Il nuovo, “Non fu sì forte il padre”, di Giuseppe Brescia

prof Giuseppe BresciaSempre vivo è a Ferrara il ricordo di Giorgio Bassani e del cugino poeta Gianfranco Rossi, che gli dedicò la prima edizione di “Albertine desparue”, “Albertina scomparsa”, di Marcel Proust, con trepidi accenni alla Albertina Magrini Bassani ( personaggio storico onorato nella Lapide di via Mazzini ) quindi a Micòl Finzi Contini ( personaggio mitico e poetico del “Giardino dei Finzi Contini” ). Certo, la poesia trascende le “occasioni”, pur presupponendole. Ma a Ferrara agiva anche una sorta di “Pattuglia crociana”, per la religione della Libertà ( alcuni erano di origine sarda, Varese e Pinna, altri toscana, il grande critico d’arte e uomo integrale, ispiratore del Partito d’Azione, Carlo Ludovico Ragghianti). “Quando Bassani venne in Andria”, nel 1978, parlò nella sala del Circolo Italia a difesa del “carattere sacro” del Paesaggio circostante la collina di Castel del Monte ( cfr. “Italia da salvare”, Einaudi, Torino 2010, p. 223; Giuseppe Brescia, “Il destino di Castel del Monte”, in “Norde Sud”, marzo 1971; “Antropologia come dialettica delle passioni prospettiva”, vol. II, Laterza 2000; “Evocazioni ferraresi e memorie storiche”, Bari 2009 e “Il caro, il dolce, il ‘pio’ passato”, Bari 2011 ). Ora, si celebra la VI Edizione del Premio Nazionale Letterario “Gianfranco Rossi”, il 18 ottobre 2014, nella Sala Estense, su iniziativa del Gruppo Scrittori Ferraresi, così premiando “Una lunga fedeltà”. In fondo, l’ultimo libro di Daria Bignardi, ferrarese, “L’amore che ti meriti” ( Mondadori, 2014 ) non fa che rivisitare la sottile “alchimia delle passioni”, di area ferrarese, alla ricerca dei rapporti segreti tra madre e figlia, e delle storie familiari, in forma non dissimile dalle vicende delle famiglie Magrini – Rossi – Bassani. Né va dimenticato il richiamo di Bassani a Piero Gobetti e al comune maestro Croce.

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Giorgio BassaniLo scrittore ferrarese Giorgio Bassani, l’amico e sodale del critico d’arte e infaticabile organizzatore di “Giustizia e Libertà”Carlo Ludovico Ragghianti, in “Di là dal cuore”, parlando del volo su Roma dell’antifascista Lauro De Bosis, si richiama alla lezione di Carlo Rosselli, Piero Gobetti e dei liberali eretici ( cfr. “Opere”, ed. Cotroneo, Milano 1998, p. 1045). A novant’anni dalla pubblicazione di “Rivoluzione liberale” e nella prospettiva dell’anniversario dell’assassinio dei fratelli Nello e Carlo Rosselli ( 9 giugno 1937), lo scrittore Paolo Di Paolo immagina che Piero Gobetti, esule a Parigi nel febbraio del 1926 e già contestatore delle insoddisfacenti lezioni accademiche su Dante, s’incontri per caso, sulla banchina prossima all’ospedale in cui è ricoverato, con il proprio segreto ammiratore Moraldo, incredulo di poter avvicinare ‘in extremis’ un modello di vita, il testimone esemplare di verità e di libertà, a lungo rincorso e cercato senza successo. Moraldo, a sua volta, si trova a Parigi negli stessi giorni della prematura fine di Piero ( genio sofferente e lontano dalla consorte Ada e dal figlioletto Paolo) per mera disavventura, avendo inseguito oltralpe la fotografa Carlotta, della cui valigia è entrato in provvisorio possesso per errore, e del cui cuore ha conquistato un’ altrettanto provvisoria ed occasionale corrispondenza. Su questo giuoco di piani multipli, un poco alla Calvino, s’inserisce la ricerca del ‘padre’.

