Ettore Tesorieri, Torquato Accetto e Ugo Foscolo, di Giuseppe Brescia

La caduta di Icaro Pieter Brueghel
“La caduta di Icaro Pieter Brueghel” – (Pieter Bruegel il Vecchio)

Luigi Russo, con la consueta competenza filologica e acutezza critica, già aveva trovato – tra le tante fonti e impronte secentesche nei Sonetti di Ugo Foscolo – le immagini del “velo delle nubi” o del “corteggiar delle ore”, nello stupendo e perfetto “Alla Sera” ( Giosue Carducci). (Cfr. “I classici italiani.L’Ottocento.Parte I. Foscolo Manzoni Leopardi”, Sansoni, Firenze 1958, pp. 104-106, note )

“E il Ferrari cita un sonetto dell’Achillini in cui ‘in colorita maestà la rosa’ siede sul trono ‘corteggiata da l’aure e da gli Amori’, e il Marino, per la stessa rosa, scrive: ‘ Turba d’aure vezzosa e lusinghiera Ti corteggia d’intorno e ti seconda’. Nei due secentisti ( è l’apporto del Russo )c’è il gusto della metafora grossa ( la rosa è rassomigliata dal Marino a ‘un’imperatrice altera’, e dall’Achillini a una ‘bella regina’: ciò che è riflesso delle idealità cortigiane del Seicento ), mentre nel Foscolo la metafora è diventata particolare pittorico-visivo della vita cosmica e leggiadria poetica”.

Batte alla mente, spontanea, la restituzione del critico siciliano, rinvenendo conferma nei passaggi dalla “Penna insensata” di Ettore Tesorieri (1626 ) alle edizioni 1626 e 1638 delle “Rime” dell’altro, probabile, poeta e moralista andriese Accetto. Certo, vale la ricorrenza d’immagini, nella guisa di “topoi” letterari. Ma la perizia immensa, risolta in compattezza lirica e argentina personale risonanza, di Ugo Foscolo, rimane a soccorso, evidente. Per la vena etico-religiosa del Tesorieri, è da vedersi la 2^ strofe “In pace” de “L’incostanza. Canzone”.

“ O leggiadro, o soave, o vivo foco, / che dai giri celesti / nobil fiamma prendesti” ( “In lode d’un amore virtuoso. Ad imitazione del Bembo ne’ suoi Asolani”, 2^ strofe, in Ettore Tesorieri 1626 ).

“D’ogni Egregia virtù par che s’intenda: / ma più d’Astrologia, mentre dà segno / del variar de tempi, ogni vicenda” ( “Asinaria. Capitolo Al Signor. D. Francesco del già Signor Prospero Cantagallo da Fuligno”, sempre in “La Penna Insensata”, ed. 1626, p. 57 con mia riedizione, Laterza, Bari nel 2000 ).

Pallide eco, che trovano svolgimento nel corredo d’immagini che “corteggiano” la “Donzella” , in “Vedo vil habito finto” ( ed. cit., p. 61 ). “L’habito ad arte, e non per ria fortuna, / indosso havea, né per vil voglia, o stolta; / così di nubi copresi tal volta, / e vi scopre più chiara indi la Luna” ( 2^ quartina ). “Così l’Aurora appar fra l’humida ombra / di fuggitiva notte; e i raggi move / così il Sol fra la nebbia, ch’ e’ disgombra” ( 1^ terzina ). In audace sintesi: “Per una nebbia d’alcuni giorni continovi nociva in detta infermità”. “Ma ( folle ) in che s’aggira il pensier mio ! / Deve il tempo dipender dal mio senso ? / Deve dunque a mio modo oprar Iddio ? / Ah, non sia ver; sia l’aer raro, o denso; / Fosco o seren: quel che Dio vuol, voglio io; / O viva, o mora; e più voler non penso” (p.22)
Più parlante, in senso paesistico e poetico, è la “Notte” delle “Rime” 1638 di Torquato Accetto.

“ O belle notte, i lumi / ch’a le tenebre tue rimiro intorno / invitano al ritorno / questa alma sconsolata; / ombra cara ed amata, / se tu, che notte sei, / tante bellezze mostri agli occhi miei, / se tu puoi co ‘l silenzio al ciel chiamarmi, / l’eterno dì che può ? Che ponno i carmi / de la dolce armonia / che s’ode là, ne la celeste via ?”

"Veduta del porto di Napoli" - (Pieter Bruegel il Vecchio)
“Veduta del porto di Napoli” – (Pieter Bruegel il Vecchio)

“Sempre scendi invocata, e le secrete vie del mio cor soavemente tieni” ( canterà “Alla sera” di Ugo Foscolo ). “La mesta armonia che lo governa”, il carme “Dei Sepolcri”. E: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”; celeste dote è negli umani” ( sempre, “Dei Sepolcri” ). Ove, da lunge, riecheggiano, rispettivamente, la “ombra cara ed amata”; con “la dolce armonia” e “la celeste via”, delle “Rime” di Torquato Accetto. Il quale, addirittura, in “La morte dee esser cara, ma non d’affettarsi”, alla prima terzina, menziona “de’ sepolcri”.

