Distretto, ha preso l’iniziativa, consacrando il lavoro svolto già precedentemente dalle singole scuole e Istituti di Istruzione secondaria di 2° grado.

Per esempio, gli Enti locali sopra citati hanno inteso collegare la predetta iniziativa al progetto prettamente comunale andriese, della cosiddetta “Fiera d’Aprile”, programmata al-l’incirca per il periodo 23/30 Aprile dell’anno solare.

Entro tale ambito, le scuole sono state invitate a prescegliere un monumento, da illustrare nell’ambito della suddetta “Fiera”, attraverso la consultazione collegiale del Distretto Scolastico di Andria (Nota prot. 16/11 del 15/01/1997).

Il Liceo Classico “C. Troya”, in ottemperanza vuoi delle citate proposte normative, vuoi dalla vocazione culturale già assolta sul territorio e sancita in ripetute delibere di organi collegiali, ha prescelto la tutela e valorizzazione del monumento di Santa Croce, chiesa rupestre con cripta di probabile origine “basiliana”, in contrada Lagnoni – S. Croce, la cui struttura architettonica risale all’XI secolo (secondo la tesi più accreditata ed equilibrata, sostenuta dagli storici) e la cui complessa decorazione pittorica e storia iconografica si deve alla successiva committenza dei Del Balzo (sec. XV).

La ricerca ha una genesi lunga e tenace, ricca di almeno un trentennio di attività e pubblicazioni, proposte di recupero e restauro, e si presenta organicamente strutturata in un saggio del docente di Storia dell’arte, Architetto Angelo Distaso, “Gli insediamenti monacali “basiliani” nelle Puglie e in particolare nel territorio di Andria”-, in un contributo del gruppo di lavoro degli alunni delle classi 3 A e 3 B Liceo Classico, a proposito del significativo della proposta “Le Ragioni di un’adozione’’ della cripta di Santa Croce; in collaborazione con Mons. Giuseppe Ruotalo, che ha curato la tutela del monumento per la competenza e le cure della Curia Vescovile di Andria, e finalmente di un “video” progettato ed eseguito dalle alunne Zinfollino Maria e Saccotelli Nunzia della classe 3 A, sempre nell’ambito delle attività culturali e studentesche d’istituto, rientranti nel complesso dei Progetti Educativi Integrati, del Progetto d’istituto e dei Seminari pomeridiani di Storia Patria ed Ermeneutica Filosofica, disposti in collaborazione con la Libera Università “G.B. Vico” – Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Andria.

Personalmente, la ripresa della tematica attinente il restauro e la salvaguardia della cripta-chiesa rupestre di Santa Croce vede tutto il nostro apprezzamento ed interesse, dal momento che forma coerente compagine con i primi articoli sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» e «Nord e Sud» del finire degli anni ’60 e primi ’70, con il “Quaderno” di storia an-driese, «Andria Fidelis» del 1982 (nel saggio introduttivo “Una politica per i beni culturali di Andria”); con “Andria e la sua storia” e relativa bibliografia aggiornata e ragionata ne\V Annuario 1991-92 del Liceo Classico “C. Troya” di Andria (1)

(1) Bari 1992, pag. 5-42 e successive riprese

Certo, in questi ultimi anni il “quadro metodologico e interpretativo sul monumento sembra essere, almeno in certe parti, mutato, mercé un relativo ridimensionamento della presenza “basiliana” in Puglia, e in Andria in special modo.

Pure, come ha scritto recentemente Cosimo Damiano Fonseca, gli studi storici si sono notevolmente scaltriti sul piano metodologico; e, forse, non tutte le numerose cripte, accreditate di origine basiliana presso gli storici ed eruditi, in territorio di Andria possono reputarsi sicuramente “basiliane” (vedi le “laure”, ossia, “luoghi di convivenza religiosa”, quali Madonna dell’Altomare, Madonna dei Miracoli, Gesù di Misericordia, San Vito, Sant’Angelo in Gurgo, oltre la cripta-chiesa rupestre di Santa Croce). E lo stesso ridimensionamento vale, “a fortiori”, sul piano regionale o meridionale in genere.

Pure, in questa ricostituzione del quadro, non tutto il mutamento di prospettiva sembra riguardare il notevole complesso monumentale di Santa Croce: Cosimo D. Fonseca e André Guillou vengono citati, a volte, a suffragio della tesi di un ridimensionamento della presenza “basiliana in Andria. Ma l’escavazione in tufo della chiesa rupestre con cripta sembra non suscettibile di dubbio: e la presenza di un sepolcreto sulla navata destra denota che tale funzione di convivenza religiosa fu serbata, verosimilmente all’altezza dell’XI secolo e che la presenza basiliana vera e propria fosse confinata alla dimensione di una o due generazioni, per poi essere sopraffatta da altre concezioni di culto cristiano-cattolico, non guasta né ripugna alla tesi del rifugio dei monaci bizantini, perseguitati da Leone III l’Isaurico per la sua campagna iconoclasta. Anzi, in effetti, è conferma del quadro più tradizionale. Peraltro, la prudenza nell’accoglimento supino di spinte e controspinte interpretative è suggerito dallo stesso scaltrimento metodologico di C. D. Fonseca.

Quanto al fondamentale “Guillou”, nel capitolo dedicato ai “Greci d’Italia meridionale e di Sicilia: I Monaci”, egli conferma inequivocabilmente che «le ricerche archeologiche hanno permesso di riconoscere habitat monastici o luoghi di culto tra Otranto e il Capo di S. Maria di Leuca, tra Brindisi, Monopoli e Andria, infine intorno a Gravina, Matera e forse Massafra; si riconosce ugualmente l’esistenza di numerosi monasteri greci a Bari. Nessuna di queste fondazioni è dotata, si dubita; le più recenti hanno scelto, talvolta, luoghi di culto o centri monastici abbandonati. Ma questa preistoria è difficile da affermare»(2). 

Dove il «forse» pertiene, come si vede, eminentemente agli insediamenti con affreschi bizantini di Massafra; e il dubbio riguarda, in generale, l’assenza di datazioni certe o documentate in epigrafi.

Ma, se “questa preistoria è difficile da afferrare”, anche per la sovrapposizione di culti, tuttavia essa c’é stata, e viene confermata per Andria e altri siti affini, proprio dal Guillou, che talvolta si cita a suffragio della opposta tesi “revisionistica” mitigatrice della presenza basiliana nei nostri loci.

Senza enfatizzare altre e numerose fonti, nazionali e locali, da Vinaccia all’Alba Medea, da Gabrieli e Barbangelo, che è certo storico “locale”, ma presentato dall’“auctoritas” di Pasquale Corsi, docente di Storia bizantina presso l’Università di Bari, sembra attendibile concludere ponendo «nel sec. X e XI la diffusione della colonia brindisina dei monaci basiliani e la loro penetrazione nel nord-barese con relativi insediamenti ad Andria e a Trani».

Del resto, in G. Gabrieli nel suo “Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche in Puglia”, Roma 1936, p. 5, uno dei più seri lavori dedicati alle cripte basiliane da italiani -a dire del Caprara – si legge che le «datazioni più vecchie non risalgono oltre il secolo X» (3)

(2) A. Guillou, Aspetti della civiltà bizantina in Italia. Società e cultura, Ecumenica Editrice, Bari 1976, p. 268-269, p. 281-292.

(3) P. Barbangelo, Andria nel Medioevo, con presentazione di P. Corsi, tip. Guglielmi, Andria 1985, p. 34-cfr., per i rinvii interni, le altre allegazioni bibliografiche citate nei nostri lavori dal 1982 al 1992.

