Dalla “lucerna incantata” ai parigini ritorni. A proposito di Patrick Modiano, il “Bassani di Francia”, di Giuseppe Brescia.

Patrick ModianoIn fondo, non troppa attenzione è stata dedicata dalla pubblicistica italiana al Premio Nobel per la Letteratura Patrick Modiano, conferito dall’Accademia svedese per il 2014.

Un poco volando col pensiero, si vuol rammentare la dedica che Gianfranco Rossi, poeta e cugino ferrarese, vergò per Giorgio Bassani della prima edizione di Marcel Proust, “Albertine desparue” ( poi, “La fuggitiva” ), corrispondente alla Albertina Magrini Bassani della Lapide di via Mazzini, liricamente trasposta ( certo con molteplici riflessi ) nella Micòl Finzi Contini del “Giardino”. “A Giacomo Marchi / la corona dei giorni / splendidi è infranta / pur se lucerna incanta / il sentiero ai ritorni. / Nino R.” ( vedasi l’originale contributo in “La Nuova Ferrara” del 15 aprile 2014 ). Ora, la “lucerna” è luogo del ricordo, della poesia, della preghiera in cammino, dell’invocato “ritorno” ( dopo la deportazione dettata dall’emanazione delle leggi razziali del ’38, in Italia ). Il che accade, certo in accenti diversamente modulati, per le donne dei racconti di Patrick Modiano ( Parigi 1945: in eminente esempio, per la “Dora Bruder”, storia di una quindicenne vittima della Shoah, tradotta in italiano da Guanda nel 1998, e per altre personalità femminili ).

Il romanzo di Modiano è anche il romanzo della “viellieuse”, la lampada notturna che illumina la donna pur fugacemente, prima di lasciarla al suo destino. In questi sensi, ben si potrebbe dire, mutato il dovuto, che Patrick Modiano sia “Il Bassani di Francia”, specie in un momento in cui si ripresentano – in quella cultura – fenomeni di antisemitismo. Ma il Modiano – erede di Proust – è anche autore di romanzi ambientati nella magia del Quartiere Latino, “Nel caffé della giovinezza perduta” e “Perché tu non ti perda nel quartiere” ( programmati, in Italia, da Einaudi ).

E ciò ineludilmente mi ricorda, il gotico fiammeggiante di Saint-Severin; la statua con fontana enorme di San Michele e il drago; i palazzi-librerie all’inizio dello stesso Boulevard; e sul portone di un imponente edificio, quivi, la felice improvvisa scoperta del nome di Mia figlia, “Madame Lorenza Brescia” ( “La signora non è in casa!”, chiarì il custode. – Né poi l’ho mai conosciuta. Chissà: “Siamo chi siamo”, dirà poi Ligabue); più avanti, l’elegante negozio “Sine qua non”, il cui nome subito viene storpiato dall’altra mia figlia, “Sinequanone”; e le edicole enormi, dai tetti spioventi, che aprono regolarmente tardi, a metà giornata; e e la Sorbonne, con le sedi di editrici famose, Vrin e Presse Universitaires de France, alle costole; e Cluny con gli importanti scavi romani e l’indimenticabile Dama del Liocorno; e poi, dentro la Bibliotheque ‘Jacques Doucet’, i carteggi inediti ci Benedetto Croce con il modernista Alfred Loisy, che nessuno aveva consultato; e il Jardin du Luxembourg, non distante dal Licée Montaigne. E mi ricordo ancora la spianata di Notre Dame, i due ragazzi andriesi con le birre che a mezzanotte parlavano dialetto a voce alta, e il kilomètre zero con al fianco la portentosa libreria “Shakespeare and Company”, scherzosamente ridetta ancora da mia figlia “Zio William”, là dove Joyce pubblicò “Ulysses” nel ’22 grazie all’amica americana Silvia Beach: libreria piena di stanze e libri e libri, divisi per letterature nazionali, periodi e generi ( “In fondo, c’è George ! Vada pure a parlarci”.

