Croce e i comparatisti, di Giuseppe Brescia.

 Benedetto CroceLe relazioni tra Croce e alcuni comparatisti, conquistate sul terreno della passione risorgimentale e attraverso gli incunaboli della “religione della libertà” presenti nel pensiero politico di Edgar Quinet ( Terenzio Grandi ), o a difesa degli studiosi ebrei ( Raffaele Vita Foa, amico corrispondente e del Croce e del Grandi ), della poligrafia, francesistica e italianistica ( Carlo Cordié, Vittorio Lugli e Giovanni Macchia ), o della narrativa filosofica e della germanistica ( Bonaventura Tecchi ), vengono perlustrate nella presente Sezione di “Itinerari crociani”. Mi sta in mente la felice notazione di Norberto Bobbio a proposito del saggio di Fausto Nicolini, “L’ ‘editio ne varietur’ delle opere di Benedetto Croce” ( Bollettino dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Banco di Napoli 1960 ): “Mi pare che lo stato d’animo e il modo di comportarsi di un bibliografo di razza di fronte all’opera di Benedetto Croce possano essere paragonati a quelli di Bauschan, il celebre cane del racconto di Thomas Mann, nella inesplorata bandita di caccia del suo padrone: un continuo eccitamento per l’abbondanza della selvaggina, accompagnato dal gusto, sempre rinnovato della scoperta, dell’inseguimento, della presa, un girovagare irrequieto e faticoso, ma compensato dalla varietà e fruttuosità della ricerca, piacere d’abbandonarsi alla guida sicura dell’istinto, fiuto provocato e soddisfatto del proprio successo, abilità messa alla prova e premiata” ( “Un invito a Croce”, in “Rivista di Filosofia”, LII/3, luglio 1961, pp. 354-360: cfr. i miei “Sviluppi filosofici nella più recente ‘scuola’ crociana”, Schena, Fasano 1983 e il “Croce inedito”, SEN, Napoli 1984, pp. 7 sgg. ).

Terenzio Grandi e Raffaele Vita Foa. Il decano degli studi di storia del movimento repubblicano, Terenzio Grandi ( Valenza 1884 – Torino 1981), fu, in fondo, egli stesso, un “comparatista”, in quanto erede della tradizione mazziniana di “Pensiero e Azione”, fondatore della Federazione Giovanile Repubblicana, promotore di manifestazioni e saggi – durante il primo conflitto mondiale – a difesa del Belgio, Armenia e Polonia ( di queste ultime due nazioni aveva perorato la causa il ‘giusto’ Benedetto Croce ), nonché corrispondente e amico del poligrafo e geografo Arcangelo Ghisleri, del pugliese Pier Delfino Pesce e della sua rivista “Humanitas” ( 1911-1924 ), del poeta futurista Gian Piero Lucini e del politico piemontese Raffaele Vita Foa ( Alessandria 1872 – Torino 1955 ), perseguitato all’epoca di emanazione delle infauste leggi razziali ( 1938 ).

Ma soprattutto era attraverso la fitta rete di amicizie e retaggi risorgimentali, che si estendeva la vasta erudizione e la coltura europea di Terenzio Grandi.

Quando ebbi l’onore di collaborare – ancorché giovanissimo – al volume collettaneo “Mazzini e i repubblicani italiani. Studi in onore di Terenzio Grandi nel suo 92° compleanno” ( Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Palazzo Carignano, Torino 1976 ), fui sorpreso dalla di lui disponibilità e cortesia nel pormi a disposizione rare edizioni a proposito del fervente repubblicano andriese Niccolò Montenegro ( 1839-1879 ) e del suo, e comune, ‘maestro’, il francese Edgar Quinet ( Bourg 17 febbraio 1803 – Versailles 27 marzo 1875 ): ricerche poi confluite nell’industre lavoro “Niccolò Montenegro. La vita e l’opera (1839-1879 )”, ( Pensamultimedia, Lecce 2010), che ha potuto veder la luce ben oltre la parabola storica del Grandi, nei prodromi delle celebrazioni per i 150 anni dalla Unità nazionale. Allora, il rarissimo opuscolo di Edgar Quinet, “L’insegnamento del popolo” ( nella traduzione di A. Ungherini, Tip. G. Reali, Cagli 1873 ), unitamente al profilo del medesimo mazziniano “Aglauro Ungherini (1847-1934)”, pubblicato da Grandi nel “Bollettino della Domus Mazziniana” di Pisa ( A. VIII/2, 1962, pp. 27-56 ), mi fu con lungimiranza affidato dal cultore di storia patria e letterature europee. Tale opuscolo s’incentrava, e s’incentra tuttora, nella “Soluzione” etico-politica: “Organizzare l’insegnamento primario in particolare e l’insegnamento in generale è organizzare la società medesima. Ne risulta quindi che, per fondare la scuola sulla vera sua base, è necessario stabilirla sul principio che fa vivere questa società. Ora qual è il principio che si ritrova al fondo di tutte le nostre leggi, senza il quale sarebbero stati impossibili i nostri codici ? E’ contenuto tutto intiero in queste due parole: Secolarizzare la legislazione; separare il potere civile dall’ecclesiastico, la società laica dalla Chiesa” ( op. cit., p. 133 ). In appendice, Quinet commenta il principio di Giuseppe Mazzini: “Costituente e Concilio, son questi il Principe e il Papa dell’avvenire”, pubblicando altresì una ferma se pur cortese lettera dell’apostolo italiano, del 15 maggio 1853, in cui il Mazzini si difende dal fraintendimento del proprio scritto “Dal Concilio a Dio”. “Signore – dichiarava Mazzini a Quinet -, Voi poteste credermi inclinato a transigere, per politica forse, con il passato: nol sono; io sono davvero l’uomo il meno politico che al mondo esista. In Italia il sanno bene; ed è per questo che tutti gli opportunisti dell’intelligenza, da Gioberti a Mamiani, mi han fatto guerra. Ho scritto, avanti la insurrezione della Sicilia e le giornate di Milano, una lettera a Pio IX. (..) Ma, checché ne sia, è questo il senso che io dava alla espressione ‘dal Papa al Concilio’ da Voi criticata in uno dei vostri scritti. E da lungo tempo avea cuore il dirvelo, giacché Voi siete di coloro, dai quali piace l’esser compreso. MAZZINI”. Ma il Quinet premette: “Questa lettera degna della massima considerazione, in cui egli si difende dal senso letterale che io avea dato alle sue parole, contiene in germe fin dal 1853 il suo recente scritto ‘Dal Concilio a Dio’ del 1870” ( op. cit., pp. 157-160 ).

Per la verità, oltre la controversia ( da situarsi sempre storicamente, come il Mazzini richiama ), c’è da riaffermare quanto Quinet stesso asseriva convintamente ne “Il genio delle religioni” ( Paris, s.d., pp. 17-26 e 75-100, anche nella traduzione italiana di Niccolò Montenegro, con introduzione di Mario Aldisio Sammito, Giachetti, Prato 1868, Cap. VI ). “La religione è colonna di fuoco che precede i popoli nella marcia attraverso i secoli: essa è preceduta dalla poesia e seguita dalla filosofia. Alle origini di tutte le tradizioni si trova il ricordo di una vasta ispirazione: l’unità religiosa come fondamento dell’unità politica”. Quinet pertanto, in antitesi alle dottrine esposte nella “Vita di Gesù” di Leo Strauss (1835 ), rivendicava i valori della stessa religione cristiana, e la figura di Cristo non come “mito” o annunzio di “profezia messianica” ( à la Strauss ), ma come “persona”: “Come nella poesia scorgeva Omero, nella storia gli eroi, nelle istituzioni i legislatori, così nel Vangelo egli riconosceva Gesù”, vichianamente giudica Giuseppe Santonastaso nel capitolo “Religione e cristianesimo” dell’intenso volume “Edgar Quinet. La religione della libertà” ( Dedalo, Bari 1968 ), consentendo poi al Croce di attingervi la tematizzazione della “religione della libertà” e alcuni motivi del “Perché non possiamo non dirci cristiani” nel 1942 ( cfr. il mio “Niccolò Montenegro. La vita e l’opera”, cit., Lecce 2010. capp. IV e V ). E’ nel Risorgimento e nel patriottismo, segnatamente d’oltralpe, che fonda anche le proprie radici, la crociana “religione della libertà” , con il riconoscimento dell’ “anima infinita di Cristo”, anche se le vie divergono, o sembrano provvisoriamente dividersi, a proposito della “secolarizzazione” della vita civile o pedagogica, e della distinzione tra poteri dello Stato e poteri della Chiesa cattolica ( come accade nella polemica, sul punto, tra Quinet e Mazzini ). Colgo un motivo non ancora sufficientemente notato da critici e prosecutori, a proposito delle “radici cristiane” dell’Europa. “Egli ( i.e.: Quinet ) – chiarisce ancora Giuseppe Santonastaso ( op. cit., pp. 18-19) – sostiene che i critici e i negatori della personalità di Gesù non interpretano la sua vita interiore, il suo ritiro nel deserto in preda alle angosce, il dramma interiore prima di spingere l’umanità al suo avvenire: Strauss sostituisce alla semplicità della scrittura una astrazione: egli riduce il Cristianesimo a un effetto senza causa. Come nel paganesimo, la natura sensibile, il mare, la notte primitiva, il caos hanno servito di base alle invenzioni dei popoli, così l’anima infinita del Cristo ha servito di fondamento a tutta la teologia cristiana” ( il passo costituisce rifusione dall’originale di Edgar Quinet, “Il genio delle religioni”, cit., pp. 413-454 ). Dove sembra legittimo reperire taluni nuclei di anticipazione del Croce 1942, all’altezza del “Perchè non possiamo non dirci cristiani”, quando il filosofo italiano deduce il “miracolo del cristianesimo”. Mentre il Quinet scriveva del “regno interiore dell’anima”, “più grande dell’essere visibile”, Croce parlerà di “miracolo”, o “rivelazione dall’alto”, “diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”, operando la rivoluzione cristiana “nel centro dell’anima, nella coscienza morale”, esaltata in tutta la propria dialettica e trepidanza interiore.