Per la più tarda decorazione iconografica e pittorica, essa non è mai stata ritenuta anteriore all’influenza dei Del Balzo, e al XV sec. Solo, suggestivamente, il programma iconografico torna alla luce, grazie ai restauri della Sovrintendenza ai beni artistici di Bari, consentendo ai giovani, agli studiosi e ai visitatori un’autentica preziosa “riscoperta”.

Del che va reso merito alle autorità e agli Enti che hanno permesso il restauro “reversibile” e “attento” della decorazione parietale, concresciuta certo nel tempo, ma sempre affascinante per suo equilibrio tra popolarità e astrazione, naturalezza e simbolismo.

Prof. Giuseppe Brescia

Preside Liceo-Ginnasio “C. Troya” Andria

 Gli insediamenti monacali “Basiliani” nelle Puglie ed in particolare nel territorio di Andria

La costruzione della chiesa rupestre “basiliana” di Santa Croce deve essere collocata all’interno di un vasto e complesso fenomeno di insediamenti monacali nell’Italia meridionale, in particolar modo nelle Puglie «anche se i lavori scientifici che si sono interessati alla storia del monacheSimo greco in Italia meridionale e in Sicilia non sono, fino ad oggi, pervenuti ad imporre una veduta chiara del quadro degli avvenimenti di questa storia» (1) ; per esempio, si ignora «per mancanza di fonti, la natura e l’estensione del monacheSimo greco (e anche forse della popolazione greca) in Sicilia fino al IX secolo, in particolare conosciamo la sorte riservata dagli arabi solo da quanto ne dicono alcuni agio-grafi che hanno fatto delle scorrerie arabe il tema dell’esodo e l’origine di migrazione verso il Nord (in particolare verso la Calabria). È attestato, sicuramente, che un certo numero di monaci furono uccisi alla caduta di Siracusa; che vi siano stati assassini e deportazioni, il fatto è certo, ma non vi fu persecuzione; se vi furono partenze di colonie monastiche siciliane verso il continente e una progressione di esse verso il nord della Calabria e della Lucania, esse furono provocate più dall’insicurezza economica e dal gusto di certi monaci per i luoghi isolati e di ritiro che non dalle sevizie del nuovo occupante» (2)

(1) Andrè Guillou, Aspetti della civiltà bizantina in Italia, Ecumenica editrice, p. 263.

Più specificatamente, la domanda che si pone A. Guillou, uno dei più illustri bizantinologi del nostro tempo, risulta essere del tipo «si possono localizzare sul territorio le principali istituzioni greche durante il grande periodo del monacheSimo? O, almeno, la loro area di estensione? Questione di rilievo, perché rileggendo, le fonti agiografiche, si è convinti che il monastero costituisce un elemento essenziale di fissazione per la popolazione (luogo di pellegrinaggio o di lavoro rurale e centro di scambi)» particolare nelle Puglie, le ricerche archeologiche hanno permesso di riconoscere habitat monastici o luoghi di culto tra Otranto e il Capo di S. Maria di Leuca, tra Brindisi, Monopoli e Andria, infine intorno a Gravina, Matera, si conosce ugualmente l’esistenza di numerosi monasteri greci a Bari. Nessuna di queste fondazioni è datata, si dubita; le più recenti hanno scelto, talvolta, luoghi di culto o centri monastici abbandonati. Ma questa preistoria è difficile da afferrare» ,4).

Sulla base di questa “preistoria difficile da afferrare” risultano interessanti da investigare alcune direttrici di sviluppo del monacheSimo nell’Italia meridionale.

Ad esempio, nel materano «dallo studio degli elementi architettonici ed iconografici delle chiese e dei cenobi rupestri si evince che […] gli insediamenti monastici rupestri ebbero due radici, una benedettina preminente ed una cosiddetta “basiliana”, le quali in tempi più o meno vicini, si svilupparono favoriti dalla struttura geografica del territorio.5

Anche se, ed occorre dirlo, «la locuzione cripte “basilia-ne”, che più spesso si amplia in “cripte eremitiche basiliane”, è non più che una formula, quasi una superstizione del linguaggio.

(2) Andrè Guillou, Aspetti della civiltà bizantina in Italia, Ecumenica editrice, p. 263.

(3) Andrè Guillou, op. cit., p. 268.

(4) Andrè Guillou, op. cit. p. 269.

(5) M. Tommaselli, Matera. L’arte rupestre – Le comunità cenobitiche di Matera e della Murgia – p. 106

Il significato che esso adombra: abituro isolato dove un monaco basiliano avrebbe consumato la sua vita da eremita, è sostanzialmente erroneo; San Basilio 6 non solo non fondò ordini monastici (è perciò priva di senso l’idea di un monaco basiliano), ma anzi esercitò un’accurata opposizione alla vita eremitica; per cui anche se si ammettesse, per ab-surdum, l’ipotesi dell’esistenza di monaci basiliani, questi non sarebbero stati eremiti. La denominazione di “ basiliana” deve essere interpretata, in senso molto largo, come monastico orientale».171

A riprova di questa interpretazione più ampia e meno restrittiva degli insediamenti monacali, anche per quanto riguarda l’area a nord di Bari, è possibile affermare che «una penetrazione massiccia dei Benedettini si ebbe nella seconda metà del secolo XI.

Le circostanze erano particolarmente favorevoli. Tre papi benedettini si successero a capo della cristianità: Gregorio VII (1073-1085), già monaco di Cluny e abate di San Paolo fuori le Mura a Roma; Vittore III (1086-1087), il celebre Desiderio, già abate di Montecassino e promotore della nuova politica papale di riavvicinamento nei confronti dei Normanni; Urbano II (1088-1099), antecedente monaco di Cluny e, da papa, prudente continuatore dell’opera riformatrice dei predecessori.

(6) San Basilio vescovo di Cesarea di Cappadocia (331-379), è stato non soltanto organizzatore attivissimo ma anche teorico sapiente della cenobitica. Nelle sue Resole longiori e Regole breviori – che costituirono poi, nei secoli successivi, la base permanente del cenobitismo – , egli esalta l’ideale ascetico-monastico, come quello per il quale il cristiano più da vicino imita Cristo: ma come appunto Cristo  non visse in solitudine eremitica ma in una comunità di discepoli, così non l’individualismo anacoretico ma la convivenza cenobitica-concentrazione e purificazione dell’universitalità dei fedeli – rispecchia più fedelmente la vita dei primi seguaci di Cristo.

E.P. Mamanna, Filosofia e Pedagogia, Le Monnier, Firenze, 1971, p. 228.

(7) Adriano Prandi, Arte in Basilicata, Milano, Ed. Electa, opera citata in “Le comunità cenobitiche di Matera e della Murgia”, di Mario Tommaselli.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che, particolarmente nella nostra regione, anche l’attività politica dei nuovi padroni, i Normanni, favorì la diffusione degli insediamenti dei Benedettini: ad essi guardarono con simpatia, specialmente dal 1071, anno della conquista di Bari, Roberto il Guiscardo

e i suoi figli Boemondo e Ruggero [……].