“ Né però lice d’interromper gli anni, / benché ‘l richieda miserabil sorte. / Dimora in questa luce il saggio e ‘l forte, / com’al ciel piace, e sprezza i brevi danni, / ei sa che d e’ s e p o l c r i a l’ombre quete / ( più care che de’ faggi e degli allori ) / dormir convien, sì che romor no ‘l viete” ( ai vv. 5-11 ).

Ben altra musica, ritmicità, “calore di fiamma lontana” ( per dirla con la “Notizia intorno a Didimo Chierico” ), s’avviva in Ugo Foscolo. Pure, la remota suggestione secentesca, dalle note “Rime” dell’Accetto, si percepisce di verso in verso, di senso in senso, da voce in voce, come nella sterminata “sapienza dei secoli”, o “vie des formes”, che si dica o si voglia.

Segno filologico, e sogno poetico insieme, resta che il semplice genitivo accettiano “ de’ sepolcri” sopravviva nel nobile complemento d’argomento foscoliano, per il Carme “Dei Seplocri”

( dettato di getto sul finire dell’agosto 1806 ). Per ciò, rifuso dalla “recollection”, dalla “sintesi”, dell’ “ombra cara e amata” della “Notte” del nostro secentista, con le altre “che ponno i c a r m i / de la d o l c e a r m o n i a / che s’ode là, ne la c e l e s t e v i a ?”

Ma anche – si badi – da Monsignor Della Casa ( sonetto “O Sonno, o della queta, umida, ombrosa, O Sera” ); e Giambattista Marino ( dall’ “Adone”, III, 157, 1-4: “Quasi in bel trono Imperatrice altera / siedi colà sulla nativa sponda: / turba d’aure vezzosa e lusinghiera / ti corteggia d’intorno e ti seconda” ); dall’Achillini, “Corteggiata da l’aure e dagli Amori” vv. 1-3, “Corteggiata da l’aure e dagli Amori / siede sul trono de la siepe ombrosa / bella regina de’ fioriti odori / in colorata maestà la Rosa” ( il regesto dei prestiti tardo-umanistici e secenteschi, tentato nei commenti foscoliani del Ferrari e del Mestica, è disteso nella bella edizione ricciardiana di Gianandrea Gavazzeni, “Opere”, Tomo I, Milano- Napoli 1974, p. 200 ); e in fine dal Tasso, III, 224, vv. 46-47: “Nè freddo e pigro dorme / spirto d’amor guerriero” e “Già il lieto anno novello”, Canzone, ai vv. 46-48 ( Pier Vincenzo Mengaldo, “Due agnizioni di lettura”, in “Strumenti critici”, n. 15, giugno 1971, p. 265 ).

San Giovannino alla fonte - (Caravaggio)
San Giovannino alla fonte – (Caravaggio)

E, soprattutto, l’”armonia del giorno” ( ai vv. 26 sgg. del Carme “Dei Sepolcri” ) rinvia, oltre la “armonia del mondo”, nella traduzione di Orfeo, “Inno a Pane”, di Vincenzo Monti “A Sebastiano Chigi” , alla “dolce armonia” di Torquato Accetto. E “Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi, / celeste dote è negli umani” ( ai celebrati versi 29-31 del Carme ), sta, ancora, per “divina”, a indicar la “corrispondenza” di sentimenti affettuosi che “però in fatto rimane tutta soggettiva in chi è vivo” ( Ferrari ), rimandando alla metafisica accettiana – come si diceva – della “celeste via”, suscitata, nel fine rimpasto con la “dolce armonia”, dall’ “ombra cara ed amata” della “Notte”.

Allarghiamo, per un attimo ancora, il campo ermeneutico generale della prospettiva critica. E’ giustificabile ( oltre che,verosimilmente, ben nota al Foscolo ) l’inserzione di “minori” e “minimi”, con i “maggiori”, nel vivo crogiuolo della sua poetica sinossi ? Certamente, Accetto può esser ricompreso nella complessiva “mnemosyne” foscoliana, dove tutta la tradizione lirica italiana rivive. Al fianco di Petrarca, Angelo di Costanzo e Monsignor della Casa ( “E tu ne’ carmi avrai perenne vita” ); Petrarca, Bembo, Costanzo e Tasso ( “A Zacinto” ); e Bertola, Marino, Costanzo, Parini, Alfieri, ancora Della Casa e Monti ( per tacer dello stampo classico catulliano: “In morte del fratello Giovanni” ); ancora Petrarca, Della Casa, Parini e il poeta ferrarese Onofrio Minzoni del 1794, nell’altro sonetto “Pur tu copia versavi alma di canto / su le mie labbra un tempo, Aonia Diva..”; e infine, Dante, Petrarca, Fantoni, Giusto de’ Conti, Della Casa e Alfieri, Cerretti o Parini ( “Che stai ? Già il secol l’orma ultima lascia..” ).

Dove, sempre, cosiddetti “minori” e “minimi” cantori vanno spontaneamente a coesistere, nella suprema armonia fantastica e stilistica foscoliana, con le più durature impronte dei “maestri”, – per dirla col Carducci – della “Itala gente dalle molte vite”.

Giuseppe Brescia