La storia del drammatico massacro avvenuto ad Andria nel marzo 1946

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Cessate le ostilità
, il secondo conflitto mondiale ebbe termine e il 25 Aprile 1945 l’Italia venne liberata. Invero, successivamente alla liberazione, si susseguirono ancora combattimenti su quasi tutto il territorio nazionale, comprese violenze d’ogni tipo e rappresaglie contro gli ex appartenenti ai reparti fascisti ed alcuni esponenti politici e militari.

Il 1945 fu anche un anno di grandi tensioni sociali, prodotti dai due schieramenti contrapposti: quello clericale e quello anticlericale. Il primo, moderato-cattolico, si adoperò per diffondere nella società civile i valori cristiani attraverso il cattolicesimo; mentre il secondo, più radicale e intransigente, fortemente motivato dall’ideologia comunista, richiedeva, attraverso scioperi e contestazioni, ai proprietari terrieri lavoro e il possesso della terra.

Nelle città di Andria (BA), sin dal Giugno del 1945, si registrò una recrudescenza di scontri a fuoco che aggravarono ulteriormente i rapporti tra i provocatori, facinorosi e sovversivi, nei confronti delle istituzioni pubbliche e religiose, e nei riguardi dei ricchi proprietari terrieri.

Ormai l’ordine pubblico era completamente debilitato ed instabile. La città di Andria era soggiogata da numerosi rivoltosi. Tra loro si infiltrarono molti loschi personaggi provenienti dalla malavita dei paesi limitrofi, veri e propri delinquenti assetati di cattive intenzioni finalizzate a provocare incidenti e disordini, quasi come un’autentica strategia del terrore. L’incertezza regnava sovrana sino a quando esplose la volontà di dar vita ad un clima da guerra civile.

Proprio nella città di Andria avvennero numerosi fatti di sangue. Il 14 giugno un giovane, tale Giovanni Giannotti, fu ammazzato a colpi d’ascia in Piazza Municipio, perché colpevole di aver disturbato con il rumore della sua motoretta, il comizio che si stava tenendo in quella piazza.

Dopo qualche giorno venne trucidata una guardia giurata colpevole, a dire di alcuni, di aver fatto la spia con la polizia e i Carabinieri, facendo arrestare per furto alcuni individui che facevano parte della cosiddetta “spedizione rossa”.

Il 25 giugno, senza alcun motivo, avvenne l’omicidio, del Carabiniere Giuseppe Todaro. Questi, mentre si accingeva a raggiungere il proprio comando Carabinieri, a piedi, giunto in via Ferruccio, fu circondato da un gruppo di balordi facinorosi e dopo avergli intimato di consegnare l’arma in dotazione, al suo diniego, il carabiniere venne prima assalito e disarmato, e successivamente barbaramente ucciso a sangue freddo.

Tuttavia anche nei primi mesi del 1946 la situazione non era delle migliori. Nella città di Andria, allo scontento popolare per la piaga della disoccupazione, si accompagnavano i soliti scontri verbali tra i braccianti agricoli e i ricchi proprietari terrieri, il 5 marzo iniziò una spirale di violenza che nessuno fu in grado di fermare.

Intanto in quei giorni, la forza pubblica inviata di supporto agli agenti stanziali, era rientrata a Bari e i Carabinieri rimasti in servizio ad Andria erano solo venti. Una forza insufficiente per affrontare le esigenze dell’ordine pubblico in città. A seguito di tale emergenza, il Commissario di Pubblica Sicurezza di Andria, scriveva alla Questura di Bari:

“….l’agitazione minaccia di assumere gravissime proporzioni, per cui urgono invii rinforzi al massimo et truppa at scarso fatti ben più gravi del giugno decorso. Urge invio anche carri armati momentaneamente dislocati a Barletta Andria, 5 Marzo 1946”.