Sarebbe lungo e tedioso fare anche un semplice elenco degli insediamenti benedettini sorti in quegli anni, sul crepuscolo del secolo XI e all’inizio di quello successivo. Possiamo dire tuttavia che in Puglia non esisteva paese dove non fossero presenti i nuovi Benedettini, spesso vicini, gomito a gomito, a cenobi e a eremitaggi di monaci orientali».7

Pertanto, circa questa fluidificante compresenza “gomito a gomito” fra monaci benedettini e basiliani e i cui confini da indagare sono labili tracce in “una preistoria difficile da afferrare”, per dirla con A. Guillou, è possibile dire che «i monasteri non erano di grandi dimensioni: forse, 8-10 monaci -in qualche caso addirittura uno o due -, che conducevano un’esistenza di tipo familiare, entro strutture piuttosto semplici, create di solito sulla falsariga delle grosse comunità da cui dipendevano […]. Sorge a questo punto una domanda: queste comunità monastiche – alle quali probabilmente dovremmo aggiungere altre – erano benedettine? I documenti lasciano piuttosto intendere che mancava ancora il concetto di un ordinamento monastico, cioè di una “regola”, esclusivo e definitivo, fissato in tutti i particolari.

I monasteri godevano allora di un clima di libertà, di un pluralismo di forme che sarà eliminato, quasi parzialmente soltanto dall’epoca del concilio lateranense IV del 1215. Fino a questa data ad ogni comunità, ad ogni abate, era pratica-mente riconosciuta la facoltà di fissare un proprio modus vi-vendi, senza ingerenze e controlli dall’esterno, salvo da parte del vescovo della diocesi».8

(8) Raffaele Iorio – Giovanni Lunardi, Ricerche sul territorio comunale di Barletta: I Benedettini, Comune di Barletta, Poligrafica Marciante, 1983, p. 10-11.

(9) Raffaele Iorio – Giovanni Lunardi, op. cit., p. 13 – 14

Ipotesi di insediamenti di monaci basiliani, invece, pur nella incompletezza o, per non dire, scarsità delle relative documentazioni storico-documentarie, sono state avanzate da storici locali in conseguenza di quel vasto processo di elle-nizzazione dei territori pugliesi da parte di Bizanzio dove «negli ultimi decenni del X secolo il movimento monastico greco dei basiliani si sviluppò grandiosamente in Italia meridionale. Anche se non è possibile escludere la presenza dei basiliani in Puglia prima dell’ultimo trentennio del secolo, solo in seguito al riordinamento e all’unificazione dei territori bizantini dell’Italia meridionale avvenne la diffusione di queste comunità di rito greco nelle nostre regioni e particolarmente nel nord-barese».10

Per quanto riguarda, invece, la datazione della cripta -sempre per alcuni storici locali – «per lo più si ritiene che S. Croce risalga ai tempi della persecuzione delle immagini di Leone III l’Isaurico e di Costantino Copronimo (seconda metà deH’VIII secolo). Per parte mia ritengo troppo avventata un’opinione del genere. […] Neppure riscontri stilistico-architetlo-nici con le “cripte” basiliane del Salento sarebbero sufficiente a far concludere che S. Croce sia loro “coeva”.

La rozza struttura architettonica in materiale tufaceo, opera probabilmente degli stessi monaci che nella povertà dei loro mezzi convertirono la grotta naturale in luogo di preghiera e di culto, potè ben presentare strutture e forme loro consuete, anche se antiche e di secoli. A me sembra, infatti, azzardata l’ipotesi che durante il secolo VIII e per quasi tutto il secolo IX l’espansione del cenobitismo monastico greco sia penetrata nel cuore dell’Apulia Longobarda o che gli insediamenti basiliani nel gastaldato canosino, divenuto in seguito tranese, siano usciti indenni persino da trentennio della dominazione saracena, che cancellò i vescovati di Trani e di Bari. Pertanto preferisco seguire il Vinaccia che pone nel X e XI secolo la diffusione della colonia brindisina dei monaci basiliani e la loro penetrazione nel nord-barese con relativi insediamenti ad Andria e a Trani. Del resto G. Gabrieli nel suo “Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche in Puglia”, Roma 1936, p. 5, uno dei più seri lavori […] si legge che le datazioni più vecchie non risalgono oltre il secolo X».,11)

(10) P. Barbadangelo, Andria Fidelis, Quaderni di storia andriese, Tipografia Guglielmi, Andria, p. 52-53.

(11) P. Barbadangelo, op. cit., p. 53-54

Si suppone, dunque, che i monaci venuti dall’Oriente e/o emigranti dalla Sicilia abbiano trovato nelle Puglie, in parto-colare nella Murgia materana, un ambiente fisico e umano a loro congeniale; infatti «è da precisare che da qualunque parte del mondo greco questi monaci giungessero, essi trovarono nel mezzogiorno italiano, su cui ancora influivano le grandi tradizioni del passato della Magna Grecia, modi, esigenze ed aspetti di vita più o meno simili a quelli che essi praticavano o che erano adusati vedere. Si direbbe, anzi, come fin’an-che, nell’aspetto geofisico talune regioni italiane si presentassero con caratteri consimili a quelle donde una parte dei monaci proveniva: basterebbe considerare la natura geologica della Cappadocia e quella della Terra d’Otranto e delle Murge, che portò in ambedue i casi al troglodismo sotto un cielo ugualmente abbagliante, oppure alla linea di costiera ed alla luce azzurra di alcune plaghe dell’Ellade e della Lucania tirrenica.

In questi casi è dunque possibile affermare che i continui afflussi ascetici non iniziavano, ma concludevano il plurisecolare processo di ellenizzazione del mezzogiorno d’Italia».12

(12) Cfr. B. Cappelli, le Chiese rupestri, p. 284; id. il Monachesimo Basiliano, cit. p. 19

A conferma di questa espansione, la cripta-chiesa di Santa Croce non rappresenta un episodio architettonico isolato nell’ambito del territorio andriese: la Madonna dei Miracoli, Madonna dell’Altomare, Gesù di Misericordia, S. Vito, S. Angelo in Gurgo. Esse si trovano tutte sul versante sud-ovest della città, collegate come sono da grotte sparse lungo i pochi chilometri che li separavano l’una dall’altra.

La struttura architettonica

La Cripta di Santa Croce – il cui nome ci induce a credere che fosse dedicata al Santo Legno della Croce, secondo una leggenda che attribuisce ad Elena, madre di Costantino, il ritrovamento del vero Legno della Croce – si trova ubicata in una zona la cui natura del terreno è prevalentemente tufacea con presenza di grosse cavità sia naturali che derivanti da dilavamento di acque meteoriche. A riprova di ciò, lo Spagnoletti ci ricorda che «nelle terre di Andria, oltre al fiume Aveldio v’era il ruscello del Monaco, che dopo le piogge d’autunno si cangiava in torrente, e che seguendo il corso delle alluvioni d’oggidì, per andare a scaricarsi nell’Aveldio, passava a destra di lato ai lagnoni di Santacroce. Un altro, se non fosse ruscello, certamente torrente, passava a sinistra degli stessi Lagnoni […] così è spiegato il nome antico data a quella contrada (scoscendimenti, fossi, letti artificiali per deviazione di acque paludose). Le acque scorrenti di mezzogiorno formavano una palude, il cui letto si vede dopo tanto volgere di secoli».113)

(13) Cfr. R. O. Spagnoletti, I Lagnoni e Santa Croce, stab. tip. del Meridionale, Bari, 1892, p. 14, cit da G. Brescia in “Andria Fidelis” – una politica per i beni culturali di Andria, Ed. tip. Domenico Guglielmi, Andria 1982, p. 11-13

E fu proprio in questa zona che ebbe inizio da parte dei monaci la costruzione della cripta-chiesa, come tutt’oggi si vede, dallo scavo del tufo a partire «dalla strada e dal sito più agevole, cioè il più basso e quindi di là si procede da mezzogiorno a settentrione. Scavando, si ebbe in animo di non offendere l’oratorio di S. Croce e così gli fu lasciata intorno, per sua sicurezza, abbondante spessezza di masso calcareo. Ed è perciò potuto sopravvivere fin oggi, nonostante l’azione nemica del tempo, la non curanza, l’abbandono e la mania sciagurata di distruggere o difformare quanto ci sia d’antico e di considerevole fra noi. La cripta dovè dunque essere scavata nel seno della collina dalla parte occidentale di essa fra le rocce del carparo, discosta dalla strada e nascosta fra le piante».14

Oggi Santa Croce, a seguito di tagli successivi del banco tufaceo che ne hanno modificato il topografico rilievo, è rimasta, con il trascorrere del tempo, più in basso rispetto all’attuale quota stradale, isolata al centro di un fossato, circondata, com’è, per due lati da una strada e per i rimanenti due lati dalle pareti della collinetta tagliata a strapiombo e sulla quale, in questi ultimi decenni, una cementificazione incontrollata ha deturpato quel luogo selvaggio, quale doveva apparire, all’epoca, ai monaci costruttori.