Ripercorrendo sinteticamente la parabola intellettuale e politica di Gobetti, ma anche l’ humus culturale torinese, il ‘padre’, ossia l’autorità morale e civile,prima e dentro la estetica, è indubbiamente Croce, il “Croce oppositore”, e che fronteggia i “pagliacci della cultura” ( lo dice Gobetti nelle pagine di “Rivoluzione liberale” ); ma ancor prima il Croce della “Critica”, della militanza chiarificatrice delle idee, dell’ autonomia dell’arte e della liberazione estetica da ogni precettistica. La letteratura come “fòmite di vita”, “aumento” di vita (avrebbe detto Carlo Ludovico Ragghianti ); la letteratura come”spirar di vita”: e, in quanto “autonomia dell’espressione artistica”, perenne “reinizio” di vita. Si comincia, così, con una lieta sorpresa, se non fosse che i tempi avversi non ostacolino – per la loro sprovvedutezza – l’accertamento, e riconoscimento naturale, della verità storica.

La ragazza, che il giovane Monaldo conosce alla Università di Torino ad inizio 1926, mentre si sta spaccando letteralmente la testa sulle opere di Kant ed Hegel, ben potrebbe essere affettivamente coinvolta dalla filosofia di Croce. “Ripetevano insieme per l’esame, lui le strappava il libro dalle mani, adesso tocca a me. Se ne fosse stato capace, le avrebbe letto ‘La filosofia di Giambattista Vico’, del Croce, fresco di stampa, con il tono di una dichiarazione d’amore. Dove ti eri fermata ? Dove dice ‘discorrendo’. Va bene, allora riprendo da lì: ‘gl’individui e i popoli, nel fervore del produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro stato d’animo’ – se potesse, se sapesse farlo, le svelerebbe il suo, le direbbe il posto che occupa per lui una passeggiata fatta insieme attraverso il parco del Valentino gelato: era quasi buio, la brina sulle foglie mandava una luce scintillante – Perché ti sei fermato ? Scusami, riprendo subito, mi stavo concentrando,, cercavo di capire… ‘ quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé storie fantastiche, verità e poesia commiste’ “. Così l’autore fantastica di coniugare storia e autobiografia, il significato della filosofia della storia vichiana per Croce e il varco esistentivo per la dichiarazione d’amore al Valentino (cfr. “Mandami tanta vita”, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 20-23 ). Ancora: il professore metodico e riflessivo, della cui abitazione è ospite il giovane Moraldo, Eugenio Bovis, rivela i propri convincimenti estetici. “Sarà che vede un po’ meno, che la luce sembra non bastare mai, che le note a pie’ di pagina sono diventate una cornice grigia, che la produzione contemporanea non lo soddisfa – D’Annunzio lo ha stancato, sta invecchiando anche lui, povero superuomo ! L’unica cosa che valga sempre la pena di leggere, forse, è Croce – il punto è che sta perdendo la voglia di leggere. Gli resta da rivedere quello che negli anni ha scritto lui stesso; e poi da sfogliare i giornali, questo sì” ( op. cit., pp. 24-26 ).Nella vita parallela a quella del Moraldo, l’altrettanto giovane editore e autore torinese Piero, alla vigilia della partenza per Parigi, registra d’aver annotato addirittura le date d’acquisto di alcuni testi fra i più cari ( Renato Serra, Torquato Tasso, Francesco De Sanctis, Giovanni Papini) . La esattezza diaristica è comune all’ambiente culturale torinese, alla consuetudine antiquaria più avvertita ( cfr. il mio ‘sogno’ bibliofilo e civile, “Leone Teucro, ‘interprete’ di Croce” ). Sì che esattamente la definisce il Di Paolo: “La precisione con cui ha annotato sul frontespizio la data di acquisto era maniacale” ( op. cit., pp. 45-48 ).

“La volontà è tutto”- “Non si può essere spaesati” – “Il segno: essere sé stessi dappertutto”: questa la lezione, tale il viatico del giovane Gobetti, nel nobile frammento autobiografico “L’ultima visione di Torino”. E le lunghe passeggiate parigine, gli ampi spazi dello Chatelet, appena del luglio ’25, s’incrociano nel ricordo con il duro esilio imposto per regio decreto, dopo le censure e contestazioni e sequestri da parte fascistica ( pp. 62-63 ). Il 4 e 5 febbraio 1926, scrivendo lettere a Ada, Gobetti si misura con l’impegnativa difficoltà della “Critica della ragion pura” e torna al Croce, unità di misura per la pienezza esistenziale da riconquistare ogni volta. “Essere all’altezza di Croce non significa essere all’altezza della quotidianità” ( pp. 72-74 e 78 ). Tutto il carteggio con Ada è un contrappunto su quanto possano dire “vitalmente” De Sanctis e Croce, anche alla luce del concetto di “intuizione lirica” e della connessa autonomia dell’arte: “Scrivimi tutti i dubbi che ti vengono” – “Vedrai quando avrò letto Croce che mostro di intelligenza sarò”( p. 90 ). Il velo d’ ironia e autoironia non toglie che la lezione di Croce permanga nel rifiuto d’ogni facile sentimentalismo “effusivo” : “L’antisentimentale che censura negli altri le tentazioni romantiche, gli abbandoni emotivi” ( pp. 91-92 ).

