Croce e Francesco De Sarlo, di Giuseppe Brescia

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Savino Blasucci, (già Preside del Liceo Classico di Molfetta e Docente di Filosofia della Università di Bari) e il Dirigente Giuseppe Brescia

Nel 1926, l’anno dopo la diffusione del “Contromanifesto” Croce e del volume di Francesco De Sarlo ( San Chirico Raparo – Lucania 1864, docente  di Filosofia Teoretica per un trentennio in Firenze, dove muore nel ’37  ), “Gentile e Croce: lettere filosofiche di un ‘superato’ “ ( Le Monnier, Firenze 1925 ), si tiene a Milano un Congresso di Filosofia, bruscamente interrotto alla terza giornata su protesta del prof. Armando Carlini, in risposta alla disegnata relazione del De Sarlo su “Alta cultura e Libertà”: interruzione salutata con soddisfazione dal Ministro della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, con telegramma pubblicato sulla “Stampa” di Torino il 1° aprile 1925 ( per il quale “invano si tenterebbe di torcere la scienza a speculazione politica contro il governo fascista” ); e dallo stesso Giovanni Gentile sul “Popolo d’Italia” del 14 aprile, nell’articolo “Il congresso filosofico” ( “Il rettore dell’Università stroncò il congresso, negandogli più oltre l’uso dei locali, che egli, rappresentante del governo, non poteva tenere aperti a manifestazioni antigovernative e ad assemblee tumultuose di pessimo esempio agli scolari” ).

Il Congresso ha previsto nella prima giornata le relazioni di Michele Scherillo, Piero Martinetti e Bernardino Varisco; nella seconda del Croce, “La filosofia italiana nel secolo del barocco: dal Campanella al Vico”; e nella terza tornata, appunto, il coraggioso contributo del De Sarlo. Ora, Croce annota nel proprio Diario, alla data del 29 marzo: “La sera ho appreso che il Congresso di filosofia è stato sciolto di autorità, a causa di un discorso fatto stamane sulla libertà e la scienza: discorso che ha dato luogo a proteste del prof. Carlini, venuto a far da agente provocatore a danno del Congresso”. Due settimane dopo, in una lettera a Paolo Giorgi, da Napoli 11 aprile 1926, Croce precisa: “Il Congresso filosofico di Milano, al quale io presi parte e tenni una conferenza, fu sciolto telegraficamente e in modo villano dal ministro della P. I. prof. Fedele, per un incidente fatto sorgere intorno a una relazione del vecchio prof. De Sarlo sul concetto della libertà” ( “Epistolario”, Napoli 1967, I, p. 127 ).

Il “vecchio professore” ( come con distacco velato di tenerezza e “pietas” Croce lo chiama ) era stato in polemica con il filosofo napoletano nei primi del 900 a proposito del programma della di lui rivista “Cultura filosofica”, in parte disegnata in concorrenza con “La Critica”, e dei rapporti tra arte e filosofia, filosofia e scienza psicologica ( Croce 1906: “Caro De Sarlo, ricevo il programma della tua rivista, e ti faccio i miei migliori auguri. Ti prego di segnarmi tra gli abbonati. Naturalmente, vedo anche nel programma la solita concezione della filosofia che stimo inesatta. Ma mi fa piacere che essa prenda corpo in una rivista, poiché sarà più agevole e proficuo discuterla. E, fatta da te, son sicuro che la rivista non sarà uno dei tanti organi di professori e aspiranti al professorato, cioè di quella vera combriccola (come tu ti esprimi) che è l’unica che esista in Italia, ed è degna di essere battuta in breccia. Saluti cordiali. Tuo B. Croce”).