Esternamente si nota, con grande evidenza, come all’originaria parte scavata nella roccia tufacea sia stato aggiunto, in epoca successiva, un avancorpo murario in blocchi di tufo adiacente ad un altro, anch’esso in tufo. A riprova di ciò, una linea di giuntura verticale, al centro dell’attuale facciata d’ingresso, marca le due parti rendendole leggibili; pertanto, è possibile supporre che la finestra presente in facciata, originariamente fosse il principale ingresso.

(14) R.O. Spagnoletti, I Lagnoni e Santa Croce, stab. tip. del Meridionale, Bari 1892, p. 14, citato da G. Brescia in “Andria Fidelis” – una politica per i beni culturali di Andria, ed. tip. D. Guglielmi, Andria 1982, p. 11-13.

Inoltre, lungo il perimetro murario esterno, si nota come anche le finestre presentano una linea di taglio recente e che originariamente le aperture finestrate dovevano essere più piccole; infatti ciò avvenne nel 1988, all’epoca, cioè, dell’intervento che maggiormente modificò l’aspetto esterno originario di Santa Croce.

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Sul lato, alla sinistra della facciata d’ingresso, si notano i resti di una scala scavata nella massa tufacea. Sicuramente essa conduceva al campanile che, sempre alla fine del secolo scorso, l’allora cappellano aveva fatto costruire sulla copertura della laura e la cui controversa demolizione avvenne nel 1893. (15)

Ad essa attualmente si accede attraverso una porta di fattura recente che immette in un avancorpo in muratura a mo’ di vestibolo e la cui copertura è realizzata mediante una volta a botte con conci in pietra; mentre, attiguo ad esso, vi è un altro avancorpo, anch’esso in miniatura, con copertura a botte con filari in conci in tufo e che, forse, doveva essere il primitivo ingresso per la presenza di un’acquasantiera scavata nel tufo. I due avancorpi sono stati costruiti successivamente alla primitiva ed originaria escavazione, probabilmente intorno al XIII secolo. (16)

L’interno, invece, così viene descritto dallo storico R.O. Spagnoletti nel 1892: essa è «di forma basilicale, a tre nava-tine sorrette da quattro pilastri naturali e terminate da una quarta navatina trasversale. L’altare sorgeva nel mezzo di questa e dietro ad esso si prolungava la navatina longitudinale mediana con un’abside semicircolare; al basso si vedevano fino al 1888 i segni degli stalli del coro, ricavati dal masso […] C’indicavano che codesto tempietto non poteva essere anteriore al secolo VIII dell’era cristiana. Si sa nell’archeologia dell’arte cristiana che i cori non furono anteriori a quel tempo». (17)

(15) F. Nicolamarino – A. Lambo – A. Giorgio, Santa Croce in Andria – notizie storiche e ipotesi di restauro – , tip. Guglielmi, Andria 1981.

(16)  F. Nicolamarino – A. Lambo – A. Giorgio, Santa Croce in Andria – notizie storiche e ipotesi di restauro – , tip. Guglielmi, Andria 1981.

(17) R. O. Spagnoletti, I lagnoni e Santa Croce, stab. tip. del Meridionale, Bari 1892, p. 18-25, citato da G. Brescia in “Andria Fidelis” –  una politica per i beni culturali di Andria, tip. Guglielmi, Andria, 1982, p. 11-13.

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La volta, in questa zona, piana è ricavata dallo scavo nel masso ed è sorretta da quattro pilastri tufacei di forma vagamente trapezoidali che, oltre a sorreggere il peso della volta, svolgono il compito di scandire il ritmo delle navatine. Addossati a due pilastri antistanti la zona presbiterale vi sono altri due pilastri circolari in blocchi di tufo intonacati con un capitello a base quadrata, resisi successivamente necessari per sopportare l’aumentato peso sulla copertura del campanile.

La navata centrale continua, oltre le due navatine laterali, sviluppando una più profonda zona absidata la cui escava-zione è avvenuta in un’epoca successiva alla prima, probabilmente intorno al XIV secolo, per l’evidente e differente tecnica d’intaglio; ad essa si accede attraverso un grande arco trionfale ricavato nella parete di fondo della precedente zona absidata. (18)

Planimetricamente, Santa Croce si presenta, dunque, come un informale scavo nel masso tufaceo, un’architettura di “grado zero” scevra di una grammatica e di una sintassi compositiva colta; in questi luoghi l’architettura parla un linguaggio popolare «un’architettura informe, espressione di necessità e spregiudicatezza, tetragona ad ogni tentativo di schematizzazione preconcetta», per di più «diventata ascetica, avulsa, eremitica, incomunicabile perché sprofondata nel silenzio. Riparlerà solo dopo aver portato a termine il processo di disinquinamento del linguaggio». (19) 

Attualmente la struttura architettonica è stata sottoposta ad un restauro conservativo da parte della Sovrintendenza ai Monumenti di Bari che ha permesso di eliminare le principali cause che erano alla base del suo degrado; in particolare, si è attuata una più organica impermeabilizzazione del manto di copertura effettuata con uno strato di malta in “coccio pesto” capace di eliminare le continue infiltrazioni di acque meteoriche e, contemporaneamente, permettere una maggiore traspirazione del manufatto edilizio.

(18) F. Nicolamarino – A. Lambo – A. Giorgio, Santa Croce in Andria – notizie storiche e ipotesi di restauro, tip. Guglielmi, Andria 1981.

(19) Bruno Zevi, Costrostoria dell’architettura in Italia – Preistoria Alto Medioevo, ed. Tascabili Newton, 1995, p. 96.

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L’altra operazione è consistita nell’isolare, lungo tutto il suo perimetro, il terreno circostante per eliminare l’umidità di risalita prodotta dalle continue infiltrazioni d’acqua provenienti dal terreno. Questi due interventi si sono resi, ambedue necessari, per ripristinare un miglior microclima interno, al fine di conservare meglio nel tempo gli affreschi residui, anch’essi sottoposti attualmente a restauro conservativo.

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Oltre al valore architettonico della cripta di Santa Croce, notevole importanza assume l’insieme degli affreschi superstiti delPingiuria del tempo e dall’incuria degli uomini; attualmente essi sono sottoposti ad un’importante azione di restauro da parte della Sovrintendenza ai Monumenti di Bari che ne ha permesso una parziale restituzione elevandone il grado di leggibilità e di comprensione dal punto di vista storico-artistico.