Questi sono alcuni percorsi, sulle linee Mazzini – Quinet o Quinet-Croce, che la vasta erudizione e l’urbanità civile di Terenzio Grandi ci ha consentito, direttamente o indirettamente, di perlustrare. Ma il Grandi, sempre attento al “tentativo di interpretazione umana”, metteva in un giuoco di parole “Non sono uomo di carattere ma di caratteri” la impronta della propria missione, tipica nei tipografi risorgimentali, i quali “credevano” in quel che “facevano” ( e stampavano ), per la causa della repubblica e della libertà. Grandi fu anche amico del giovane Piero Gobetti, esordiente con “Energie Nove”: “Venne da me ancora coi calzoncini corti, o almeno con tal faccia di biondo sangiovannino che li avrebbe giustificati”, ricorda lo scrittore piemontese in alcuni suoi appunti inediti. Mazzini era per lui l’emblema della “personalità umana”, l’ “apostolo che vive quel che crede”. – “Io sono un ricercatore di piccoli fatti, che poi metto insieme e presento a mo’ di mosaico, sono un tecnico. E sono anche un sentimentale, cui piace frugare nell’anima degli uomini per scoprirne l’essenza”, confida di sé il Grandi nella “Epistola rievocativa di T. G. al sodale luciniano Glauco Viazzi” ( Ed. Guanda, Parma 1972 ). “C’è al fondo di tutte le sue esperienze, un senso quasi festoso della vita umana in tutte le sue forme”, – ricordano “Alcuni amici di Terenzio Grandi” nella Premessa al volume collettaneo del 1976 -, “una generosa disponibilità a sentire il meglio che ogni uomo, anche lontano da lui, porta con sé, un’intatta capacità di entusiasmo, una prontezza a godere di ogni cosa bella e buona, come il sorriso di una giovane donna e la Sinfonia ‘Jupiter’ di Mozart o il gesto di un amico. La vita..la lunga vita non lo ha sciupato. Solo chi, come lui, è rimasto giovane, può scrivere: ‘siamo immersi nella vita: tutto è vita, intorno a noi, ed è un fatto assolutamente meraviglioso’ “ (“Mazzini e i repubblicani italiani”, a cura di Narciso Nada per un Comitato di Amici,Torino 1976, cit., pp. X-XIV).

Il 12 aprile 1936, nel carteggio con Arcangelo Ghisleri, il Grandi parla di Raffaele Vita Foa ( Casale Monferrato 1872 – Torino 1955 ) e delle sue, e comuni, “scartoffie”: “Il problema delle scartoffie, l’amico Foa ce l’ha ugualmente, ma drammatizzato in modo caricaturale” ( cfr. “L’intransigente e l’idealista: Arcangelo Ghisleri – Terenzio Grandi” ( Carteggio 1904 – 1938 ), a cura di L. Grandi, Museo Nazionale del risorgimento, Torino 1992, p. 288; e Terenzio Grandi, “Un mazziniano piemontese: Raffaele Vita Foa”, in “Bollettino della Domus Mazziniana” di Pisa, X/2 ( 1964), pp. 39-57 ). Il corrispondente uomo politico Foa si era laureato dapprima in Matematica a Torino nel 1894, quindi a Firenze in Lettere ( dove aveva conosciuto Cesare Battisti ), con la tesi sul Mazzini del ’97. E dopo aver peregrinato per vari Licei ( Cesena, Alessandria, Genova, Caltanissetta ), insegnò dal 1914 al 1917 in Novara. Scrisse molto sul periodo risorgimentale e del Mazzini, divenendo autorevole socio di federazioni repubblicane ed associazioni mazziniane. Da tali Istituti dovè allontanarsi, all’epoca della emanazioni delle leggi razziali, nel 1938. Tra le 480 lettere del “Fondo Foa”, custodite in parte presso la Domus Mazziniana di Pisa (e i cui transunti sono acquisiti nei sistemi OPAC e SIUSA, messimi cortesemente a disposizione dalla Direttrice del “Gabinetto Vieusseux” di Firenze, che ringrazio ), ci sono una missiva di Benedetto Croce, di solidarietà di fronte all’ “orrore” ( giusta l’intervista concessa dal filosofo a un giornalista svedese in quel torno ), e due di Adele Croce, insieme a tante altre di Eugenio e Maria Artom, Luigi Gabba, Lia Moretto e della famiglia Ottolenghi ( lettere che la Direzione della “Domus” stessa, ripetutamente sollecitata, afferma di non esser ancora riuscita a reperire in Archivio ).
Carlo Cordié.

Carlo Cordié, nato a Gazzada- Schianno, in provincia di Varese il 2 giugno 1910 e deceduto in Firenze il 6 aprile 2002, comparatista e francesista illustre, e collaboratore – tra l’altro – di “Nuova Antologia” e della “Rivista di studi crociani”, è noto per le doti di “acribia, esattezza, dottrina”, nonché – umanamente – per “l’arguzia penetrante dello sguardo” e la “mite amabilità del sorriso”. Lionello Sozzi ricorda d’averlo conosciuto, nel dicembre del 1953, in rue de l’Ecole de Médecine, a Parigi, presso l’ Institut d’Italien della Sorbona, frequentato da Henri Bédarida, André Pezard e Augustin Renaudet, mentre il Cordié lavorava al ponderoso volume di “Avviamento allo studio della letteratura francese”, edito due anni dopo dalla Marzorati di Milano. Ma: “Cordiè aveva tenuto a darci di sé un’immagine diversa, non voleva che prevalesse l’idea del puro erudito, così ci parlò a lungo del suo rapporto con Croce, ragionò dell’ ‘Estetica’ e dei saggi crociani sul Rinascimento, disse del suo incontro con critici come Flora, Momigliano, Fubini, Russo o con filosofi come Banfi, o dei suoi saggi su Thibaudet e su Curtius, su Du Bos, su Valéry, sull’ abbé Bremond” ( cfr. Lionello Sozzi, “Carlo Cordié”. Biografie e Commemorazioni in “Atti dell’Accademia delle Scienze” di Torino, Annali 2004-2006, pp. 55-61 ). Lo stesso prosecutore piemontese ricorda gli incontri presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, in rue de Richelieu, con l’autorevolezza colà dispiegata dal Cordié; e l’impegno fattivamente preso durante l’alluvione di Firenze del 1966, mettendo in salvo un gran numero di libri e manoscritti ( Sia consentito un ricordo autobiografico, dal momento che anch’io, giovane studente universitario della Facoltà di Lettere e Filosofia di Perugia, il giorno del mio compleanno, 4 novembre 1966, recatomi a Firenze con tanti giovani, ebbi modo di conoscerlo per “controlli su testi alluvionati”, essendo da appena due anni nata la “Rivista di studi crociani” cui collaborarono Cordié e Mario Sansone, Garosci e Janovitz ).

