La classicità comunicativa di Alfonso di Pasquale ( 1899-1987 ), di Giuseppe Brescia

dipinto di alfonso di pasquale“L’arte è arte solo quando è comunicativa. E questa massima, il Pàstina, ha tenuto sempre presente”. Così Alfonso Di Pasquale, continuatore di una tradizione, che potrebbe definirsi la “scuola andriese di pittura ( Giuseppe Pàstina, “Ninon” Vaccarella, Riccardo Tota, Alfonso Di Pasquale ) scrive in uno studio del 1942 a proposito di Giuseppe Pàstina (1863-1942 ). Questa aspirazione a una comunicativa classica e serena porta il Di Pasquale a criticare severamente i “pittori d’avanguardia ( non considerando tali, s’intende, né i ‘deformisti’ né gli ‘infantilisti’, destinati ad esaurirsi in vani sforzi cerebrali”).

Viceversa, il ‘maestro’, dopo aver combattuto sul Piave e a Vittorio Veneto ( è uno dei “ragazzi del ’99”, memoria che con emozione mi trasmetteva sin negli anni Ottanta, in Andria e a Roma ! ), si iscrive all’ Accademia romana di Belle Arti, all’insegna di una moralità intrinseca all’arte classica, armonia di forme, altezza centrale e dominante della prospettiva. Certo, sempre ci ricordava – il caro e generoso Di Pasquale – il francobollo memorativo dei “Ragazzi del Novantanove”, l’impresa di Oreste Salomome prima medaglia d’oro di aviatore italiano nel 1916, e i tanti soggetti eroici della Grande Guerra. Ma ora riprende la linea Pàstina – Toma – Piccinni – De Nittis, fino al ‘Novecento’ italiano del Gaudenzi, del Bacci e del Funi. E si rallegra quando vede Giorgio De Chirico riconvergere su prospettive classiche, reagendo con gusto carducciano o crociano a “tutti i tentativi che da un cinquantennio a questa parte affliggono letteratura, pittura, musica”: ermetismo, surrealismo, astrattismo, “vari nomi che nascondono il vuoto”.

L’arte di Di Pasquale suscita perciò vivo interesse in Giorgio De Chirico, il quale spesso gli “domandava – riporta lo stesso artista – quali tecniche e colori venissero adoperati, quasi sospettando misteriose alchimie”.

Se oggi applicassimo all’arte del Di Pasquale l’analisi prospettica e temporale ( eventualmente gestita con il sistema CAD ), studiata dal nostro maestro di estetica e vita morale Carlo Ludovico Ragghianti, fondatore di “Critica d’arte” e della fiorentina Università Internazionale dell’Arte, con ogni probabilità otterremmo conferma di quanto risulta all’occhio delle prime percezioni estetiche, e cioè la presenza di una prospettiva “alta”, dominante, sicura, che dal pittore-osservatore inclina sul soggetto o sul campo, incrociandosi con un’altra più ampia e più larga, in senso orizzontale. A significare la “cordialità umana e l’apertura d’amico sentimento con cui l’artista guarda il mondo” ( cfr. l’analisi contenuta nel mio libro del 1989, “Scritti di critica e storia delle arti visive”, Galatina, Editrice Salentina, 1989, pp.94-115 in: 73-115 ).

Lo vediamo nella giovanile “Rosaria” ( olio su tela del 1923 ), nella nuda “Giuditta” col braccio alzato a sollevare la cortina di Oloferne / imponente il torso della donna !: 1925 ), nella “Pomona” del 1934), dove s’incrociano il taglio ascendente della linea dei campi con la disposizione del cesto di fiori e frutta sul capo e della canna di bambù, in mano alla splendida luminosa fanciulla.

Tale ordinata composizione si ripete anche in “Concerto mascagnano” ( Ministero dell’industria e commercio, Roma 1935 ) e nel “Bagno del cavallino” ( Mostra Nazionale dell’animale nell’arte, sempre del ’35 ), dove gli assi simmetrici del cavallino e del cavaliere compensano verso l’alto la “proporzione bassa”, che risente del Fattori e del vedutismo di certi impressionisti, dello sciabordìo tranquillo della marina sulla piana inferiore della spiaggia.

Nelle Corse ippiche in Andria” (del 1926 ) e in “La tranvia” (1929), si sente – mitigato – l’influsso di Monet e del De Nittis, dal momento che il disegno ovulare della corsa si intuisce nettamente al di sotto dei solchi sul terreno ( nel primo caso ); mentre la ascendenza lineare dei binari della tranvia insieme con i lembi della campagna danno base prospettica al pieno dominio contemplativo, indizio – ancora una volta – di visione frontale, calibrata, serena del mondo rappresentato.

A me sembra anche notevole ( e lo dicevo al Di Pasquale, mettendolo per iscritto nel mio “profilo” dell’89 ), “La preghiera del mattino” ( olio su tela del 1938, cm. 50 x 60 ), dove il punto focale è abbassato o meglio circoscritto ai lembi di marina; il colore è come ridotto e oscurato, da far risentire – se pure da lungi – echi “à la Munch”.