In qualche aspetto come per Montale e l’altro filosofo di area fiorentina che influì sul giovane poeta, Adelchi Baratono ( tra i promotori del Congresso milanese del ’26 ), fu dunque la repressione culturale del regime fascistico a permettere il riavvicinamento dei due testimoni ( pur così distanti sul piano dei “giudizi d’importanza”, ma non “di valore”, direbbe Max Weber ), consentendo loro di sorpassare personali idiosincrasie e polemiche specifiche di un largo ventennio innanzi. Nel segno della”religione della libertà”, si svolge il riavvicinamento. De Sarlo è uno dei docenti docenti universitari a rifiutarsi di prestare giuramento di fedeltà al fascismo. E d’altra parte, come altra volta è stato ricordato,   nel 1935  a seguito delle leggi fascistiche sull’obbligo di iscrizione al regime, furono ‘dimissionati’ d’ufficio dalla prestigiosa Accademia dei Lincei “uomini quali Costantino Bresciani-Turroni, Benedetto Croce, Gaetano De Sanctis, Francesco De Sarlo, Antonio de Viti de Marco, Emanuele Orlando, Umberto Ricci e Vito Volterra” ( Fausto Nicolini, “Il Croce minore”, Milano-Napoli 1958, p. 104; e “Croce”, UTET, Torino 1962, passim ). Pochi anni più tardi, all’altezza della emanazione delle leggi razziali del ’38, per aver difeso gli ebrei ( molti dei quali eran stati firmatari della “Protesta degli intellettuali antifascisti” del 1° maggio 1925 ) ed essersi rifiutato di firmare una apposita scheda predisposta dal regime, Croce sarà espulso dall’Istituto Veneto di Scienze storiche e altre Accademie ( vedasi il mio “In servizio della poesia”. Per un ricordo di Attilio Momigliano ).

Intanto, il 6 giugno 1929, Francesco De Sarlo gli si indirizza in questi termini.

“Illustre Senatore, Non credo che vi siano ragioni che ci possano impedire di riannodare il filo della nostra ‘vecchia amicizia’: non certo le divergenze nel campo speculativo, tanto più che ad esse può fare da contrappeso l’accordo che tra noi esiste in molti punti e per molti rispetti, e dentro lo stesso campo speculativo e fuori di esso. Voglia gradire, illustre Senatore, come segno di devoto omaggio, le mie ultime pubblicazioni. Mi creda sempre, Suo F. De Sarlo”.

Al che prontamente rispondeva il Croce: “Napoli, 10 giugno ’29. Caro prof. De Sarlo, Grazie della vostra lettera, alla quale non saprei dare miglior risposta di questa: che più duna volta, venendo in via Cento Stelle, 95, a visitare l’amico prof. Russo, e passando dinanzi alla vostra casa, mi è sorto il pensiero di toccare il campanello e farvi una visita. Quel passato è ormai un passato remoto, ed è il ricordo di una ‘échauffourée ‘ dovuta bensì a un quasi rabbioso amore della filosofia, ma priva di rancore personale. Leggerò il libro  (i.e.: “Il pensiero moderno”, Sandron, Palermo, s.d., ma 1928); vi mando alcuni opuscoli e, tra questi, l’ultimo mio discorso ( i.e.: di opposizione al Concordato )in difesa di quella che era la fede della mia gioventù ed è, più viva, la fede della mia vecchiezza. Con cordiali saluti, Aff.mo Benedetto Croce”.

Più tardi ( 1931 ) Croce propizia la pubblicazione del volume di De Sarlo, “L’uomo nella vita sociale”, nella collana “Biblioteca di cultura moderna” del Laterza ( lettere del gennaio 1931 ). Il che autorizza Alfredo Parente a concludere: “E salta subito il paragone con la cultura presente, frigida e invertebrata, plastica e accomodante, prevalentemente ufficiale e accademica e carrieristica, che non si trova di fronte una figura eminente, alla quale ci si possa riferire come ad una misura, come ad un temibile punto di confronto, e sia pure come ad un bersaglio” ( “La riconciliazione con Croce di Ferrero e De Sarlo”, in “Rivista di studi crociani”, IX/I, gennaio-marzo 1972, pp. 57-68, poi in “Croce per lumi sparsi”, Firenze 1975, pp. 270-285 ). Noterò che lo stesso spunto di riflessione comparativa è offerto nella nota “Croce e Francesco De Sarlo”dell’anglista e fine critico Gian Napoleone Giordano Orsini, gran traduttore di Collingwood, sempre in “Rivista di studi crociani” ( fasc. cit., p. 119 ); e che, in forma non dissimile, anche il critico letterario Angelandrea Zottoli si riconciliò con Croce, per il tramite di Raffaele Mattioli ( cfr. “Omaggio a Raffaele Mattioli”, Sansoni, Firenze 1970).