Teofilo FolengoI primi studi del Cordié toccarono l’italianistica, e in particolare l’opera di Teofilo Folengo, cui avrebbe dedicato la splendida edizione critica per i tipi della collana ricciardiana “La letteratura italiana. Storia e testi”. A proposito delle di lui ricerche folenghiane del 1936-1937, non per nulla il Croce scrisse in “Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento”: “Più e meglio di tutti ha lavorato a questa indagine il Cordié nei suoi molti e sparsi saggi folenghiani, che non hanno avuto l’attenzione di cui sono degni e che giova sperare che l’autore voglia rielaborare in un armonico saggio complessivo”. E in effetti, nell’ “Archivio Contemporaneo” del Gabinetto “G.P. Vieusseux”, di Firenze, tra le carte “Carlo Cordié”, sono serbate quattro lettere, a lui rivolte, sul punto, dal Croce.

Lettera su carta della “Critica” ( in 4 facciate ): “Napoli, 24.III.(19)41.

Gentilissimo Prof. Cordié,
Ieri finalmente la posta mi ha recato i suoi quattro opuscoli, e io La ringrazio vivamente della Sua cortesia. Conoscevo già due di quegli scritti, e da essi mi son fatto il concetto ( che la lettura degli altri mi ha confermato ) di avere l ‘Opera del Folengo trovato in Lei il critico che meglio ne ha indagato il carattere e più esattamente indicato dove stia la parte sua più viva e poetica.

Il mio giudizio concorda sostanzialmente col Suo, e solo stimo conveniente presentarlo e ragionarlo con qualche diversità di prospettiva. Forse ne farò una nota per la “Critica”, nella quale darò il meritato rilievo al Suo esatto e felice lavoro intorno all’argomento.

Gioverebbe che Ella, delle molte ricerche già stampate e delle altre che mi dice di aver pronte, ricavasse un volumetto di un paio di centinaia di pagine, sulla poesia del Folengo.

L’antologia del Paoli, che è così pregevole per il corredo filologico e per le note, a mia impressione trascura la parte migliore dei diversi libri del ‘Baldus’, e dà, invece, qualche pagina delle opere italiane che senza danno si potranno lasciare ad uso degli eruditi.

Mi duole di apprendere della malattia da Lei sofferta e delle operazioni chirurgiche a cui si è dovuto assoggettare. Spero che ora sia in via di guarigione. Io mi propongo di andare a Milano verso la fine di aprile ( se è possibile in questi tempi formare propositi ! ); e spero allora di rivederLa presso il Casati. Mi abbia con affetto Suo dev.
B. Croce “.

Con lieta sorpresa, trovo che alla significativa epistola del Croce è allegato l’articolo da “Giustizia e Libertà” ( Torino, Anno II, Numero 16, Venerdì 18 Gennaio 1946 ), dettato da Leone Ginzburg, “Croce e Valéry”, edito con presentazione redazionale: “Uno scritto inedito del 1932 di Leone Ginzburg, che diresse a Roma ‘L’Italia Libera’ clandestina, e morì nelle carceri di Regina Coeli il 5 febbraio 1944”. Questo ritaglio fu trovato da Alfredo Parente e inviato a “Carlo Cordié, via Pietro Giordani 9, Firenze”, con data del timbro postale “Napoli Vomero, 4.VI.1966” , completo della notazione di “Bozze: B. Croce e A. Omodeo; B. Croce e L. Ginzburg”, di profondo interesse per la nascente “Rivista di studi crociani”, di cui – come s’è detto – il Cordié era fin dagli esordi tra i più autorevoli collaboratori ( Ringrazio la Direttrice Gloria Manghetti, la dottoressa Ilaria Spadolini, impegnate nel Gabinetto “G.P. Vieusseux”, non senza squisita gentilezza e profonda erudizione, nonché la erede di Carlo Cordié, Paola, per avermi consentito la pubblicazione e raccolta di queste note ).

Sempre del 1941. di varia erudizione e anche a proposito del citato Paul Valéry, sono le seguenti due missive del Croce, custodite nell’ “Archivio Contemporaneo del Gabinetto “Vieusseux”.
Cartolina postale, su carte della “Critica”.

“29.X.’41” ( data del timbro postale ).
“ Ch.mo Prof. Carlo Cordié,
Via Aurelio Saffi 9 Milano.

Caro Prof. Cordié,
Il mio amico Omodeo cerca invano di ritrovare dove abbia mai confuso il Constant, servitore di Napoleone, con Benjamin Constant. Forse i due nomi sono andati confusi in un ‘Indice dei nomi’ ? Ma quale ? A Suo comodo, mi dia questa informazione, e mi abbia cordialmente Suo B. Croce”.

Cartolina postale su carta della “Critica”. “Pollone, 10.X.’41.

Caro prof. Cordié, grazie della Sua lettera, e sarò ben contento di rivederLa in una delle mie gite da Arcore a Milano. Mi soddisfi una curiosità.

– Trovo in una mia scheda: ‘Valéry, Degas deux, 1938. Da un art.(icolo) del Cordié, “Leonardo”, aprile 1940, p. 138: accenno a una corrispondenza col Valéry’.

Mi chiarisca questo appunto. Mi dica qualcosa di più preciso del libro del Valéry, e donde Ella abbia tratto notizia di quella conversazione ( ci fu veramente, a Parigi, e fu assai buffa ). Può scrivermi ad Arcore, presso il sen.(atore ) Casati, dove andrò il 15 ottobre.

Saluti cordiali dal Suo B. Croce “.

Il Cordié si era impegnato a lungo sul cosiddetto “circolo di Coppet”: Mdame de Stael, Constant, Sismondi, Bonstetten, Barante e i fratelli Schlegel, raccogliendo via via il frutto delle proprie ricerche in “Ideali e figure d’Europa” (1954 ), “Saggi e studi di letteratura francese” ( 1957 ), “Romanticismo e classicismo nell’opera di Victor Chauvet” ( 1958 ), “La guerra di Gand e altre varietà storiche e letterarie” ( 1958 ), “Chateaubriand politico e altri saggi su uomini e idee dell’ Ottocento francese” (1859 ). Ma per allora attendeva alla pregevole “Antologia degli scritti politici” di Benjamin Constant ( Hoepli, Milano 1946: cui si riferirà il croce nell’ultima lettera, del 1949 ), allo studio del “Cours de politique constitutionnelle” dello stesso Constant ( di cui solo più tardi Etienne Hoffmann darà, a Losanna, la edizione critica ) e, riprendendo in parte taluni spunti critici di Benedetto Croce e Adolfo Omodeo, a “I limiti del pensiero politico” del Constant: “Proprio il Constant, col suo modo di ragionare, dai primi scritti dottrinari agli ultimi discorsi della maturità, ci fa comprendere di appartenere alla cultura raffinata e astratta del Settecento. (..) La verità è – chiarisce lo studioso libero e dalla erudizione sterminata, che andò in soccorso dello schiarimento filologico propostogli da Croce – che probabilmente Constant non aveva alcuna coscienza psicologica di quello che stava accadendo, sul terreno stesso delle sue intese con l’imperatore come con Luigi XVII e poi con Carlo X”. Naturalmente, ciò non toglie alcunché all’importanza del pensiero politico del Constant e del suo nobile Discorso del 1819 ( cfr. il mio “Radici di libertà”, Laterza, Bari 2011 ): ma resta che, per allora, si indulgesse a ravvisare in Constant “il problema di una instaurazione di puri valori etico-politici, non i termini concreti delle alternative e delle scelte; intendeva garantire un presente immaginato immobile e un po’ fuori della storia, non sapeva prevedere gli ‘inevitabili sviluppi della situazione sociale’ “ ( Lionello Sozzi, dalla citata “Commemorazione”, alla p. 58 ).