La situazione dell’ordine pubblico in città era diventata rovente ed era sfuggita di mano alle autorità, mentre lo stato d’animo arroventato di moltissimi braccianti e dei loro capi era divenuto insostenibile ed irrefrenabile. Molti proprietari terrieri, visto il precipitare degli eventi e avendo il timore di ritorsioni, pensarono bene di chiudere i battenti delle loro abitazioni e di andare via da Andria.

Il 5 marzo 1946, cinquecento agricoltori disoccupati, organizzarono una manifestazione di protesta. I gruppi di dimostranti con azioni violente, sequestrarono alcuni proprietari terrieri e li condussero alla camera di commercio di Andria. A seguito ditale fatto criminale, intervennero 14 agenti di Pubblica Sicurezza, che vennero sopraffatti e disarmati. Intanto da Bari giunsero rapidamente 90 uomini tra Carabinieri e Agenti di Pubblica Sicurezza.

A questi si aggiunsero 2 carri armati che si trovavano in Barletta, al Comando del Capitano Chiapparo, comandante della Compagnia Carabinieri.

Il giorno seguente, verso le ore 5.30, i militari del Capitano Chiapparo, rimasero a disposizione in prossimità del centro di Andria, pronti ad intervenire. Intanto le fila dei rivoltosi si erano ingrossate, arrivando a contare circa 2000 facinorosi, armati di pistole, fucili, bombe a mano, randelli, scuri e coltelli.

Forti della loro consistenza numerica, riuscirono a sopraffare alcuni militari, sequestrando loro le armi e gli automezzi. L’azione dei Carabinieri giunti in rinforzo fu estremamente violenta, con lotta corpo a corpo, nonostante l’azione di contrasto mirava ad evitare spargimenti di sangue. Durante tali scontri, ebbe la peggio l’Appuntato a Cavallo Pietro Turco, il quale, armato di pistola d’ordinanza e moschetto, fu accerchiato da alcuni rivoltosi, opponendosi alla minaccia di cedere loro le armi. Turco fu immobilizzato e, mentre cercava di difendersi con estremo coraggio, stringendosi a se il proprio moschetto gridò:

IL MOSCHETTO NON L’AVRETE FINCHE’ SARO’ VIVO”.

Al diniego di consegnare le armi, gli fu esploso un colpo d’arma da fuoco all’addome, colpendolo mortalmente, I testimoni presenti all’omicidio, raccontarono che il Carabiniere, gravemente ferito grondava di sangue e, tenendo stretto ancora il suo moschetto, si accasciò esanime al suolo. L’appuntato Turco, originario di Ostuni, era in servizio presso la stazione Carabinieri di Bari principale.

Intanto gli scontri continuavano e i due carri armati, sparando in aria, riuscirono a diradare i rivoltosi che resistettero per tutta la giornata. Esaurite le munizioni, il Capitano Chiapparo, riusciva a svicolarsi dagli attacchi nemici e rientrava in Barletta, portando con se 82 persone in stato di arresto. Il bilancio della giornata fu pesante: un carabiniere morto, 10 carabinieri e 3 agenti di Pubblica Sicurezza feriti, mentre tra i rivoltosi si contarono 3 morti.

Intanto nel centro di Andria la situazione dell’ordine pubblico non migliorava, I civili in rivolta continuavano ad esplodere colpi d’arma da fuoco. A seguito di ciò il Comando della Legione Carabinieri di Bari provvedeva ad inviare ulteriori rinforzi di uomini e mezzi.

Il reparto utilizzava quattro carri armati e 300 militari dislocati su tre colonne, al Comando del Maggiore Attilio Calco, Comandante dei Carabinieri del ‘Battaglione Mobile Bari’.

Nella oscura notte del 6 Marzo 1946, i militari del Maggiore Attilio Caico entrando in Andria furono bersagliati da numerose raffiche d’armi automatiche, accompagnati dal lancio di bombe a mano. I Carabinieri rispondevano al fuoco nemico utilizzando sia le armi in dotazione che quelle posizionate sui carri armati. Durante l’infame imboscata dei rivoltosi, ci fu un cruento conflitto a fuoco, ove furono uccisi i Carabinieri Carlo Romeo e Nicola Mombello, entrambi effettivi al Battaglione Mobile Bari.

