Il senso del celeste: Galilei e Margherita Hack, di Giuseppe Brescia

prof Giuseppe Brescia

A quattrocentocinquanta anni dalla nascita, Galileo Galilei ( Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri 8 gennaio 1642 ) è oggetto, oltre che della mostra pisana, della profonda rivisitazione “Galileo’s Visions” (Oxford University Press, 2014, pp. 336 ), da parte di Marco Piccolino, della Università di Ferrara, e Nicholas Wade, della University of Dundee, che lo interpretano come un precursore di Kant e delle neuroscienze. In particolare le “sensate esperienze” del “Saggiatore” tematizzano la dottrina per cui i nostri sensi sono degli inevitabili “fitri” tra l’uomo e il reale. Intanto, lo scienziato nota che le macchie solari appaiono nere, ma non perché realmente lo siano, sì – bene – per il contrasto con la luce proveniente dalla superficie solare. Il 4 maggio, 14 agosto e 1° dicembre 1612 risponde al duumviro di Augusta Marco Welser, che gli aveva inviato tre lettere del 5 gennaio scritte dal gesuita Cristoforo Scheiner ( sotto pseudonimo di “Apelles latens post tabulam” ), a proposito delle macchie solari, per confutarle. Invece, argomenta Galileo, le macchie solari sono più luminose della Luna: e la loro presunta “oscurità” è una nostra “illusione” mentale, dal momento che i nostri occhi operano sempre non per valori di luminosità assoluti, ma per comparazione. Altra “illusione” prospettica è nel fatto che la “falce lunare” appare più grande del disco completo della Luna, disco che resta nell’ombra ma si intuisce grazie alla “luce cinerea” riflessa sulla Terra. Si tratta del fenomeno detto di “irradiazione”, riguardante non solo la “luminosità” delle stelle ( come oggi la intendiamo ) ma anche la loro “grandezza”, stabilita dal diametro apparente di una stella.

Questi due esempi esponenziali di “illusioni” mentali, per Galileo bisognevoli di svolgimento per “prova ed errore” ( oggi: “falsificazione”; “Provando e riprovando”, per l?accademia del Cimento ), fanno immediatamente ricordare il caso principe delle “costellazioni”, studiate fervidamente dalla scienziata Margherita Hack, sorta di “concetti funzionali” o “pseudoconcetti”, come denominazioni empiriche che raccolgono la percezione di stelle distanti fino a milioni di anni luce, ma che “sembrano” vicine all’osservatore. “Tutte le sere, quando si apre il sipario della notte, nel cielo nero si accendono le stelle e inizia lo spettacolo che da millenni mette in scienza storie in cui si muovono eroi dotati di superpoteri, mostri e ibridi da fantascienza, fanciulle più divine che terrene: tutti impegnati in un repertorio d’amori e d’avventure ai confini con la realtà. Uno spettacolo che si replica senza interruzione da parecchie migliaia di anni, e che ha il solo torto d’esser finito anche sui libri di scuola dove spesso persino le cose più straordinarie diventano noiose” ( Dalla “Introduzione. Le costellazioni, un abbaglio di successo”, pp. IX sgg. di Margherita Hack- Viviano Domenici, “Notte di stelle. Le costellazioni fra scienza e mito: le più belle storie scritte nel cielo” ( Pickwick, Sperling & Kupfer, 2010, 2013 ). Ma, aggiungono gli Autori: “Altra cosa da chiarire è che, nella realtà astronomica, le costellazioni e le relative immagini formate da gruppi di stelle non esistono: sono il risultato di un equivoco prospettico che porta a considerare come facenti parte di uno stesso gruppo stellare, quindi di un unico ‘disegno’, corpi celesti che nella realtà sono spesso distanti molti anniluce gli uni dagli altri, ma casualmente brillano nella stessa zona di cielo; e la prospettiva completa l’inganno. Per esempio, nella costellazione del Cane Maggiore coabitano sia Sirio ( Alpha Canis Maioris ), la stella più brillante del nostro cielo boreale che si trova a soli 8,8 anniluce da noi sia la stella Delta Canis Maioris che si trova a ben 1.960 anni luce” ( pp. XI-XII ). Lo stesso dicasi per i segni dello Zodiaco: “fascia immaginaria” stesa lungo il piano dell’eclittica, che è il piano dell’orbita della Terra intorno al Sole. Inoltre, per il fenomeno della precessione degli equinozi, già studiato da Isaac Newton, erede di Galileo ( 1643-1727 ), ora tematizzato nel “Mulino di Amleto” da Giorgio De Santillana e Hertha von Dechend ( Adelphi, Milano 1986 ), i segni degli antichi non corrispondono più alle prospettive delle costellazioni: “per esempio, il 21 marzo si vede il Sole proiettato in uno dei due punti in cui si intersecano il piano dell’equatore e quello dell’eclittica, detto punto di Ariete, perché un tempo si trovava in quella costellazione, mentre oggi si trova nei Pesci !” ( ibidem ). Ogni 2200 circa, infatti, cambiano le “case zodiacali” ( v. i miei saggi su “Calvino e Andria” e, prima, “Wegdenken. Ricomposizioni su Nietzsche e Heidegger”, Adda, Bari 1988 ).