Per quanto riguarda l’altro spunto filologico e critico, concernente la “buffa” conversazione parigina tra Croce e Valery, esso verrà poi rivisitato ( oltre che nel “ritaglio” reperito dal Parente ) nella Sezione IV, “Scritti vari”, di “Altri scritti” di Leone Ginzburg, “Scritti” ( Einaudi, Torino 2000, pp. 461-463 ): “Croce ascolta tranquillo. (..) – Il signor Valéry avrà da parlare di Goethe, a Francoforte, tra non molto , ricorda gentilmente il padron di casa. (..) – Questi centenari sono un barbaro costume, – insinua Croce, non si sa bene se per condannare quel tono prezioso, o per dar modo al Valéry di uscirne.- Oh sì, consente infatti Valéry.I centenari vi costringono a certe cose, che voi altrimenti non fareste. Mi ricorderò sempre della volta che mi invitarono in Olanda, per il centenario di Pascal. (..) E’ quasi buio. Croce s’ è rannicchiato in un angolo dell’immensa poltrona. Dopo un po’ mi sussurra: ‘Volete che andiamo ?’ ”

Erano anche gli anni, a un di presso, in cui il Cordié era prodigiosamente in grado di risolvere errori di attribuzione, a proposito di un ignoto “baron de Vastry”, dalla citazione di terza mano del “Conciliatore” edito da Vittore Branca, scoprendo altresì orizzonti di insospettata attualità. In realtà, il “baron de Vastry” era “Pompée-Valentin, baron de Vastey”, autore di opere sui rivolgimenti avvenuti in Haiti, come le “Réflexions politiques sur quelques ouvrages et journaux français concernant Haiti” l’ “Essai sur le causes de la Révolution et des guerres civiles d’Haiti” (1819 ). “Della prima di queste opere, – rammenta l’attento Lionello Sozzi – è Sismondi che redige per il ‘Conciliatore’ una recensione, che poi non esce.. Cordié ritrova quel testo e lo pubblica: è uno scritto di grande bellezza, in cui Sismondi, già autore di una pubblicazione dal titolo ‘De l’intére^t de la France à l’ égard de la trait des nègres”, si batte per l’abolizione della schiavitù e scrive tra l’altro: ‘In quell’isola che i coloni hanno innaffiato di tanto sangue, e donde sono stati finalmente scacciati, quei negri ch’essi avevano tenuti alla catena e ridotti al grado di bruti, quei negri ne’ quali avevano soffocate ogni cognizione, ogni morale, ogni speranza,..quei negri lasciati a se medesimi hanno fondato un regno bellicoso ed una florida repubblica; sono entrati in quella carriera dell’ incivilimento onde non si cessava di respingerli, e vi hanno camminato a passi da gigante; hanno dato con la loro saviezza e le loro virtù una smentita solenne a coloro che parlando di essi calunniavano la natura umana e il suo creatore, e hanno mostrato che non è il colore della pelle né la misura dell’angolo facciale che debban rimuoverci dal riconoscere in loro i nostri fratelli”.
Valga a restaurare testimonianza e memorie di un tanto studioso di “letterature comparate”, l’ultima lettera diretta allo stesso dal Croce.

Cartolina postale su carta della “Critica”. “20 ottobre 1949.

Caro prof. Cordié, sono lieto di avere avuto dirette Sue notizie; ma io non avevo dimenticato Lei, né la Sua indefessa e varia laboriosità. All’editore Ricciardi può chiedere i due volumi delle ‘Nuove pagine sparse’, in mio nome e da mia parte. Nel caso, gli accluda questa cartolina. Mi compiaccio che sia tornato a Firenze, quantunque non posso dirLe nulla circa la possibilità della edizione omaggio di Laterza, dati i tempi molto difficili per i lavori di saggi letterari. Il Laterza ha pubblicato e pubblicherà qui parecchi libri nuovi, avendo dovuto attendere a rifornire i magazzini della sua Casa, vuotati negli anni della guerra.

S’ immagini che ha dovuto restaurare t u t t i i volumi delle mie opere, una seccatura, e non ha ancora finito. Mi congratulo sia del “Constant” che con la Casa. Saluti dal Suo B. Croce”.

Così ( “Oh gran bontà dei cavalieri antiqui !” ), con sensi civili, riferiti alla “religione della libertà” e alla difficoltà indotte dalla guerra, si chiude la corrispondenza di Croce a Cordié.

Vittorio Lugli.

Vittorio LugliVittorio Lugli, nato a Novi di Modena il 30 settembre 1885 e deceduto a Rapallo il 17 gennaio 1968, scrittore, critico e francesista, nonché collaboratore – tra l’altro – de “Il Mondo” e “Il resto del Carlino”, “Il Marzocco”, “Il Fanfulla della Domenica” e “La Cultura” di Cesare De Lollis, Ufficiale di artiglieria in Alto Cadore tra il 1916 e 1917, donde passò in Macedonia presso Salonicco, ove conobbe ( già allievo di Vittorio Puntoni e Giovanni Pascoli ) Alberto Savinio, insegnò in vari Licei ( Cento, Viterbo, Montepulciano, Vibo Valentia e Padova ), prima di conquistare – sempre per la Letteratura francese – la libera docenza nelle Università di Padova ( 1927 ) e Bologna (1935 ).

Di lui si occuparono, prima di Roberto Cincotta nel “Dizionario Biografico degli Italiani” della Treccani ( Volume 66, del 2006 ), Pietro Paolo Trompeo con Carlo Pellegrini ( in “Letteratura italiana. I critici”, Marzorati, Milano 1970, IV, pp. pp. 2936-2940 ) e Luciano Anceschi, “Ricordo di Vittorio Lugli” ( negli “Atti e memorie della Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena”, serie 7, IV, 1986-87, pp. 159-165 ), ancora l’inesauribile Carlo Cordié, per la “Bibliografia degli scritti di Vittorio Lugli e Diego Valeri” ( in “Studi in onore di Vittorio Lugli e Diego Valeri”, Venezia 1961, I, pp. XXI-XLIX ) ed il tranese Giovanni Macchia, nostro prossimo imminente profilo, negli “Studi di Letteratura francese” ( “Cinquant’anni di vita intellettuale italiana 1896-1946. Scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo anniversario”, a cura di Carlo Antoni e Raffaele Mattioli, Napoli 1966, pp. 33 sgg. ).

Gran studioso di Racine e dei moralisti francesi del Seicento ( tema quest’ultimo squisitamente attinente gli interessi crociani, dal frammento di Etica, “La gioia del male” in La Rochefoucauld, accolto in “Etica e politica”, coevo della ‘riscoperta’ dei “Caratteri” del La Bruyére o dei “Pensieri” del Vauvenargues, come – in ambito italiano del bolognese Virgilio Malvezzi e dell’andriese Torquato Accetto ), lasciò in retaggio alla Biblioteca Universitaria di Bologna – per il tramite della moglie Margherita – 44 buste di documenti e carteggi, che ringrazio quella Istituzione e il relativo servizio fototipico di avermi messo a disposizione.

La prima lettera del Croce a Lugli ( “Archivio Lugli”, Mss. 4333, V, 118-139 ) consiste in una
Cartolina postale su carta della “Critica” del 20 marzo 1927: “Al Sig. Prof. Vittorio Lugli. Forlì.

Caro prof. Lugli, Le sono veramente ( grato ) dell’invio del suo volumetto sul Racine, che mi duole di non aver conosciuto prima, ma, per pura pigrizia, non m’ero ancora risoluto a completare presso il libraio la collezione che posseggo dei ‘Profili’. L’ho, ora, potuto soltanto scorrere, leggendone con attenzione parecchie pagine; ma questo mi è bastato per riconoscervi il pregio della Sua critica, la quale evita felicemente la troppa sottigliezza dei più recenti critici e imbocca e percorre la via giusta per l’intendimento di quell’arte delicata.

Ha mandato copia del volumetto al Vossler, il quale, del resto, citava già con cura un Suo articolo ? Mi abbia con cordiali saluti Suo B. Croce”.

Il Croce allude all’articolo, gradito a Karl Vossler, “Rileggendo Racine”, edito da Vittorio Lugli nel fascicolo del settembre 1924 de “La Cultura” ( Anno III, 1924, Roma, p. 492 sgg.: cfr. Karl Vossler, “Racine”, con appendice di Benedetto Croce, Guanda, Modena 1942, pp. 128-129, a proposito della “vicenda tutta interiore” di Berenice): articolo in cui il fine studioso esplicitamente dichiarava il proprio “metodo critico”, crocianamente attento a cogliere i motivi poetici del “suo autore” Racine, congiungendo alla analisi estetica la filologica acribia, in grado anche di reperire i prestiti dei vari autori antichi e moderni, non senza ospitare l’esempio fornito nella lezione dell’altro suo ‘maestro’ Charles-Augustin Sainte-Beuve. Tale felice simbiosi veniva organicamente risistemata nel volumetto del 1927, per i “Profili” di Formiggini. Di lì a poco, a partire dal 1930, il Lugli iniziò a collaborare alla “Enciclopedia Italiana, con varie voci dedicate ad Andrea Chénier, Charles Leconte de Lisle, Charles Péguy, Marcel Proust, Arthur Rimbaud, il citato Vauvenargues, J.-M de Heredia e altri classici francesi: contributi alcuni dei quali poi raccolse nel volume “Due francesi. Flaubert-Chenier” ( Firenze 1933 ). Nello stesso anno, il Lugli pubblicò “Il posto nel tempo. Pagine dei quarant’anni” ( Torino 1930 ), sorta di consuntivo autobiografico e critico, strutturato in quattro parti, tra bilancio degli studi ( “Esperienza critica” ), permanenza della tradizione pur nella novità delle personalità poetiche e degli “stili” ( “Avanti lettera” ), familiarità “Coi grandi” e “letteratura, amore nostro”.