Il giovane Carabiniere Carlo Romeo, di Giovanni, classe 1922, originario di Gallico (RC), venne colpito alle spalle, riportando lesioni polmonari, la sua morte fu immediata; mentre il Carabiniere Nicola Mombello, classe 1925, originario di Pescara, riportò una grave ferita d’arma da fuoco all’arto superiore sinistro e, dopo un’atroce agonia durata 48 ore, terminò la sua esistenza presso l’ospedale civile di Andria.

Dai documenti d’archivio è emerso altresì, che i due Carabinieri caduti, vennero colpiti a morte da alcuni ‘cecchini’ appostati sul tetto di una civile abitazione di via Bari.

Nel rapporto redatto il 2 Aprile 1946, relativo alla morte del Carabiniere Carlo Romeo, il Tenente dei Carabinieri Nicola Bozzi, del Battaglione Mobile Bari’, scrive:

“…alle ore 23,30 del 6 Marzo giunto con il mio plotone ad 1 Km dall’abitato di Andria, proveniente da Barletta, assunsi d’ordine del mio Comandante di Battaglione la formazione di guerra e procedetti fiancheggiando 113° carro armato lungo l’estramurale sino all’imbocco di via Trani.

Il mio plotone era composto da 2 sottufficiali e da 31 Carabinieri. Allorquando all’altezza tranvia Bari-Barletta, improvvisamente numerosi colpi d’armi automatiche furono diretti dalle terrazze delle abitazioni fiancheggianti. Vi assunsero lo schieramento che la circostanza richiedeva e risposero con energico e nutrito fuoco delle loro armi all’offesa avversaria. L’oscurità e la mancanza di conoscenza del luogo impediva una esatta identificazione dei luoghi donde l’offesa proveniva.

Ciò nonostante le vampate dei colpi in partenza indicavano la zona occupata dagli aggressori e contro quella furono dirette le armi individuali e di reparto che i militari avevano in dotazione. Anche il mezzo corazzato, resosi immediatamente conto della situazione aprì 11 fuoco con le armi di bordo, contro quelli che avevano tesa l’imboscata. L’abitazione dalla cui partivano i colpi avversari, venne successivamente identificata per quella di proprietà di Vincenzo Tannoia al nr. civico 129.”

Purtroppo l’assurda ‘fame omicida’ dei sovversivi di Andria non si placò e la sera del 7 di Marzo 1946, un folto gruppo di rivoltosi, si portarono in Piazza Municipio, presso il palazzo delle benestanti sorelle Porro, e qui commisero l’ennesimo eccidio, trucidando barbaramente le due nubili sorelle. Dopo l’assurdo e atroce delitto, come se non bastasse, le povere Porro, vennero seviziate e i loro corpi vilipesi. I cadaveri lasciati per tutta la notte nella piazza antistante il loro palazzo.

L’8 marzo 1946, ebbe fine la rivolta di Andria e il bilancio della guerriglia fu di 100 arresti di coloro che si erano resi responsabili della rivolta popolare. Tra questi, venne identificato ed arrestato anche l’uccisore dell’Appuntato Pietro Turco. Il prezioso lavoro di ricerca storica, emerso dai documenti custoditi nell’archivio di Stato di Bari e nell’archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri di Roma, fa emergere e rivivere una importante e triste pagina di storia dell’Italia meridionale, vissuta tragicamente nel secondo dopoguerra.

Per quanto riguarda i Carabinieri caduti a seguito della rivolta, è necessario commemorarli con un gesto nobile, ricordando che sacrificarono eroicamente la loro giovane età, e morirono per difendere la nascente Repubblica Italiana. ‘La memoria è un presente che non finisce mai’.

Stefano de Carolis

riferimenti bibliografici:

Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri – Roma

Una famiglia borghese meridionale – I Porro di Andria – dì Riccardo Riccardi editore Rubettino