A guardarli, sembrano essere stati dipinti, almeno in alcune parti, in maniera organica e secondo un preciso programma iconografico e, pur non essendo stati eseguiti tutti nella stessa epoca – si notano, infatti, in alcune parti fino a tre strati di intonaco sovrapposto – dovevano far parte di una decorazione estendentesi alla quasi totalità della superficie tufacea, per la maggior parte, oggi, perduta.

Analizzando i principali affreschi, possiamo apprezzare nell’archivolto dell’atrio a sinistra, ancora parlante un linguaggio bizantino, anche se venato di sensibilità popolare e narrativa, un Cristo Crocifisso con la Vergine sorretta da due pie donne da un lato, da San Giovanni Evangelista dall’altro e da una Maddalena tutta protesa verso terra, irrimediabilmente perduta; le figure sono compresse in uno spazio estremamente ridotto che sembra contenerle drammaticamente a stento, deformati, come sono, lungo, i bordi, dall’angoscia dell’irrimediabilmente perduto, sicché, appaiono quasi che vogliano infrangerlo per uscirne a forza e poter gridare il proprio dolore diventato cosmico.

Ed è in questo spazio compresso, tuttavia grande quanto la passione e l’amore di Cristo per gli uomini, che il corpo della Vergine cede arrendevole alle braccia delle pie donne che amorevolmente la sorreggono, con gli occhi chiusi ad accentuare la tensione emotiva e la stanchezza; San Giovanni, all’altro fianco del Cristo, ha una mano alta in cenno di stupore mentre con l’altra si tiene il volto. (20) Il Cristo in Croce nella sua centralità si stacca prepotentemente dallo sfondo superando in proporzioni le altre figure; è evidente che, qui, la centralità di posizione è anche centralità concettuale.

Iconograficamente si configura con «un impianto prospettico già dinamico e ruotante, mercé i gesti trepidi delle figure, la vivacità intensa delle espressioni e degli sguardi che correggono in una tonalità più naturalistica la rigida frontalità dell’iconografia bizantina» (21); in quanto all’autore possiamo anche essere indotti «audacemente a sospettare nell’accoratezza del ductus lineare e dinamico […] la mano di un artista colto e non ignaro d’arte rinata, o partecipe e comunque coevo delle sue prime prove». (22)

Resti di una “Annunciazione” è ancora possibile osservare ai lati dell’arco di accesso alla cripta-chiesa con un Arcangelo a sinistra di cui sono ancora visibili parte della veste, le ali, la bionda chioma, mentre, dall’altro lato, è la Vergine Maria «dalle braccia incrociate, e il manto il cui colore originario poteva essere d’azzurro nella positura inginocchiata sotto un’edicola bianca profilata di nero». (23)

(20) F. Nicolamarino – A. Lambo – A. Giorgio, Santa Croce in Andria – notizie storiche e ipotesi di restauro – tip. Guglielmi, Andria 1981.

(21) Giuseppe Brescia, “Andria Fidelis” – una politica per i beni culturali di Andria – (iconografia di Santa Croce), ed. tip. Guglielmi, Andria 1982, p. 18.

(22) Giuseppe Brescia, op. cit. p. 18.

(23) Giuseppe Brescia, l. c.

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Proseguendo verso l’interno si apprezzano due raffigurazioni di santi; più precisamente, a destra,, fortemente danneggiata nella parte centrale dalla caduta dell’intonaco, è raffigurata, probabilmente Santa Dorotea, abbigliata di una rossa veste scollata dalla quale emerge, su di un collo tornito e reggente, un volto dai begli occhi a mandorla, incorniciato da biondi a fluenti capelli che le ricadono in ciocche intrecciate; mentre, il santo raffigurato sul pilastro di fronte, che èidentificabile con San Leonardo di Noblac – cistercense – caro alla famiglia di Francesco II Del Balzo, duca d’Andria «è un santo vestito di tonaca bianca, con la testa tutta chiusa in un nero cappuccio, dal quale scende fino ai piedi un largo e nero scapolare. Nella sinistra ha un libro, chiuso da lacci di cuoio e con la destra levata, benedice a coloro, che entrano nell’oratorio. Benedice con la forma liturgica orientale, protendendo l’indice ed il medio e piegando il pollice sull’anulare e il mignolo abbassati. Questa figura si disegna severa e triste, come l’anima dei cenobiti; essa pare, che ti sospinga dalle malinconie del tempo ai tempi dell’eternità». (24) 

Interessante è il ritrovamento di un altro San Leonardo, comparso sotto la patina dello sporco durante gli ultimi e non ultimati restauri, benedicente nella sua figurazione ancora ieraticamente bizantina e che, vieppiù, rafforza la tesi di una particolare venerazione per questo santo da parte della famiglia dei Del Balzo, sicuramente, committenti dell’ultimo strato-ciclo di affreschi della cripta-chiesa.

Sulla facciata del secondo pilastro e di fronte alle scene descritte, appare una rappresentazione pittorica di notevole interesse, particolarmente utile per la datazione degli stessi. Un pontefice dalla testa nimbata siede frontalmente in maniera ieratica su di un trono scorciato; porta in capo il triregno e veste un ampio manto; benedice con la destra e tiene nell’altra mano un calice allungato a forma di navicella contenente due teste mozze; le increspature dell’ampio manto, sopra una tunica dai delicati e chiari colori, suggeriscono, nei delicati effetti chiaroscurali, la posizione delle gambe, in parte divaricate, che disarticolano la posizione frontale del pontefice.

(24) R. O. Spagnoletti, I lagnoni e Santa Croce, stab. tip. del Meridionale, Bari 1892, p. 21, citato da G. Brescia in “Andria Fidelis” – una politica per i beni culturali di Andria, ed. tip. Guglielmi, Andria, 1982 p. 16.

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Si tratta, inequivocabilmente, del Beato Papa Urbano V, rappresentato con le teste dei santi Pietro e Paolo, preziose reliquie che la tradizione vuole da lui rinvenute durante la ri-costruzione della chiesa di San Giovanni in Laterano. Probabilmente, questo affresco può essere verosibilmente datato poco dopo il 1370, anno della morte del pontefice.

E abbastanza singolare come l’immagine di papa Urbano V sia posta frontalmente ad un altro ciclo di affreschi, organizzato su due registri, con scene a carattere narrativo entro piccoli riquadri successivi; la narrazione è relativa ad un’altra scoperta e, cioè, quella che la leggenda riserva al “Ritrovamento ed alla identificazione della vera Croce”.

Nei due riquadri del registro superiore appaiono, da sinistra verso destra, Sant’Elena nimbata con corona regale, montante su di un bianco destriero con un seguito di uomini in armi che giungono alle porte di Gerusalemme, osannata per l’occasione da un popolo in festa; nell’altro, la Santa che assiste alla tortura di Giuda. Maggiormente rovinati, invece, i due riquadri inferiori, rappresentanti, nel primo, Sant’Elena alla presenza di dignitari barbati che assiste al ritrovamento miracoloso della “vera ‘Croce”, centro della composizione; molto rovinato e lacunoso, il riquadro rappresentante l’imperatore Costantino e sua madre Elena che adorano la Croce.

E importante notare come fra le tante versioni leggendarie sia stata scelta la più crudele, quella riportata da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda aurea”, la quale «narra che Elena riuscì a scoprire il segreto della vera Croce, minacciando e torturando per più giorni l’ebreo Giuda che ne era a conoscenza e che si rifiutava di rivelarlo per misteriose ragioni. Ma la Santa riuscì alfine a trionfare su tale diabolica riluttanza. E da notare che un Giuda aveva causato la morte di Gesù, quindi, una legge del contrappasso di gusto tipicamente medioevale, imponeva che fosse un altro Giuda a riparare, magari involontariamente. Questa leggenda è stata rappresentata dalla scuola di Pietro Lorenzetti in una serie di tavolette che si ritrovano al Museo dell’Opera del Duomo di Siena (sec. XIV) e negli anonimi affreschi della chiesa di Montegiorgio (sec. XV)». (25)

(25) Elena Croce, Biblioteca Sanctorum, vol. IV, Roma 1985 p. 996.