Di questo volume tocca il Croce nella seconda missiva su cartolina postale della “Critica”.

“Al Sig. Prof. Vittorio Lugli, via Mazzini 59, Bologna. 25.I.’31.

Gentilissimo Prof. Lugli,

Grazie della Sua lettera cortese, che trovo qui al mio ritorno da un viaggio. Il volume Suo non l’ho avuto ancora, ma lo gradirò molto.

Mi abbia con saluti cordiali Suo B. Croce” ( Mss. 4333, VI, 72-73 ).

Cartolina rinterzata da un biglietto: “Benedetto Croce / Senatore del Regno / ringrazia, vive congratulazioni” ( Mss. 4333, VII, 43 ), inviato da “Trinità Maggiore 12 Napoli”, senza data ma probabilmente del momento di notifica dell’avvenuto conseguimento della cattedra di Letteratura francese, da parte del Lugli ( il timbro, infatti, è della “Università di Bologna” ).

Di qualche anno più tardi risulta una lettera, vergata insieme dal Conte Alessandro Casati e dal filosofo, di vive congratulazioni per l’articolo del Lugli a proposito di “Emilio De Marchi traduttore di La Fontaine”, ne “Il prodigio di La Fontaine” ( Messina-Firenze 1939 ):
“ 11 ottobre 1940, Arcore ( Prov. Di Milano ).

Caro Professore e Amico, Quanta finezza di giudizio in questa Sua nota su ‘Emilio De Marchi traduttore di La Fontaine’ ! Con un esame particolareggiato e con una cura amorosissima Ella mi ha dato consapevolezza del valore poetico d’una versione che mi era nota fin dalla mia prima giovinezza. Con molti ringraziamenti pel cortese dono, La saluta il fedele estimatore ed amico Alessandro Casati.

Anche io ho letto e gustato molto la nota accademica, e ne prendo occasione per inviarvi i miei cordiali saluti. B. Croce “ (“Archivio Lugli”, Mss. 4333, IX, 28 ).

Il Lugli trovava nella versione italiana la conferma poetica del “prodigio” di La Fontaine: l’aver, cioè, il favolista francese, saputo sposare la “regola” dettata dall’ideale estetico del Seicento con tutto “quello che essa pareva escludere: capriccio, immaginazione, lirismo” ( cfr. i contributi di Cordié, Macchia, Trompeo o Cincotta, a lor luogo citati ).

L’ultima letterina di Croce a Lugli non è autografa, bensì dattiloscritta con firma del filosofo, oramai agli ultimi anni di vita e carriera mentale. L’eleganza con cui il ‘gran veglio’ indora la pillola per motivare l’intervento di una cosiddetta “raccomandazione” del giovane Rinaldo Garbari al Concorso di Estetica del 1951, induce a propendere per l’autenticità del messaggio.

Cartolina postale su carta “Quaderni della Critica, diretti da B. Croce”: “ ( Personale )

Napoli, 18 aprile 1951.

Caro prof. Lugli,

Mi scusi se Le scrivo di un mio amico, Rinaldo Garbari, che si presenta per la libera docenza in Estetica tra alcuni giorni. Sono costretto a far ciò dal bel costume che si è preso verso di me che è di non attaccarmi personalmente, ma di punirmi come il re Corrado, padre di Corradino, nei miei amici e scolari. Ora il Garbari è uomo di studii accuratissimi e io stesso ho ignorato il valore dei suoi studii fin quando con mia sorpresa e a mia insaputa scrisse un finissimo saggio sui miei primi passi nella scienza dell’ Estetica. In questa materia è veramente preparatissimo. Dico ciò per dovere di coscienza e per senso di giustizia. Né aggiungo altro perché sarebbe superfluo e poco conveniente. Mi abbia con saluti cordiali Suo B. Croce” ( Mss. 4333, XV, 19 ).

Non conosciamo l’esito del Concorso in Estetica, per libera docenza, del ’51: né, forse, interessa tanto il conoscerlo. Sì – bene – sappiamo che il Garbari era stato autore della dissertazione “Genesi e svolgimento storico delle prime tesi estetiche di Benedetto Croce (1893-1900), edito nel 1949 in Firenze, dal Fussi: ricerca che, peraltro, lo studioso, vorrà coronare due anni dopo ( verosimilmente su impulso dello stesso Croce ) con il complemento “Le più recenti riflessioni estetiche di Benedetto Croce” ( sempre da Fussi, Firenze 1951 ). Croce si riferisce alla prima, e più nota, delle due pubblicazioni ( la seconda, forse introvabile, non era ancora apparsa nell’aprile 1951 ): lavoro diligente e completo, di sulle basi delle “Tesi generali di una Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale” ( Vecchi, Trani 1900 ) e della Memoria “La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte” del 1993, riospitata una prima e una seconda volta nel volume medesimo edito, con tutto l’ampio corredo di risposte e polemiche e annotazioni e postille, sempre dal disinteressato e coraggioso Valdemaro Vecchi nel 1897 ( cfr. il mio “Croce inedito”, SEN, Napoli 1984 e, poi, a seguire da una serie di riesumazioni, ripetizioni e rivisitazioni accademiche ). Sappiamo che dell’onesto lavoro del Garbari si era, intanto occupato, il futuro studioso di Etica stoica e ciceroniana oltre di estetica, Domenico Pesce, in “Lo Spettatore italiano”, diretto da Elena Croce ( Roma, a. III, n. 5, maggio 1950, pp. 117-118 ), di carattere descrittivo.

Ma Croce, alludendo a rivalità e gelosie, ironicamente paragonandosi a Re Corrado, padre di Corradino, lascia intendere di “rumores” e “dispiacenze” fatte circolare, nella critica da pianerottolo, a carico dell’allievo e ( indirettamente, per interposta persona) anche suo. Comunque sia di ciò, resta un tassello della amicizia e collaborazione Croce – Lugli, quest’ultima testimonianza, resa “per dovere di coscienza” e “senso di giustizia”. E forse, se avesse potuto prevedere quel che sarebbe accaduto nel mondo accademico italiano nei decenni successivi alla sua morte e tentata “rimozione” ( l’espressione è di Michele Maggi), Croce avrebbe potuto paragonare la propria situazione, non tanto a quella di re Corrado, ma dell’imputato delle cosiddette “purghe” .
Giovanni Macchia.

Giovanni Macchia, uno dei geni fioriti nella provincia meridionale, nato a Trani il 1912 e poi trasmigrato alla “Sapienza” di Roma, dove morì nel 2001, anch’egli gran francesista e comparatista, si segnala, oltre che per la collaborazione al “Corriere” e alle più importanti riviste letterarie italiane ed estere, per lo smalto stilistico del suo profilo di “Luigi Pirandello”, affidato alla “Storia della letteratura italiana”, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno ( Garzanti, Milano 1968, I vol. ), ove dipinge la Sicilia originaria e l’ambientazione della Roma umbertina, con i suoi palazzi e travagli, che fungono da proscenio e fonte d’ispirazione – insieme – per le vicende dei personaggi e delle storie dello scrittore. Fui tra i promotori per la dedica di una lapide memorativa all’altezza della sua casa natale; come già dei restauri crociani, attinti al serbatoio della Tipografia Vecchi, e della riedizione del celebre “Inno a Trani”, dettato da Cesare Brandi ( con le illustrazioni di Renato Guttuso ), per il laterziano “Pellegrino di Puglia” ( mémore sempre del conforto del gentiluomo direttore della tranese Biblioteca “Giovanni Bovio”, Benedetto Ronchi ).
Ma il Macchia esplorò a fondo tutto il campo della letteratura francese, pervenendo alla vasta sintesi della “Storia” in due volumi, edita per i tipi della Casa Editrice Sansoni di Firenze: soprattutto il Seicento francese, Molière, Racine, Corneille, i grandi moralisti, fino a Proust e al Baudelaire poeta e critico.