Ma – si badi bene – anche qui la “restituzione classica” sta nella straordinaria essenzialità della composizione e nella figura eretta della suora che vigila sulla preghiera. Il tutto è inteso a rendere la quiete assoluta del mattino e la intensità del raccoglimento in preghiera: ma attraverso il calibro prospettico più alto, il bilanciamento verso il cielo, mai intermesso. Negli stessi anni “Dal treno” ( 1937, cm. 30 x 50) rende la potenza del mare in tempesta che sferza la ferrovia ( o il “paesaggio e l’estetica” del caro ‘Saro’ Assunto ! ): e qui il riequilibrio prospettico è dato dai pali della luce su di un lato, dalla sagoma del convoglio dall’altro. La ferrovia è il “territorio” ( direbbe l’Assunto), la delimitazione pratica e funzionale del trasporto e del viaggio; il mare in tempesta è il “paesaggio”, sconfinamento dell ‘illimite nel limite, concetto estetico e non meramente pratico. E’ un’arte, quella del Di Pasquale, che val bene per l’ermeneutica dell’arte e del paesaggio come “nuclei fondanti”, nelle scuole e negli Istituti, spesso oggi avviati verso un’opera lenta ma costante di cosiddetta “castrazione culturale” ( Tests, Invalsi,” ircocervo di ideologia più tecnocrazia”, schede in ingresso e in uscita, apparati, in definitiva “spreco di intelligenza”, dono di Dio e prima risorsa umana, come diceva spesso Raffaello Franchini ! )

Della maturità di Di Pasquale sono, altresì, la “Primavera andriese” ( 1939, cm. 75 x 100 ), di cui diceva il Vaccarella: “Par di respirare la salubre aria di campagna, di godere della tanto ambita quiete dolce e solenne dei campi, che ricorda ‘Cariati’, contrada a noi tanto cara !” Giudizio impressionistico e amicale, certo. Ma che allude bene alla prospettiva ‘alta’ della villetta, che riprende l’ottagono di Puglia, il Castel del Monte, sullo sfondo al centro, a guisa della “corona di Puglia” ( Gregorovius ) da cui “Tutta la Puglia viene scoverta” ( abate cisterciense Placido Troyli, nella sua storia ). O il ritratto di “Anita” ( Palazzo di Città, Andria in cm. 76 x 58, del 1949 ): che nel soccorrere il garibaldino morente con gesto di ‘pietas’ dettato dalla mano sinistra sulla fronte, lascia scivolare sullo sfondo le baionette dei compagni e la distesa lontanante del paesaggio, su cui svetta fino al cielo il ritratto di Anita. E’ lei, in questo caso, a ripristinare il senso della moralità intrinseca dell’arte, la “sintesi” formale epperò classica della visione.

Nell’ultimo periodo della produzione del Di Pasquale, campeggiano la città di Roma, Sole e neve e le sue strade, il “Vicolo della Moretta (1939-1940), l’animata “Via Cola di Rienzo” ( 1958, cm. 65 x 85: con la prospettiva assiale della fila alberata al centro, a fungere da spartiacque tra le opposte direzioni del traffico a sinistra e del passeggio a destra ) e il “Tempo piovoso”, del ’57 ( cm. 59 x 52 ).

E’ questa una grande, idealmente “tragica” rappresentazione di Roma dall’alto di via Barberini ( altro che il banchetto universale delle scempiaggini, pagato dal contribuente italiano, sul prototipo della “Grande bellezza” ! ): dove oltre i tetti fumanti s’intravede il cupolone di San Pietro e il cielo a stento s’irraggia tra le dense nuvole. In basso, sulla curva pericolosa della via bagnata e scivolosa si affannano autobus, macchine e motorini: consentendo all’artista di contemplare dall’alto il travaglio quotidiano dell’umano agire e patire. Una forma di malinconia virile si coglie, in fine, nel paesaggio del mattino piovoso in “Vulture da Lavello” ( 1960, cm 31 x 40 ), dove i nembi baluginanti sulla collina raccolgono la quiete dei casolari e i segni del lavoro nei campi, non senza echi “lombardi”.

Arte “carducciana”, “classica”, quella di Alfonso Di Pasquale, ispirata a volte da una quieta “malinconia virile”, mai “funebre” e “desolata”, mai “decadente” o “irrazionalistica”: tenuta insieme dal motto latino – ch’egli amava ripetere affidandoci i testi della sua opera – “Nulla dies sine linea”, il motto di Apelle: rivisitato come “Nulla linea sine magnanimitate”, retta da quel “tepore di casa”, lo stesso “calore e tepore umano che si sente nell’occhio contemplante e sereno”, affidato ai novelli “Pellegrini di Puglia” ( Cesare Brandi e Rosario Assunto ‘docent’ ).