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Iconologicamente la scelta di questa drammatica e cruenta versione deve essere vista verosibilmente in chiave “antisemita”, poiché a poca distanza dalla chiesa, oggi via Giudecca, era sito il ghetto ebraico.

Giunti al termine della navata destra, aU’interno di una fascia decorata posta sopra l’arco che incornicia l’abside, si apprezzano un Cristo barbato secondo l’uso siriaco, maestoso nella sua frontalità entro una cornice quadrilobata, ed entro cornici a forma di rombo, i quattro evangelisti in forme antropomorfe secondo il canonico simbolismo, tutti ritratti a mezzo busto.

La parete di fondo presenta, invece, una scena di “Crocifissione”, senz’altro avvicinabile nell’impianto iconografico a quella nell’atrio d’ingresso. Anche qui, entro una figurazione debolmente scorciata e non senza incertezze, ma che tuttavia delinea un rinnovato gusto per le forme corporee nel loro spessore materico, la Vergine si abbandona debolmente alla pietà delle pie donne, mentre il Cristo in croce, rappresentato stillante di copioso sangue, giganteggia in primo piano segnando l’asse della composizione.

Contrariamente al riquadro presente nell’atrio, qui, S. Giovanni, posto a sinistra della Croce, è raffigurato con il capo reclinato sulla spalla sinistra, intimamente lacerato dal dolore avvertibile nell’esaltazione del gesto disperato di coprirsi le vesti sul petto.

Un’ulteriore fascia decorativa, raffiguranti pontefici e vescovi entro quattro tondi e la cui identificazione risulta essere importante per la datazione degli stessi, è affrescata sull’intradosso dell’arco posto fra la navata destra e quella centrale, tanto da apparire stilisticamente coeva a quelle della Storia del Ritrovamento della “Vera Croce”.

Sui fianchi dei pilastri dell’arco sono rappresentati un Sant’Antonio abate e un santo eremita; Sant’Antonio, che ha in mano un campano, si sorregge ad una gruccia nella sua larvale evanescenza.

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Interessante per la unitarietà del ciclo pittorico è la decorazione dell’arco trionfale, oggi parzialmente illeggibile, sul quale sono rappresentate quattro scene evangeliche: la “Lavanda dei piedi” a sinistra, “l’Ultima Cena” a destra; i resti di una “Annunciazione” – avvertibile dalla figura troncata dell’angelo -(inizio del mistero salvifico) a sinistra, la “Crocifissione” – anche qui nella figura interrotta del Cristo in croce e di San Giovanni -(compimento del mistero salvifico) a destra; purtroppo le scene inferiori sono fortemente monche, in conseguenza del maggior diametro dell’arco trionfale, effettuato, questo, in concomitanza con la nuova escavazione della zona presbiterale.

Gli affreschi che decorano, invece, l’intradosso dell’arco tra la navata centrale e quella sinistra sono tra i più noti e significativi della cripta; essi sono posti frontalmente seguendo le due curve discendenti dell’arco e rappresentano due scene vetero -testamentarie: la Creazione di Èva ed il Peccato Originale.

Nella “Creazione di Èva”, l’ignoto e colto artista rappresenta la creazione della donna; Adamo ai piedi del Creatore è rappresentato disteso per terra su di un fianco, teso come un arco, con un braccio che, piegato qom’é, prende forma triangolare con l’avambraccio funzionante a mo’ di appoggio; dal mancante fianco di un sonnolento Adamo sembra elevarsi, sorretta dalla mano del Creatore, un pingue nudo femminile dalle lunghe chiome bionde, ancora caldo e torpido del primo risveglio, la cui figura, già materna, nella protuberanza dei seni e degli evidenti capezzoli, è rappresentata inginocchiata di fronte ad un trono solennemente trapuntato di una ricca decorazione geometrica e sul quale è assisa la SS. Trinità, Padre e Figlio come due teste di un’unica figura entro un nimbo di un caldo color giallo-oro che, a stento, li contiene; un’ampia tunica ed un mantello finemente bordato sul davanti in doppia lista e discendente dal petto avvolge il Padre ed il Figlio, accanto è lo Spirito Santo simboleggiato da una bianca colomba, anch’essa nimbata e stretta alle immagini delle due teste. Nella seconda scena Adamo ed Èva, in posizione eretta e scorciata, sono simmetricamente posti al di qua e al di la dell’Albero della Conoscenza, colte, come sono, nella loro disincantata nudità e che una cultura popolare, ancora ammantata di ritrosia, ha voluto in parte coprire; il serpente è avviticchiato al tronco, la natura è simbolicamente ridotta all’essenziale nella rappresentazione del terreno lievemente ondulato e punteggiato da piccole balze rocciose, sulle quali una vegetazione è schematicamente resa da filiformi fusti e da foglie trilobate.

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«Quasi inserto esemplare di principi bizantini e sensualità popolaresca, astrazione e concretezza, simbolismo e naturalismo, rigidità e movimento». (26)

Nella parete di fondo dell’abside della navata sinistra, s’intravede un affresco gravemente danneggiato, un puro frammento appena percettibile nella debole luce della cripta-chie-sa: un Cristo Pantocratore fra i Santi Pietro e Paolo.

Qui, l’influenza bizantina con qualche timida innovazione nel ritrarre di scorcio le figure dei santi è chiaramente avvertibile; il Cristo benedicente si afferma con la sua maestà ieratica fra i Santi Pietro e Paolo che impugna una spada; in basso e, come in un codice miniato per le loro dimensioni, sono rappresentati un gruppo di confratelli incappucciati; particolare, questo, significativo per la datazione, poiché le confraternite sorgono intorno al 1200.

La decorazione dell’abside è completata dalla figura di San Francesco posta sul pilastro interno sinistro dell’arcata, mentre sul pilastro destro, è affrescata la Madonna della Misericordia, tipica raffigurazione del XIII secolo, presente anche nella chiesa di Porta Santa; sotto il manto aperto, in segno di protezione, sono collocati a sinistra i chierici ed i confratelli; a destra i laici.

Nell’insieme, dunque, le decorazioni pittoriche della chiesa-cripta di Santa Croce, ci offrono un interessante e vario complesso di affreschi di grande importanza storica, una grande testimonianza per la città di Andria da salvaguardare e da valorizzare.

Angelo Distaso

(26) G. Brescia, “Andria Fidelis” – una politica per i beni culturali di Andria – (iconografia di Santa Croce) ed. tip. Guglielmi, Andria 1982, p. 20.

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Le ragioni di un’adozione

A volte accade che l’impegno scolastico esuli dal consueto apprendimento di nozioni per abbracciare la sfera del reale ed, allora, la formazione dello studente diviene, anzitutto, formazione del cittadino.

Così è stato quando, in seguito alla proposta di adottare un monumento, il liceo Classico “C. Troya” ha scelto quale monumento, la chiesa rupestre di Santa Croce; un’opera d’arte apparentemente di tono minore, popolare oseremmo dire, nel complesso e variegato panorama storico-artistico pugliese, specie se la si confronta al federiciano Castel del Monte, gemma incastonata sulla sommità di un topografico rilievo dal quale domina l’ampio e ridente orizzonte.