A questo autore, infatti, dedicò un penetrante saggio giovanile, “Baudelaire critico” ( Sansoni, Firenze 1939), tema ripreso in “Baudelaire e la poetica della malinconia” ( Napoli 1946 ), “La critica letteraria di Baudelaire” ( Bari 1949 ), “Il paradiso della ragione” ( Bari 1960 ), “I fantasmi dell’opera” e, ancora, “Baudelaire” ( rispettivamente, Milano 1971 e 1975 ). Reso avveduto dal saggio crociano in “Poesia e non poesia” del 1922, il Macchia scrive: “Sarà facile vedere, come aveva visto benissimo il Croce per Barbey d’Aurevilly, e dopo aver da parte nostra mostrato su quali basi generali poggiasse il pessimismo baudelairiano e il suo disaccordo morale, che quella realtà, quella ragione era data a Baudelaire dall’arte, dal suo sentirsi artista, e la sua poetica, il suo pensiero estetico deriverà necessariamente da questa posizione” ( “Baudelaire critico”, p. 12 ). Opportunamente il Macchia ricorda nella nota 32 la confessione ingenua e disperata di “A une heure du matin”, consegnata ai “Petits poemes en prose”: “Seigneur mom Dieu ! Accordez-moi la grace de produire quelques beaux vers qui me prouvent à moi-meme que je ne sui pas ‘le dernier des hommes’, que je ne suis pas inférieur à aux que je méprise”. Anche se il recente studio di Roberto Calasso ( “La folie Baudelaire, Adelphi, Milano 2008 ) trascura i contributi di Macchia e Croce, si pone – in fondo – sulla medesima linea esegetica, allorché riferisce la attestazione del Baudelaire all’amico notaio Ancelle: “Eccettuati Chateaubriand, Balzac, Stendhal, Mérimée, de Vigny, Flaubert, Gautier, Leconte de Lisle, tutta la gentaglia moderna mi fa orrore. I vostri accademici, orrore. I vostri liberali, orrore. La virtù, orrore. Il vizio, orrore. Lo stile scorrevole, orrore. Il progresso, orrore. Non parlatemi mai più di chi non dice nulla” ( R. Calasso, op. cit., p. 97: da valer bene, e sempre, per “almanacchi, almanacchi nuovi” ! ).

In un raro fascicolo, o “Quaderno primo” di “Poesia”, diretto da Enrico Falqui ( “Nuove Edizioni Italiane”, Roma, febbraio 1945, pp. 96-100), il Macchia s’era occupato di “Baudelaire e l’ ‘alchimie de la douleur’”, problema da me ripreso in molti studi di ermeneutica filosofica, di soggetto baudelariano ( cfr. “Il vivente originario”, Seconda Parte e “Tempo e Idee”, rispettivamente Albatros, Milano 2013 e 2014, entrambi con Prefazione di Franco Bosio ). Anche Oscar Wilde ( 1854-1900) si rapporta al Baudelaire, in “De Profundis clamavi” e nel postumo “De Profundis”, fino alla lunga lettera all’amante Bosie, in cui Masolino D’Amico vede un “Baudelaire molto filtrato” ( cfr. “Tutte le opere”, pp. 596 sgg., 748-750, 780 e 853-931 ). La dialettica delle passioni è colta da erich Auerbach, pel quale “il significato storico dei ‘Fleurs du mal’ è ormai incontestabile. Senza i ‘Fleurs du mal’ non è pensabile non soltanto la veste stilistica della lirica moderna ma neanche quella di altre forme letterarie del secolo da allora trascorso. Ritroviamo le tracce di Baudelaire in Gide, in Proust, in Joyce e in Thomas Mann, come pure in Rimbaud, in Mallarmé, in Rilke ed Eliot. Lo stile di Baudelaire, quella irripetibie mescolanza che abbiamo cercato di descrivere ( di “orrido” e di “sublime” ) è vivo come non mai” ( cfr. “Da Montaigne a Proust”, Garzanti, Milano 1973, pp. 172-220 ). A differenza di Sartre, l’autore di un noto saggio sul “Baudelaire” ( risalente al 1946, ed. it., Oscar Mondadori, 1990 ), che dà del poeta una lettura in chiave esistenziale, sostenendo anzi che il Baudelaire avesse avuto il destino che si sarebbe meritato, sia Croce che Auerbach – per vie diverse – sollevano il problema sul piano catartico dell’opera, vedendo nella poetica baudelairiana un rapporto dialettico tra biografia ( radicata nella esperienza di una infanzia infelice e del legame con la nutrice) e poesia, “orrido” e “sublime” ( “Spleen”), “annichilimento totale” e la “massima dignità dell’opera”. Su queste tastiere, compone la propria interpretazione il Macchia: “La poesia di Baudelaire si svolge su sentimenti contrari, opposti. Da una parte un bisogno prepotente di idealità, e dall’altra un fermarsi continuo, stagnante nella materia, e quel bisogno è determinato proprio da questo senso della materia, che la spiritualità del poeta supera a fatica” ( op. cit., Cap. II, p. 29 ). Onde anche: “Poe ha distinto delle attività dello spirito tre elementi fondamentali: il puro intelletto, il gusto e il senso morale” ( op. cit., Cap. IV, p. 178 ). In una lettera assai intensa a Gustave Flaubert, Baudelaire aveva confessato tutta la propria, e moderna, religione dell’opera: “Mi dite che lavoro molto. E’ una beffa crudele ? Lavorare significa lavorare senza tregua; significa non avere più sensi né fantasticherie; e significa essere una pura volontà sempre in movimento” ( R. Calasso, op. cit., pp. 63 e 81 9. Ma qui risuonano le note della “vie”, l’ “urlo della via”, la “vitalità”, il “mondo della vita”, l’ “élan vital”, o la “Erlebnis”, o il “Leben” o l’ archetipico – ancora – e la “razòn vital” ( giusta la doverosa contestualizzazione categoriali di questi concetti sulla “forza della materia” e la congiunta aspirazione sua a sollevarsi nella “idealità” del celeste e dell’infinito, in Baudelaire, Croce, Husserl, Bergson, Dilthey, Simmel o Klages, Freud e Jung, e Ortega ).

Alla fine, Macchia, di cui è impossibile restituire in breve sintesi il profilo della variegata e poliedrica attività critica, estetica e saggistica, pubblica un “Croce inedito”, – lui, ‘laico’ – del recuperato appello al cristianesimo e alla salvezza dell’uomo, con il saggio “Croce: la guerra tra sentimenti e ragione”, nel “Corriere della sera” – Cultura, del 2 marzo 1991, alla pagina 11, dal sottotitolo “I dubbi della coscienza nella lettera di don Benedetto al filosofo interventista Arturo Moni”, all’altezza del deflagrare del primo conflitto mondiale ( 19 aprile 1915 ), e che ripubblichiamo a segnare il ritrovamento collegamento con il primo ‘maestro’ di vita intellettuale civile ( infatti così è titolata la raccolta di studi, promossa dall’Antoni, per gli ottant’anni di Benedetto Croce, raccolta cui il Macchia aderì e partecipò per il bilancio degli studi sulla letteratura francese ).

“ Carissimo Amico,
grazie della lettera ‘aperta’, che ho letta e meditata, lieto che Ella abbia fatto udire una parola alta in queste discussioni. Quanto a me, cosa dirle ? Io non riesco ancora a ‘sentire’ questa guerra. La condizione nostra di antichi alleati, la persuasione che con la Germania abbiamo minori cagioni di conflitto che con altri popoli, e che con l’Austria un’intesa sarebbe possibile se si liquidassero certe questioni irritanti; l’ibridismo della Intesa alla quale in caso di intervento dovremmo appoggiarci, e che certamente si scomporrà in un prossimo avvenire; sono tutti motivi che tengono sospeso l’animo mio.

A me pare che noi scontiamo ora la colpa di non aver fatta sul serio la politica estera nella quale ci eravamo impegnati da un trentacinquennio. Incerti e fiacchi prima, siamo disorientati ora. E una risoluzione degna e netta ci è resa impossibile: dobbiamo augurarci di uscire da questa crisi col minor danno e col maggiore onore, e far senno per l’avvenire.

