Dissenso critico e umana condivisione. Tra Ezio Levi e Croce. di Giuseppe Brescia

prof Giuseppe Brescia
Preside prof Giuseppe Brescia

In effetti, ironicamente lo stesso Croce precisava, nel medesimo contesto discussivo:”E avrebbe potuto, ( il Levi ) senza moltiplicazione aritmetica, parlare addirittura di ‘censore’, perché contro uno solo egli si rivolge, e questi son io, che ho più volte dimostrato tutti i mali effetti di quella confusione, cercando di metterne a nudo il fallace fondamento. (..) Ciò vuol dire che il Levi, da quel bravo e diligente studioso che esso è, ha ascoltato con molta attenzione la lezioncina che un tempo io somministrai ai critici, prendendo argomento dai lavori del Ricci ( sul tema Sofonisba )o del Kipka ( sul tema Maria Stuarda ), e ne ha fatto suo pro. (..) Ma sta di fatto che l’onesto ‘censore’, di cui sopra, aveva già concesso, a proposito del Ricci: ‘Intendo bene l’interesse storico che muove a indagare la fortuna avuta nella letteratura e nell’arte da alcuni personaggi e avvenimenti storici o leggendari che siano’ ( Problemi di Estetica, 2^ ed., p. 78)”.

Ezio Levi torna utile, per il suo “Maestro Antonio da Ferrara rimatore del secolo XIV” ( Roma 1920, pp.154-155 ), nel famoso saggio “Di un sonetto del Trecento sul modo di comportarsi nell’avversa fortuna, e di Paolo dell’Aquila” ( 1929, p. 19 in: 8-22 ), a proposito della esatta attribuzione della canzone “Non seppi mai” ad Antonio da Ferrara anziché a Paolo dell’Aquila, correggendo quanto sostenuto da Francesco Torraca. “Il Levi, dalla didascalìa che l’accompagna in un codice vaticano, ha tratto che Antonio da Ferrara la mandò ‘a una donna, dovendosi partire da quella terra dov’era la sua donna e andare altrove’ “.  L’incastro filologico è calzante, in merito all’importanza etico-politica ( oltre che meramente letteraria ) del sonetto “Un consiglio ti do che presto possa”, al centro del mio “Croce inedito” (1984 ), dopo le visitazioni del Russo e del Nicolini (1962 ).

Correzioni erudite a tesi dello stesso Ezio Levi, a proposito della identificazione del giullare Juan de Valladolid ( nei “Motivos Hispanicos”, Firenze 1933, pp. 75-109 ), sono ancora nel saggio crociano “Poeti spagnoli a Napoli” ( 1937), in “Aneddoti di varia letteratura” ( Bari 1954, I, pp. 218-219 ), con rinvio a propri precedenti studi sul Tansillo, o di Santino Caramella per il “Bartolomeo Gentile Fallamonica, contributo alla storia del lullismo nel Cinquecento” ( in “Dante e la Liguria”, Treves, Milano, pp. 127-176: “ignorato altresì dal Levi”, chiosa Croce ). Ma siamo già negli anni delle “ombre del domani” ( Huizinga ), della “lotta contro la ragione” ( Antoni ) e delle già avviate persecuzioni razziali. Il Croce scriverà più volte nei suoi “Taccuini” e a giornalisti svedesi e amici intellettuali ebrei tutto il suo “orrore”. Con questi sentimenti si raccoglie la parabola delle relazioni intellettuali e morali tra i due studiosi ( cfr. Archivio Ezio Levi, Biblioteca Universitaria di Bologna, MS. 4460 ).

Giuseppe Brescia