Ma tutto ciò accade perché prevale la ricerca dell’autentico “mondo della vita”. Quindi: “La vita, è già senso”. “Una lettera di Didì è la vita sai ? Quindi mandami tanta vita”( p. 94 ). Per contrasto, il giovane Moraldo, nella pensione di Eugenio Bovis, riporta che l’infanzia dimenticata è “tutta la malinconia del mondo”( p. 97). Mentre Piero ritrova nella propria testimonianza di libertà ( di cui nel Risorgimento sono gli incunaboli ) il permanere della lezione di Croce. “Per essere liberi bisogna andarsene? Per scrivere, per parlare, si è costretti a cambiare luogo, a strapparsi le radici dai piedi ? Non lo soccorrono che figure di sconfitti, di esiliati. L’impeto e gli eroici furori di Giordano Bruno sono ridotti alla nuvola di fumo nero sopra Campo dei Fiori ? Quello di Campanella è soltanto il sogno di un prigioniero ? Il veggente apostolo, il titano, i cui versi gli zii Spaventa danno da bere al ragazzino Croce insieme al latte. Il vecchio zio di Napoli, come Piero lo chiama per scherzo, è rimasto, non è andato via. Saldo come uno scoglio, come la rovina di una civiltà millenaria, Croce non si muove, resta” (p. 101: Parigi, Domenica 7 febbraio ). “La serenità nel combattere”, invocata da Gobetti, e cioè la “dolcezza nella lotta e nella cura” dell’ermeneutica filosofica, lo porta a ritrovare in Parigi il pittore Felice Casorati: dove i sentimenti diventano colore. “Qui stanno cose modeste e sentimenti -tristezza, calma, dolcezza- che diventano colore” ( p. 103 ). E soprattutto a misurarsi di bel nuovo con la originalità e potenza della poesia di Eugenio Montale, di cui Gobetti è stato primo editore nel 1925, per “Ossi di seppia”.

Così, il libro è una “cosa nuova”. Il motto di Gobetti, a lettere greche, è “Che ho a che fare io con gli schiavi ? ”(..) “Il poeta di Genova aveva chiesto di eliminarlo,di fare un’eccezione per la sua prima raccolta di liriche, non gli piaceva per niente. Non era stato accontentato.. Ma era stato l’ultimo a salutarlo prima di Parigi, si erano abbracciati alla stazione di Genova. E comunque non bisogna dare troppo peso agli autori, il loro mestiere è anche lamentarsi, avere pretese”.

Qui il Di Paolo immagina, non senza efficacia, che il commento di Piero ( “erano così belli, così nuovi, questi versi ! E adesso esistevano”) si abbracci idealmente al commento di Moraldo, inaspettatamente vicino alla fine di Gobetti ( “E tanto altro, di quella raccolta stampata dall’ editore giovane, l’aveva colpito: tra matasse di versi che a lui risultavano oscuri, se ne staccavano alcuni che come lapilli illuminavano per un istante l’insieme”: pp. 108-114 ).