Insomma, alla grande politica mi par che abbiamo già rinunziato col nostro atteggiamento allo scoppio della guerra: e temo che ci tocchi condurre, purtroppo, una piccola politica, di transazioni e cautele. Vorrei ingannarmi, mi auguro di cuore d’ingannarmi; e talvolta sogno anch’io un nostro intervento, che affretti la fine della guerra e ci risollevi moralmente.

E quando vedo uomini come Lei avere buona speranza e fiducia nell’intervento, io non mi dolgo di trovarmi in disaccordo, ma quasi mi compiaccio, come nel riconoscere che c’è in Italia una forza della quale io dubito e che pure desidero che ci sia.

Una stretta di mano dal Suo aff. B. Croce”.

“Auguriamoci di uscire dalla crisi col minor danno e col maggiore onore, e far senno per l’avvenire”, preveggentemente scrive Croce al filosofo amico, traduttore della “Logica” di Hegel per la Collana Laterza, Arturo Moni. Finemente, il Macchia pone in risalto il carattere di “questa breve lettera ad un amico, lontana da ogni faziosità”, come “espressione di quella sofferta coscienza morale cui terrà fede in tutta la sua vita e in tempi avversi”. “Alte e consolanti parole”, tese a distinguere la dimensione della guerra “tra sentimenti e ragione”, quasi “corneilliana lotta tra sentimento e ragione”, come chiosa l’esperto francesista Macchia, da riproporre e meditare ancor oggi nel centenario della grande guerra, in cui pare che quelle sofferte e premonitrici espressioni sian state dimenticate.
Bonaventura Tecchi.

Non risultano tracce di carteggi tra Bonaventura Tecchi e il Croce. Non tanto per diretta o indiretta corrispondenza, quanto per virtù ermeneutica, si stringe il rapporto tra i due spiriti magni. Lo scrittore infatti, fine letterato e germanista ( Bagnoregio 1896 – Roma 1968 ), finito a Caporetto nel ’17 ed internato al campo di Cellelager, vicino Hannover, con Carlo Emilio Gadda e Ugo Betti, poi docente di Letteratura tedesca Roma e Accademico dei Lincei a partire dal 1963, dimostra per vivi tratti una ispirazione etico-estetica affine alla lezione crociana. In particolare, il suo romanzo più noto, “Gli egoisti”, scritto nel 1959 e vincitore del Premio Bancarella, cui arrisero venti edizioni sino al 1962 ( romanzo filosofico, tuttavia, concepito nel ventennio precedente ), esplora il fondo oscuro della vita e il senso “demonico” della esistenza del “male”, effettività cui il “principio di attività” e la “dolcezza” possono – umanisticamente e cristianamente – offrire riparo.

Tecchi, negli stessi anni, scrive “La presenza del male” ( Bompiani, 1947 ), distillato filosofico del racconto “Gli egoisti”, che pregio in quanto esempio dell’ “arte ( per dirla con Rosario Assunto ) punto di vista per la filosofia”. Esperto di Goethe e Mann ( classici autori cui dedica numerosi saggi e traduzioni ), ambienta nella Roma cinica e sensuale degli anni Quaranta ( ma non solo ) lo scenario metafisico e ideologico dell’imperversar del “male”. I personaggi del Capitolo I, “Pranzo per soli uomini”, ingaggiano una diatriba teologico.filosofica sul male, che risente della “Montagna incantata” di Thomas Mann, e dell’alternativa dialettica Naphta-Settembrini, il gesuita reazionario e il progressista democratico, che finiscono per incontrarsi nel dibattito, come i “lottatori” di Hegel. Partendo dalla scena madre della discussione romana ( scena l cui eco risuona a lungo più volte negli sviluppi biografici del romanzo ), Tecchi punta diritto al problema dei problemi, al nocciolo della questione, che risiede nel riconoscimento della natura come origine del male, e della sua “oggettiva” consistenza ( addirittura confutando, in un punto, la tesi agostiniana della “ne-quitia”, o “inesistenza” del male ). Nel ’46, a casa del medico Contarini, si svolge dunque il dibattito tra lo stesso, i giovani Giacomo D’Alessio ( che convolerà poi a infelici nozze con Isy, Isabella Dardi ) e Marcello Rudòr ( fisico e letterato traduttore, il primo e il secondo ), Fausto Almirante ( filosofo orientalista e docente ), un anziano Monsignore gaudente e gran fumatore di sigari, ed il giovane dotto prete olandese Den Bergen che si rivela vero vincitore della contesa ( di cui a distanza riesce a prevedere gli sviluppi dottrinali e morali ), con – ancora – Roberto Fauni, nipote di Contarini e futuro consorte di Jeanne, conosciuta in Svizzera ( Ma tutti i matrimoni son miseramente destinati a fallire, a cagione dell’essere, i protagonisti, “Gli egoisti” ).

La contesa si polarizza presto tra Almirante e il giovane teologo olandese: terreno di incontro-scontro è il “riconoscimento” del “male”, dove, però, il “male” è detto “fòmite di vita”, quasi riflesso ( mai però esplicitamente dichiarato ) del “vitale”, tormentosamente indagato nel Croce della piena e tarda maturità ( Ma diversi accenti della controversia fanno intendere che Tecchi stesso ne abbia puntualmente seguito il corso teoretico ). Si veda la convinzione di Fausto Almirante: “Anzi, più che vero ‘male’, è una forza, di là dalla ragione e dal’intelletto, di là dal bene e dal male: una forza oscura, misteriosa, una spinta vicina alla matrice della vita, un fermento che, come in certi acquitrini d’estate, urge verso la vita, aiuta la vita, e non tanto a nascere quanto a portarsi avanti” ( pp. 28 sgg. ).
“Nella sala da pranzo si è fatto il silenzio”. Quando Almirante prosegue, riecheggia il decorso degli studi di filosofia germanica ( collega di Tecchi essendo Carlo Antoni ): “Quante volte ne sentiamo il richiamo: fondo, lontano, conturbante, peccaminoso; e insieme affascinante richiamo, più della vita che della morte. (..) E’ una forza che altri ha chiamato ‘demonica’. Non però il buon ‘daimon’ di Socrate che era un’essenza solo divina, quasi un angelo; ma neppure il ‘diabolico’, il diavolesco medioevale, anzi mille miglia lontano da questo. Il dubbio critico è forza ‘negativa’; o, se lei vuole, ‘debolezza’. La potenza, di cui parlo io, la collaborazione misteriosa fra bene e male, è forza ‘positiva’, che aiuta la vita”. Ecco qui, nel’accento posto sulla “debolezza”, è dato ravvisare le note critiche dell’Antoni, a proposito della “fiacchezza” insidiosa, della carenza di “attività”, che resta alle “origini della dialettica” tra le forme di attività spirituali, come anche della reciproca possibile “invadenza” di una forma ( o categoria dello spirito ) nell’altra, sempre all’interno di una ripensata “logica dei distinti”, e del correlativo “passaggio” alternativo, nella filosofia crociana.
Ma ha capito già tutto il giovane prete, ricostruendo la estrema alternativa nei contesti originari da “Kulturgeschichte” e metafisica dottrinale. “ ‘Mi pare’, risponde pacatamente il sacerdote giovane, ‘che lei abbia cambiato autore: dalla Russia siamo passati, se non sbaglio alla Germania, da Tolstoi a Goethe..Ma a parte il modo e i limiti con cui dovrebbe essere inteso, anche se fosse ammissibile il ‘demonico’, – e sempre tali limiti sentì il ‘suo’ autore tedesco, e sempre il modo con cui lo vide fu di estrema cautela, di quasi religioso orrore, – a parte tutto questo, non vedo come la sessualità possa esser vicina a Dio’…”

Lo spunto comporta intensa discussione a proposito della netta differenza tra ‘spirito’ e ‘anima’, ‘pneuma’ e ‘psyche’, ‘Geist’ e ‘Seele’ ( a San Paolo a Goethe a Mann ); e già approda al sentimento della “dolcezza”, immanente nel quieto sorriso del giovane prete ( p. 35 ).

“Lo sguardo del giovane prete gli risponde, ed è quanto mai semplice, chiaro. Come se in quella dolcezza ci fossero già tutte le passioni del mondo, e anche la pietà, che è passione e comprensione: pietà di tutti”. Punto altissimo, da “dialettica delle passioni”, come per: “La pena è del giudice”, dedotta negli articoli della rubrica “Il tempo e le Idee” di Carlo Antoni, per “Il mondo” di Mario Pannunzio, di cui anche Tecchi è prestigioso collaboratore ( articoli poi raccolti nel volume dallo stesso titolo, della ESI di Napoli, 1967 ).

