L’incantamento del cielo. Dall’antico a Proust, di Giuseppe Brescia

Castel del Monte notte lunaL’incantamento del celeste. Dall’ANTICO a PROUST, di Giuseppe Brescia “Terra cielo mortali divini”, è il tema del “Ge-viert” di Martin Heidegger. Quattro stelle proteggono Andria ( e Castel del Monte ): Antares, Alpharatz, Pegaso e le Cefeidi ( le “mutevoli”, più che “immutevoli”, per definizione ), secondo la genialità nascosta di Italo Calvino ( nelle “Città invisibili”, del 1972 ). E sono le quattro stelle all’Alba da Est dell’Equinozio di Primavera 1299 ( data dell’autoincoronazione di Feredrico II in Gerusalemme) e del 1230 ( data della “protezione” su Andria, “fidelis”, da parte dell’Imperatore, con costruzione della Porta di Sant’Andrea e del Convento francescano, alla disperata ricerca di una ricomposizione con il Papato). Ora, lo “stupor Mundi” si giovava dell’ausilio del mago e astronomo Michele Scoto, non per nulla uno dei “maestri” del ferrarese Pellegrino Prisciani, ideatore del ciclo di affreschi del Palazzo di Schifanoia, il quale nel libro IX della sua “Cronaca di Ferrara”, pervenutaci solo nella trascrizione riassuntiva del Sardi, si richiama all’antico precedente del sapiente matematico federiciano.

Come tutto cambia nella moderna sensibilità mitica e simbolica ! Nel “Compianto sul Cristo morto” della padovana Cappella degli scrovegni, ci sono pure le basi per la individuazione della “Dialettica delle passioni” terra-cielo ( “Il dolore che tocca il fondo della disperazione umana si eleva nella moralità più alta della rassegnazione e della speranza” ( Giulio Carlo Argan, “Storia dell’arte italiana”, Sansoni, 1968, II, p.17). Restiamo sulle tracce della “conoscenza” del cielo per gli antichi, ma della “risorsa etica” del celestiale nei moderni. Nella “Recherche du temps perdu”, Marcel Proust, innamorato di Venezia, parlando della “Fuggitiva” ( che è titolo editoriale per “Albertina scomparsa”, così ricco di significati per la Albertina Bassani storica e la Micòl Finzi-Contini lirica ), evoca: “C’erano poi giorni in cui a mia madre e a me non bastavano i musei e le chiese di Venezia; e così, un giorno che il tempo era particolarmente bello, per rivedere quei ‘Vizi’ e quelle ‘Virtù’ di cui Swann m’aveva dato le riproduzioni, ancora appese, probabilmente, nella stanza da studio della casa di Combray, noi ci spingemmo fino a Padova. Qui, dopo aver attraversato in pieno sole il giardino dell’Arena, entrai nella Cappella di Giotto, dove l’intera volta e gli sfondi degli affreschi sono così turchini da far credere che la radiosa giornata abbia,anch’essa, oltrepassato la soglia insieme al visitatore e sia venuta per un attimo a porre all’ombra e al fresco il suo cielo puro, solo un poco più profondo, perché libero delle dorature della luce, come in quelle brevi pause che interrompono le più belle giornate, quando, pur senza che sia comparsa nessuna nube, come se il sole un attimo avesse volto altrove il suo sguardo, l’azzurro, ancora più dolce, si oscura” (trad. it., Einaudi 1978, pp. 246-247). Qui Proust mirabilmente fonde, con intensità che forse manca a pur dotti critici d’arte o “scientisti delle scienze umane” ( bestia nera del proustiano d’elezione, il siciliano e cosmoplita Rosario Assunto), il fattore tempo comune alla psicologia della percezione; la smagliante teoresi di terra e cielo; il senso del cielo riportato all’ombra e al fresco della “volta”; la memoria del tempio del Santo, come dal greco “temno”, detto di “volta ritagliata” ( donde: “templum”); la profondità incommensurabile dell’azzurro; la sua simultanea “dolcezza”; ma, insieme, la inattesa “oscurità” della stessa, proprio là dove “l’azzurro è più dolce”. “Come se il sole un attimo avesse volto altrove il suo sguardo”. “Un attimo”, si badi; “per un attimo” e “come in quelle brevi pause”: dove s’insedia ancora il fattore temporale, partecipe della teoria della “percezione visiva” ( “Gestalttheorie”), quando noi oscilliamo nella percezione di viso e sfondo dei vasi proprio in base al “tempo” dedicato alla visione. Così, nella analisi seguente degli angeli che solcano il cielo, Proust sembra avvalorare l’assioma estetico di eredità ragghiantiana, ossia “L’arte tanto intuisce quanto prospetta”.

Prof Giuseppe Brescia“Con tanto celeste fervore, o almeno saggezza e applicazione infantili, da far loro congiungere le piccole mani, gli angeli sono raffigurati nell’Arena, ma da parer volatili d’una specie particolare che sia realmente esistita, che abbia fatto parte della storia naturale dei tempi biblici ed evangelici. Sono piccoli esseri che non mancano mai di volteggiare dinanzi ai santi quando questi se ne vanno a passeggio. Ce n’è sempre qualcuno in volo su di loro, e, siccome si tratta di creature reali ed effettivamente volanti, li vediamo salire, descrivere delle curve, eseguire con la massima felicità dei ‘loopings’, picchiare verso terra a testa bassa, aiutati dalle ali che permetton loro di mantenersi in condizioni contrarie alle leggi di gravità; e fanno pensare a una varietà di uccelli, o a giovani allievi di Garros esercitantesi nel volo librato, piuttosto che agli angeli dell’arte del Rinascimento e delle età seguenti, le cui ali sono appena emblemi e che si muovono come altri personaggi celesti, ma sprovvisti di ali”. La intensa decifrazione proustiana, oltre come invito a rivisitare sempre Castel del Monte o Padova e Ferrara, val bene per raccomandare – oggi – la lettura e rilettura dei testi, piuttosto che la loro desultoria notomizzazione astratta, invalsa nelle prove tecnicamente strutturate, alla stessa guisa di quel che scrive a proposito del corpo Daniel Pennac: “A loro importa soltanto il puzzle cellulare, il corpo radiografato, ecografato, tomografato, analizzato, il corpo biologico, molecolare, la fabbrica di anticorpi” ( “Storia di un corpo”, ed. it., Feltrinelli, 2013, p. 10 ).

Giuseppe Brescia – Libera Università “G.B.Vico” – Andria