Ma soprattutto Di Paolo cita i versi montaliani “Godi se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita”, e il ‘nostro’ “E piove in petto una dolcezza inquieta”( sempre alla pagina 108 del racconto filologico ), tratto da “I limoni”, esaltato poi da Gianfranco Contini: “Si ha davvero una dialettica dei sentimenti”( “Una lunga fedeltà”, Torino 1974, pp. 7-8 ) e incorporato – addirittura come esergo – nella mia tematizzazione di “Alfredo Parente e la integralità del sentire”, a proposito della “dialettica delle passioni” come fase matura dell’estetica crociana e pulsione del “passaggio” tra le forme ( cfr. “Non fu sì forte il padre. Letture e interpreti di Croce”, Editrice Salentina, Galatina 1978, pp. 117-134; ma anche il volume collettaneo in onore di Alfredo Parente,“Filosofia Musica Arti”, L’Arte Tipografica, Napoli 1979 ). Sì, questo innesto Gobetti – Montale – Croce è un punto di forza per l’estetica e la ermeneutica; anche se il più giovane scrittore ammette di rimpiangere la perdita del ‘maestro’, o ‘guida’, Antonio Tabucchi nella “Nota dell’autore” in appendice, pp. 157-158. E in effetto, il mio primo libro, donato a Norberto Bobbio, Aldo Garosci e altri intellettuali torinesi, resta inventariato a disposizione degli studiosi in quelle prestigiose istituzioni bibliografiche ( “OPAC”, “KVK” , con la corrispondenza con Bobbio accolta negli “Sviluppi filosofici nella più recente ‘scuola’ crociana”, Schena, Fasano 1983).

Per tanto, siamo in presenza di un nuovo “Non fu sì forte il padre”, quando sottaciuto quando dichiarato in sede letteraria; comunque, parlante a beneficio della vita morale e civile della nuova Italia. Come dissi altra volta, è una traccia di figliolanza impalpabile. Del resto, con l’ultimo Montale: “Il genio lascia qualche traccia di zampette come la lepre sulla neve”, memento del ‘primo’ Montale: “L’upupa”, “Sul muro grafito”, “Giunge a volte, repente”, “Flussi”, “Fine dell’infanzia” e poi ancora, e certo a seguire, “Arsenio”, “I morti”,“Delta”.

Il libro di Di Paolo si chiude con il momento culminante delle direttrici Parigi – Torino, e la ricerca di ‘vita’: “Esiste qualcosa che davvero possa lasciare traccia, in questa eterna confusione del mondo ? Un’azione, un gesto umano in grado di modificare il corso delle cose? Si può agitare l’acqua di un lago con la forza delle nostre dita ? Il tempo di una singola vita umana non permette di misurare il risultato di una battaglia,ma non per questo perde senso lottare. E’ così, monsieur, è vero? Potrebbe chiederlo al tassista. Potrebbe aprire il finestrino e domandarlo ai passanti, gridare Le idee, almeno le idee, ci sopravvivono ? Forse anche i sentimenti” ( p.121 ). Moraldo registra una sorta di “eroismo da niente” ( p. 124 ). Respinto alla fine da Carlotta a Parigi ( p. 141 ), come l’io narrante di Bassani da Micòl a Ferrara nel “Giardino dei Finzi-Contini” (“No, Moraldo, no. Per favore. Mi dispiace”), il giovane tocca la “stanchezza dell’universo” nel tragico incontro con l’ “infermo”e la notizia giornalistica della morte di Piero. “Voglio farmi un’ossatura di pensiero seria, nella mia vita fin qui ho avuto il cielo stellato ma non la legge morale, voglio saper rispondere quando mi chiedono che cosa penso, quali sono le mie idee politiche, come mi metto di fronte al fallimento del socialismo, come mi pongo di fronte a Mussolini, come mi pongo di fronte a Dio, a mio padre, ai padri, a tutti”( pp. 147-155 ). L’idealismo e il volontarismo di Gobetti lasciano il solco nell’animo dello sfortunato ammiratore e non riconosciuto amico. La ricerca del “padre”, dei “padri”, accomuna Moraldo e Piero, le generazioni della nuova Italia, l’eredità del Risorgimento e del pensiero liberale, la critica de “Il mondo va verso..” e la personale assunzione di responsabilità.

E il giro delle categorie spirituali può forse esser ancora una volta “esemplato”, icasticamente rappresentato, nella parola dell’amato Poeta, in “Mia vita, a te non chiedo..”: “Mia vita, a te non chiedo lineamenti / fissi, volti plausibili o possessi. / Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso/ sapore han miele e assenzio”. Se non fosse che la ‘indifferenza’ al bene o al male, al ‘miele’ o all”assenzio’, permane altra cosa rispetto alla ‘sintesi’ dinamica degli opposti, timore e speranza, cautela e ardimento, ansia di liberazione e profondo travaglio, che caratterizza la ‘dialettica’ delle passioni, come fervore creativo, operante – questo sì – nel “giro inquieto” della “vita”.

Giuseppe Brescia