Al recupero del sentimento della “dolcezza” torna, conclusivamente, il racconto ( cfr. le pp. 207-209, 244, 295 e 323-337): come, indipendentemente, noi – attraverso le varie forme del kantiano “giudizio”, l’addolcimento nel senso nella cura e persino nella lotta, abbiam proposto in “Ontologia e gnoseologia del male”. Mentre il Tecchi degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, a più riprese del romanzo oggi da recuperare, insiste sempre sulla effettuale “consistenza” del male ( pp. 87-88), il suo esser il “fondo della vita” ( pp. 89-90), l’ “ansito di vita” ( p. 126 ), la “sorgente nascosta” ( p. 161 ), che perennemente rigenera, da sé, la “vita” ( pp. 162-163 ). Superando altri aspetti narrativi o paesistici ( l’acquitrino è emblema del male che riproduce la suo seno la vita stessa ), l’asserzione del Tecchi è rielaborata nell’estremo grande colloquio tra Marcello Rudòr, rimasto solo, e il prete Van der Bergen.
“ ‘Esso rimane’. Disse Padre Van der Bergen, ‘come il mistero più grande di questo mondo. Rimane questo enigma perchè Iddio abbia voluto che il male esista’. ‘ E allora ?’, chiese con impeto Marcello. ‘E’ Goethe stesso, il suo Goethe, che può darle per lo meno l’avvio a una soluzione. Egli parla di rassegnazione, questa è la sua parola; e anche qui usa, più d’una volta, la parola d’origine latina: R e s i g n a t i o n. Ma egli parla sempre di ‘rassegnazione produttiva’, non già passiva e inerte, di fronte a tale mistero. Anzi, parla perfino di azione, di n o b i l e a z i o n e’ “. –
Notevolmente, lo stesso dotto aggiunge: “ ‘Ma sa che anche il suo Goethe affermò una volta che la distanza fra la ‘parola nuova’ di Cristo e il Vecchio testamento è ‘più grande’ ancora di quella che esiste tra cristianità e paganesimo?’ “ ( Notazione ermeneutica da registrarsi oggi, alla luce anche del “Perché non possiamo non dirci cristiani”, del Croce 1942, a proposito della storia del Gran Veglio della Montagna, a paragone con il Nuovo testamento ).

“ ‘ Una concessione dunque’, chiese maliziosamente Marcello, ‘una concessione anche questa al demoniaco, una vicinanza discreta fra bene e male ?’. ‘No’, disse Padre Van der Bergen, ‘è altra cosa. La presenza del male c’è, i demoni ci sono. E’ un atto di umiltà riconoscerlo, non ignorarli. Anche un sacerdote non può ignorare la presenza del male. Ma nei tempi moderni c’è la tendenza a mettere sempre più l’accento sulla mescolanza, sulla cooperazione tra il bene e il male, più che sulla distinzione.. E’ il pericolo più grave, oggi; è il seme della confusione. I demoni, che pur sono il mistero della vita, sono in fondo i nostri nemici’ “ ( pp. 322-325 ).

Ma non basta. “ ‘E allora come combatterli ?’, chiese Marcello Rudòr. ‘Prima di tutto – egli aveva detto – la fiducia e il rispetto verso l’anima degli altri’ “ ( p. 326 ). Poi: “ ‘L’ha detto il maestro dei maestri, l’ha ripetuto l’autore delle ‘Confessioni’, che fu citato anche da Almirante: ‘Non si entra nella verità, se non per mezzo dell’amore’ “ ( p. 329 ). “Vincere i demoni, trasformare il male in bene, l’orrore in amore: questo era il vero mistero, più grande ancora di quello della presenza del male” ( p. 333 ). – “I due amici non poterono fare a meno di pensare al grano e al loglio che devono crescere insieme, e alle terribili parole: ‘fino alla mietitura’ “ ( “Lasciate che il grano e il loglio crescano insieme, fino alla mietitura”, da Matteo, XII, 30: lezione che i diversamente opinanti interpretano, o fino al ‘Giudizio Universale’, o fino al ‘compimento del personale destino’ ).

Perciò: “Quando furono dalle parti di San Paolo, ai due amici parve che tutta la città ardesse in un fuoco di apocalisse. (..) Ancora una volta Roma, una delle città più cariche di mali e di corruzione e di storia ma anche una delle più ricche di luce e di speranza, si presentò inafferrabile, troppo grande ai loro occhi. Tremenda fu quell’impressione d’ apocalisse, l’attimo in cui le colonne e gli archi, le mura e i ponti, e perfino le chiese, parevano avvampare e annientarsi. Ma quando furono in cima all’ Aventino, ebbero una rivelazione. In quel cielo rosso, che ormai aveva invaso tutta la città, c’era come un volo d’angeli” ( pp. 334-335 ).

Tecchi, “filosofo del male” e interprete del “mondo della vita”, dunque. Ma, anche e soprattutto, cultore di Goethe. A conclusione ( se di conclusione può parlarsi nell’infinito ‘orizzonte della interpretazione’ ) della presente rassegna, riprendo le “Sette liriche di Goethe”, pregevole volume della Biblioteca di Cultura Moderna ( al n. 468, della Casa Laterza, Bari 1949 ), collana ispirata dal filosofo Croce, non a caso citato in Bibliografia ( a p. 181 ), per il suo “Goethe”, nella riedizione del ’46. Dove, nella fine lettura e interpretazione di sette liriche di Goethe ( degli anni 1775-1786 ), si segnala il “Canto degli spiriti sopra le acque”, frutto del secondo viaggio in Svizzera, compiuto dall’ “Alt-vater” nel 1779 ( canto anticipato in una poetica lettera dello stesso a Carlotta Von Stein ).

Come attingendo al “regno delle Madri”, risorsa inesauribile per l’inconscio collettivo, Goethe veniva confidando alla Von Stein: “ Del Canto degli spiriti io ho udito ancora meravigliose strofe, ma mi posso appena ricordare delle qui accluse” ( Bonaventura Tecchi, op. cit., pp. 97 sgg. ).

“E’ il canto dell’umiltà e fugacità e labilità umane. (..) Il Canto degli spiriti sopra le acque è, per noi, semplicemente la poesia dell’inconsistenza, della vanità e labilità umane”.

Come nota ancora Tecchi: “La parola ‘spirito’ ( ‘Geist’ ) non compare mai in tutta la poesia, il confronto con l’acqua e col vento potrebbe essere anche opera dell’uomo, del poeta; eppure, se detto dagli spiriti in relazione all’uomo, ha un significato più vasto e più tragico; e anche la parola ‘acqua’ nel testo della poesia è sempre usata al singolare, solo nel titolo ( ed è più suggestivo ) al plurale”.

“L’anima dell’uomo / somiglia all’acqua. / Dal cielo viene, / al cielo sale / e di nuovo giù / alla terra deve ( tornare ) / in eterna vicenda. // Sgorga dall’alto / erto dirupo / il limpido zampillo, / leggiadramente si polverizza / in onde di nuvole / sulla roccia liscia; / e, dolcemente accoto, / peregrina, coprendosi di veli, / lievemente frusciando, / giù nel profondo. // S’ergono scogli / di contro alla cascata, / spumeggia questa irosa / di scaglione in scaglione / verso l’abissi. // Nel piano letto ( il fiume ) / scorre lentamente entro la valle prativa, / e sul lago liscio / saziano il viso tutte le stelle. // Il vento è dell’onda / leggiadro amatore; / il vento rimescola dal fondo / spumeggianti flutti. // Anima dell’uomo, / come somigli all’acqua ! / Destino dell’uomo, / come somigli al vento !” ( op. cit., pp. 92-95 ).

E quali abissi, tra la letteratura filosofica o estetica e gnomica della metà del secolo scorso, illuminata dalla “incidenza” di Croce e di altri autori, “individui cosmico-storici”, che più o meno esplicitamente ad essa si rivolgevano, ed il ciarpame variamente sentimentalistico, o relativistico e complottistico, del giorno d’oggi ! “Speriamo che dio ci ascolti!”, disse una volta Franco Cardini, a proposito della dimenticanza di “autori” come Rosario Assunto e altri estetologi e comparatisti di consimile ala statura: restauro filologico e critico cui ha inteso, per ciò stesso, con umiltà e pazienza, attendere il nostro contributo.