Ora, prima di tornare al Galileo, noteremo che siffatto “convenzionalismo” è stato teorizzato nella modernità dalla scuola austriaca dell’empirio-criticismo ( Mach, Avenarius, Poincaré ) ed è stato adottato in parte nella dottrina crociana degli “pseudoconcetti” (1908 ), di cui non bisognerebbe menare scandalo come per alcuni “pontefici minimi” della Domenica ( il nostro mondo è pieno di “pseudoconcetti” o “concetti funzionali” a scopo pratico, senza che ciò implichi svalutazione denigratoria delle scienze: esempi, i P.I.G.S. In economia; i “limiti” territoriali comunali, provinciali e regionali, di fronte alla continuità “illimite” del paesaggio; le definizioni dei “generi” e delle “correnti” in storia letteraria, e via ).

Ma, sulla percezione del colore lunare: “Sappiamo dagli astronauti che il suo colore varia dal nero della lavagna al grigio del cemento. Eppure in cielo pare bianca. Perché ? Nel 1929 lo psicologo tedesco Adhémar Gelb l’ha spiegato con un esperimento. Sospese un disco nero in una stanza buia e puntò su di esso un faro nascosto all’osservatore. Poiché la luce era ben collimata sul bersaglio nero, il resto della stanza rimaneva in ombra. In queste condizioni, il disco appariva bianco. Se però un foglietto di carta bianca veniva posto vicino al disco dentro il fascio di luce, di colpo il disco sembrava grigio. Togliendo il pezzo di carta, il disco nero ridiventava chiaro” ( Piero Bianucci, “La Stampa” del 27 agosto 2014 ). Inoltre, e ancor prima, Galilei sviluppava l’altra parte della spiegazione, a proposito delle condizioni della luce solare riflessa sulla superficie lunare. Nel “Dialogo dei massimi sistemi” del 1630, la cui pubblicazione sarà autorizzata solo l’anno dopo ( dopo la morte del Fondatore dell’Accademia dei Lincei, Federico Cesi ), dimostra che la diffusione della luce del Sole come miscuglio di colori dipende dal fatto che la superficie della Luna non è levigata ma scabra, contrariamente a quanto asseriti dagli aristotelici: dunque, sono le asperità della superficie lunare a riflettere vivamente la luce solare. L’amico epistemologo Dario Antiseri sia nella “Teoria unificata del metodo” ( Liviana, Padova 1972 ) che in altri testi ha insistito sul metodo galileiano, “ipotesi – teorie – critiche “; e il filosofo della scienza Giulio Giorello, per parte sua, ha corroborato la spiegazione della eredità galileiana in Margherita Hack ( “Corriere della sera”, 14 novembre 2010).

Giuseppe Brescia – Libera Università “G.B.Vico” – Andria