Consapevoli che l’iniziativa avrebbe comportato “in primis” un opportuno discorso di sensibilizzazione delle coscienze giovanili, abbiamo vissuto questa esperienza col genuino entusiasmo di riportare in luce un patrimonio artistico dimenticato, perché considerato “inferiore”, ma proprio per questo da ri-semantizzare; perciò il progetto di adozione ha comportato un’attenta conoscenza delle radici geografico-am-bientali e storico-architettoniche dalle quali il monumento ha preso forma nella sua amebica configurazione.

E subito si è preso coscienza che, accanto alla storia artistica di grado maggiore, quella prodotta dai grandi avvenimenti, acceleratori di grandiosi processi di civilizzazione e massimamente esaltata dalla storiografia ufficiale, vi è anche una storia artistica ancora tutta da scrivere, ma non per questo meno significativa per l’identificazione delle comunità che abitano le nostre terre.

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A tal proposito scrive lo storico dell’architettura Bruno Zevi, nell’importante saggio “Dialetti architettonici”, interpretando il pensiero estetico di Benedetto Croce, quando, nel tentativo di operare una distinzione fra poesia popolare e opera d’arte «contesta subito una serie di preconcetti, secondo i quali la poesia popolare raggrupperebbe testi anonimi, improvvisati, nati dalla classe inferiore dei contadini e dei pastori, di origine e diffusione collettiva, trasmessa per via orale e in continuo processo di trasformazione. La poesia popolare, sostiene, “esprime moti dell’anima che non hanno dietro di sé, come precedenti immediati, grandi travagli del pensiero e della passione”; è quindi scevra da intellettualistiche complicazioni e da dottrinarie pedanterie, “non bisognosa di locuzioni affinate e assottigliate, di metafore ardite, di tinte sfumate, di studio faticoso condotto su molteplici esemplari, di sussidi tratti dalle più varie parti”.

Croce riconosce che il “Medioevo può dirsi la lunga età del tono popolare” e soffermandosi sul Trecento, afferma che Dante, Petrarca e Boccaccio “stavano come tre cime di montagna, con qualche piccolo colle interposto o vicino, e ai loro piedi si stendeva un piano fertilissimo erboso, tutto cosparso di abusti e di umili mirici, ameno e consolante quando le tre montagne erano sublimi: mentre piccole e rade erano le terre di faticosa e stentata vegetazione, ossia, fuor di metafora, scarsa la poesia letteraria e artifiziosa”. Si osserva che “in Italia, per secoli, nel giudizio di teorici e critici, la poesia popolare fu avuta a disdegno”. E così, invero, l’architettura popolare, quasi fosse rozzo e barbarico prodotto plebeo»(1)

E culturalmente inferiore non può essere considerata Santa Croce, scritta in parlato “volgare”, quasi fosse “rozzo, barbarico, plebeo”, specie se la confrontiamo alla più dotta e sublime arte immortalata nelle grandiose e bianche cattedrali romaniche pugliesi.

(1) Bruno Zevi, Dialetti architettonici in Controstoria dell’architettura in Italia, ed. tascabili Newton, 1996, p.9

La sua spazialità trae alimento dalle profonde e sperdute radici delle fonti popolari, nella “lunga età del tono popolare”, «in perenne lotta, fra astrazione spaziale bizantina e materialità delle strutture romane»; fra bidimensionalità e tridimensionalità figurativa, un’arte popolare della forza espressiva sanguigna, espressione di «una lotta che dura secoli, come quella tra latino e volgare», che si conclude «dopo l’azzeramento linguistico dell’Alto Medioevo, nel trionfo fino al XV secolo, dell’opzione popolare. Siamo all’apice dello scambio tra aulicità e prosa. Anche i capolavori degli architetti adottano il “parlato”, idiomi comprensibili a tutti, dialetti; e le opere minori trovano un grado non più ripetuto nella storia» (3)

Ed è stato all’interno di questo contesto che l’analisi della struttura architettonica di Santa Croce ci ha proiettati a comprendere la vita cenobitica dei monaci dentro una spazialità costruita con le loro callose mani; la spazialità narrativa, trasudante di pia devozione, scandagliata attraverso l’analisi iconografica ed iconologica dei suoi affreschi ridotti a lacerti; si è preso atto dei danni subiti con il passare del tempo dalle pitture murali, soprattutto a causa di fattori climatici, ambientali e dell’incuria degli uomini, o meglio, delle strutture pubbliche preposte alla loro salvaguardia.

Al fine di evitare un ulteriore degrado di colori e forme è in atto, seppure tardivo, un opportuno restauro che dovrà ancora colmare la distanza con la nuova e futura funzione e conseguente conservazione intesa come «un fine sociale volto ad assicurare la intangibilità e la durata del patrimonio culturale, curando il suo idoneo adeguamento ai bisogni e alle attese delle società, attraverso un insieme di misure: tecniche, legislative, finanziarie, fiscali, educative e così via» (3) 

(2) Bruno Zevi, po. cit. p. 12

(3) AA. VV., Criteri e metodi per il restauro architettonico – Documento proposto dal Comitato Italiano ICOMOS d’intesa con il Comitato di settore per i beni architettonici ed ambientali; pubblicato in Restauro 118/1991 – <<Quaderni di restauro dei monumenti e di urbanistica dei centri storici >>, – p. 10

Ed è proprio insistendo sulla finalità educativa che occorre far leva educando le coscienze; la scuola può, così diventare il soggetto promotore ed, allo stesso tempo, in maniera riflessa, il suo campo d’azione privilegiato per la diffusione di questo immenso patrimonio storico-artistico dimenticato e soggetto di attenzione, in particolare, a partire dalle scuole elementari e medie inferiori.

Si tratterebbe per i giovanissimi di un primo ed utile avvicinamento all’arte, un modo immediato per educare gli animi all’estetica, al gusto di conoscere la storia e di identificarsi con le sue tradizioni storiche, un tentativo di sensibilizzazione, dai giovani per i giovani.

Significativo e coordinante risulterebbe l’intervento da parte della Pubblica Amministrazione, intesa in senso lato, fortemente teso alla valorizzazione del patrimonio storico-artisti-co della nostra regione perché, a nostro avviso, diverse sono le attività di salvaguardia e promozionali; oggi, maggiormente resi possibili dalla informatizzazione tramite supporti multimediali e diffondibili, in ogni parte del mondo, fino nei più sperduti siti telematici.

Santa Croce è l’emblematica prova che molti monumenti possono ancora rappresentare obiettivi di indiscusso interesse.

L’arte è da sempre la naturale via di espressione per intuizioni e sentimenti. L’importante è che si impari ad ascoltare il messaggio silenzioso, immobile, quasi eterno di queste opere dell’uomo per poter interiorizzare le immagini e la lezione del passato, per guardare consapevolmente al futuro.

Abbattista Stefania

Civita Ileana

Paradiso Maria

Saccotelli Nunzia

La visibilità del Culto

Elemento Metodologico della civiltà delle immagini

e della Storia Patria

In un saggio di Giuseppe Brescia “Storicità e visibilità nella Puglia popolare del Seicento” si affronta il problema dei simboli visibili nei riti e negli usi cristiani e, di questa simbologia e della necessità della sua visibilità, si analizzano le matrici storiche di ispirazione metodologica antropologica, e quelle religiose anche di stampo gesuitico. (1)

Lo studio, come è ovvio, si sofferma a considerare manifestazioni religiose del Sud, ma può essere esteso, anche al Nord Italia; inoltre considera le forme di religiosità del ’600 allorché i Gesuiti si impegnarono a scardinare ogni traccia di riformismo religioso, imponendo la cultura della Controriforma, nell’intento di estirpare quelle forme di paganesimo ancora molto presenti nelle culture subalterne. Se ci spostiamo nel Nord vediamo che, queste forme di visibilità religiosa, erano ben radicate nella cultura popolare, dal Veneto alla Lombardia e alla Romagna sin dal 1300. Basta ricordare la civiltà rupestre, la presenza dei patàri e gli studi sulla “Poesia di popolo e Poesia di corte” per conoscere quanta parte ebbe anche in quel secolo la visibilità religiosa nella cultura, nelle lotte, negli odii e nelle persecuzioni del tempo.