Con immenso stupore una bellissima ragazza veronese, Valeria, mi fa sapere che il suo professore di Filosofia della scienza, a Milano, Giulio Giorello, ha citato il mio libro su Popper del 1986. “Ma come ? Da Fasano, in Puglia, a Parigi ?” – “Certo. Che ci vuole ? Ne avevamo due copie. Si son vendute”. Ora, Valeria lavorava, come tanti ragazzi italiani, a turno in quella storica libreria, per arrotondare ). Sì, quel libro ( collego ), “Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper”, aveva ottenuto una ventina di recensioni: interessante per l’aspetto etico-politico non solo, ma per le parti sul rapporto corpo-mente, il dialogo Popper – Eccles., le discussioni di fisica quantistica distese nel “Poscritto”. E mi riportava alla amicizia con Alain Pons, gran traduttore in francese della “Scienza Nuova” di Vico e della canzone “Gli affetti di un disperato”, donatami con dedica: Alain Pons, gentiluomo francese che abitava alla Galerie Vivienne Deux, nei “Passages” più eleganti di Parigi, studioso di Vico e Croce, amico del leccese Antonio Verri e dei napoletani Franchini e Cacciatore, che mi aiutava – per di più – a entrare all’ultimo piano della Bibiothèque Nationale, per consultare gli originali dei sonetti di Pico e gli altri carteggi di Croce ( donde i miei “Croce in Francia” e le “Ipotesi su Pico”). Mentre “Croce nel Mondo”, lo presentai all’attento pubblico dell’Istituto italiano di Cultura, quando un collega nel dibattito mi chiedeva di Gramsci e della sua importanza, ricevendone per pronta risposta la critica ( consenziente Norberto Bobbio ) della teoria della “conquista delle casamatte della società civile” ( “Perbacco ! Sono arrivati fin qui!, dicevo tra di me ).

E le vie più strette di Parigi, e la Rue Lalande, di cui Umberto Eco a ripetizione, e tant’altro ancora: questo mi sovveniva, e mi sovviene, rileggendo Patrick Modiano. Dall’attrito tra il “banale” ( potrebbe essere il comune “Flaneur” delle passeggiate parigine, il “Banale”, ma non lo è fino in fondo ) e il “Tragico”, dirà poi l’Arthur Koestler semisconosciuto, si sprigiona la “ricerca dell’Assoluto”, l’”Infinito”. E mi ricordo ancora, esempio di un “banale” dell’esistenza non fine a se stesso, la casupola modesta lungo i fiordi di Bergen, in Norvegia, di fronte alla spettacolarità eccezionale del paesaggio, visitato nel 2007; e il pianto improvviso, a Chieti, dislocando da una pigione al terzo piano senza ascensore i bagagli e i libri della figlia dottoressa, per portar il tutto in una nuova casa. – Che aveva di eccezionale, la prima abitazione ? Nulla, assolutamente nulla.

Ma era stata proprio la sua “modestia”, a paragone dell’investimento affettivo che vi avevo immesso, a commuovermi. Ecco, questo voleva dire genialmente Koestler, ne “L’atto della creazione”, a proposito del rapporto all’Assoluto che scaturisce, a volte, dal contato tra il banale il tragico, adducendo nobili esempi dalla tragedia greca e dalla saponetta spostata nella tasca di Bloom al funerale di “Ulysses”. Ma proprio tal forma di “anagnorysis”, di riconoscimento, era, e permane, la cagione della scelta del Premio dell’ Accademia Svedese, da cui siam partiti. Non a caso, gli “ideologi” avrebbero voluto sperare nella vittoria di Eco o Maraini, anziché dell’italo-francese “impreparato” a tanto. Ma vediamo, per cartina di tornasole, qual sia il tipo di attrito dialettico, che insiste nei romanzi e nello sforzo ermeneutico di Eco. Esso è istituito ( o almeno così ci vuol sembrare) tra “ideologia” da una parte ( anche il preteso “realismo” storico o narrativo, lo è, dal momento che già De Sanctis ammoniva nella prefazione al “Saggio critico sul Petrarca” del 1874: “Fatemi cose vive, e battezzatele come volete!”, liquidando la “querelle” tra ‘idealismo’ e ‘verismo’ ) e “maniera del giocoliere” a più piani, dall’altra ( “Nome della rosa”, “L’isola del giorno prima”, “Il cimitero di Praga” ). E quale la resultante, costantemente riflessa in questo rapporto ? La Metafisica e la retorica del “Complotto”; non già la Ricerca di assoluto, di universale testimonianza di verità, perseguita in campo letterario dai giurati, “Drinkers of Infinity” ( per dirla ancora con il Koestler). Ecco il punto. E l’uomo – scriveva Croce in “Montenerodomo” , l’Appendice del ’19 alla “Storia del Regno di Napoli”, “piuttosto che filius loci”, è “filius temporis”.

Giuseppe Brescia – Libera Università “G.B.Vico” – Andria. H. C. E.