(1) Giuseppe Brescia, Storicità e visibilità nella Puglia popolare del Seicento. Con altri saggi di storia andriese, Guglielmi, Andria 1995.

Nel Saggio di G. Brescia, come in ogni studio storico filosofico su questo argomento, e nella Chiesa rupestre di Santa Croce, non si vuole affrontare il tema dell’esegesi ortodossa, bensì si vuole individuare il rapporto esistente tra storia patria ed aspetto storico-religioso-estetico nella religiosità popolare; rapporto per altro legato alla visibilità del culto. L’Autore, nel saggio citato, si sofferma sul culto degli andrie-si verso la Madonna dei Miracoli, “trovata nel 1576 fuori della città ed erettavi in loco la Basilica di Santa Maria dei Miracoli, prima retta da una confraternita laicale e poi da regolari benedettini e quindi agostiniani, sede di pellegrinaggio e venerazione non solo locale, ma regionale e meridionale…”.

Nello scorrere queste pagine in cui si parla del simbolismo che accompagna il culto, pensiamo all’immagine popolare del “grembo”, non possiamo, non ricordare le miniature che adornano ed arricchiscono i Testi Sacri. Esempio classico di simbolismo nelle immagini sacre sono le opere dei grandi maestri rinascimentali, penso alla Madonna di Misericordia di cui parla C.L. Ragghianti ne “La giovinezza e lo svolgimento artistico di Domenico Ghirlandaio; Problemi critici, “L’Arte”, N.S. voi. 6, 1935. (2) O al tema della “Croce” che pone problemi non solo iconografici ed artistici, ma anche riportabili alla provenienza dei manoscritti da cui fu tagliata la miniatura vaticana. E proprio le miniature in genere sono le più legate alla pagina scritta e, nelle scene figurate, la trasformazione dal Gotico al Rinascimento, testimonia in maniera impercettibile la visibilità della religiosità.

Possiamo dire che la visibilità della simbologia raggiunge l’apoteosi nel culto della Vergine nei diversi momenti: la Nascita della Vergine, l’Annunciazione; va ricordata la scena della Vergine Maria incinta, mentre regge un libro di pre-

(2) Cfr., di uno dei maestri della lezione storico-estetica di Giuseppe Brescia, Presidente della Sezione andriese della Storia Patria, appunto il Ragghianti, il volume antologico Carlo Ludovico Ragghianti, L’arte e la critica e Tempo sul tempo (Laterza, Bari 1996).

ghiere, adagiata su un prato con dieci coniglietti bianchi. I conigli sono il simbolo della fertilità, dieci quanti sono i Cantici che fanno seguito ai Salmi, bianchi perché simbolo della purezza. La Natività in alcune miniature è accompagnata da uno svolazzare di api e farfalle che nella simbologia, secondo fonti diverse, avevano il significato di anima (la farfalla) o di incostanza o, secondo Dante (Purgatorio, canto X, vv 124-126) “Non v’accorgete voi che noi siam vermi/Nati a formar l’angelica farfalla/che vola alla giustizia senza schermi?”.

Le api, invece, simboleggiano la verginità, perché si credeva si riproducessero per partenogenesi; oppure sono il simbolo della risurrezione, perché, secondo Ovidio (Metamorfosi XV:366) le api nascono dalle budella di animali in putrefazione, ma poi distillano il dolce miele.

Secondo San Bernardo le api sono il simbolo della virtù cristiana e dell’anima umana. Tanta simbologia cosiddetta “colta” ha avuto la sua espressione nell’arte figurativa e si è resa visibile più nelle forme di arte pittorica che poetica e letteraria. E questa simbologia, nata ai bordi dei Vangeli, si è poi trasferita nelle Cappelle e nelle magnifiche opere d’arte quali la Primavera del Botticelli, in cui ogni elemento ha un particolare valore simbolico. Ma la religiosità nqn è solo quella “colta”, anzi è soprattutto “popolare”, ed è proprio questa a dar vita ed a servirsi dei simboli più visibili, direi quasi plastici e palpabili, forti talora contrastanti, che ancora oggi popolano le feste paesane e sono presenti in ogni zona d’Italia.

L’estensibilità del fenomeno, sia sotto il profilo temporale che spaziale, è legato al bisogno stesso di religiosità insito in ogni uomo. Così il simbolo, del fuoco purificatore ancora oggi è presente nella processione delle “Fracchie” il Venerdì Santo a San Marco in Lamis; la stessa purificazione simboleggiata dai Flagellanti di Gallipoli nella notte tra il Giovedì ed il Venerdì Santo. La stessa motivazione muove la processione della “Croce” il Venerdì Santo a San Severo.

Allo stesso modo, la Madonna dei Miracoli di Andria ci porta a pensare alla Madonna del Soccorso di San Severo, posta anche sotto la protezione degli agostiniani, venerata dalle popolazioni vicine che venivano in pellegrinaggio lungo i “tratturi” che collegavano l’Abruzzo alla Capitanata. Una moltitudine di gente percorreva quelle “silenti vie d’erba” e veniva salmodiando al nostro Santuario per prostrarsi davanti alla Madonna nera, e poi riprendeva il cammino per la cosiddetta “via sacra” fino ad arrivare alla “Grotta dell’Angelo” ovvero a San Michele di Monte Sant’Angelo, dopo essersi fermati a Stignano e al Santuario di San Matteo (ora altra tappa d’obbligo, sarebbe San Giovanni Rotondo).

Come non rilevare che anche gli ex voto sono un segno della visibilità della fede, legata ad un rapporto materico che intreccia tra popolo e divinità un vincolo di sangue quale quello del Figlio fatto Carne?

La religiosità, specialmente nel popolo, si nutre di visibilità che poi viene utilizzata per fini diversi, non ultimo quello politico: basti pensare al coinvolgimento della Vergine del Soccorso nei fatti del 1799 a San Severo, allorché la presenza in piazza del simulacro della Vergine, al fianco dell’albero della Libertà appena piantato, doveva dare una veste legale e dignitosa ad avvenimenti che nulla avevano a che vedere con la religione e con la Vergine. Ed ancora oggi, la devozione alla Madonna, nei giorni della festa patronale, il popolo la dimostra a prova di “fuochi d’artificio” e sulla loro durata, intensità, efficacia si misura la inossidabilità di un legame filiale: il popolo si inebria del fragore, dell’odore, del fumo dei fuochi d’artificio, come nei riti pagani ci si inebriava al fumo delle viscere che ardevano in onore degli dei. La visibilità nella religiosità ha un’origine antica e si nutre di un rapporto viscerale che fa da alimento alla fede stessa, molto simile al legame che unisce madre e figlio nonostante il taglio del cordone ombelicale e i vari complessi scoperti da illustri psicologi. Tanta visibilità non è forse stata precorritrice della civiltà delle immagini che oggi ci sommerge?

Rosa Nicoletta Tomasone