Ma soprattutto è da raccogliersi la testimonianza di libertà, come di “gran bontà dei cavalieri antiqui”, onde i due pensatori, che pur se le erano reciprocamente date di santa ragione, all’epoca della prolusione fiorentina “Gli orizzonti della psicologia sperimentale”, sanno ritrovare una più tenace e profonda intesa culturale ed etico-politica, lungi da quanto puntigliosamente rimarcato da Gilberto Corbellini, “Lo psicologo messo in Croce” ( “Sole 24 Ore” del 24 marzo 2013), a proposito del saggio di Patrizia Guarnieri, “Senza cattedra. L’Istituto di Psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo” ( Firenze University Press, 2013). La dose è rincarata dal “pontefice minimo”, se può esser consentita una breve celia a proposito del’assertore di “filosofia minima”, Armando Massarenti, “La scienza maledetta di Don Benedetto”, il quale si lascia andare in affermazioni poco avvertite: “Tra gli aspetti più irritanti delle celebrazioni crociane che hanno attraversato il 2012 certamente va annoverata l’insistenza con cui buona parte della stampa nazionale, ‘Corriere della Sera’ in testa, ha insistito nel voler far credere ai lettori che l’idealismo italiano, e Croce in particolare, non avevano affatto avuto un atteggiamento antiscientifico; tutto al contrario, non solo quella era la nostra vera avanguardia culturale, ma Croce e Gentile erano addirittura più avanti della scienza del loro tempo !”

La tesi di falso revisionismo storiografico è che la filosofia di Croce avrebbe nuociuto al diffondersi  della cultura scientifica e tecnologica in Italia ( anzi: senza condizionale, “ha nuociuto” ). Come spesso accade in tempi di controversialità incòndita, alimentata per far crescere il numero di cattedre universitarie o giustificare programmi di ricerca e vendite di giornali, si tratta di un revisionismo ( sul Risorgimento e sulla Resistenza, su Mazzini o su Croce, Primo Levi e Giorgio Perlasca ), che appare piuttosto “archeologia ideologica” ( ‘conquista del Sud’, egemonia delle classi agrarie, ‘terrorista’ o ‘apostolo a brandelli’, movimenti di élite, abusi di fucilazioni e violenze, o quant’altro ). Ma non bisogna raccogliere citazioni a pezzi e bocconi, dal contesto di recensioni e postille non inquadrate nel loro campo categoriale. Sul tema della conoscenza scientifica, per dirne una, Croce nel 1912 già chiarisce: “Il mio pensiero è proprio l’opposto: la piena conoscibilità della natura” ( cfr. “Saggio sullo Hegel”, Bari 1948, p. 190 ). Nel 1926, nelle scienze naturali si coglie un duplice aspetto; “l’uno conoscitivo, che è storia, l’altro schematizzante o astraente, che è attività pratica” ( “Ultimi saggi”, Bari 1928, pp. 218-219: cfr. il mio “Tempo e Libertà”, Lacaita, 1984, Parte prima ).

Nel 1938, si guadagna un bel chiarimento: “E’ giudizio storico – dice Croce – anche la più ovvia percezione giudicante: per esempio che l’oggetto che mi vedo innanzi al piede è un sasso, e che esso non volerà via come un uccellino al rumore dei miei passi, onde converrà che io lo discosti col piede o col bastone: perché il sasso è veramente un processo in corso, che resiste alle forze di disgregazione  e cede solo a poco a poco, e il giudizio si riferisce ad un aspetto della sua storia” ( “La storia come pensiero e come azione”, Bari 1938, p. 20 ). Nel 1945, “scienza e filosofia, scienza e storia si distinguono, ma appunto perché si distinguono, si uniscono” ( “Nuove pagine sparse”, Napoli 1949, II, pp. 147-148 ). Già in “Storia dell’età barocca” del 1929 ( p. 61 ), il Croce esalta “la storia di quella parte della realtà che si chiama natura, la storia della natura; e una storia importa sempre certi concetti speculativi, che la determinano e la configurano”. Nel ’44 tiene un elevato carteggio con Albert Einstein ( da me ripubblicato a integrazione e commento de “L’azione a distanza”, Schena, Fasano 1990: dedicato al testo e dibattito del paradosso EPR ). La complessa questione degli “pseudoconcetti” o “concetti funzionali” entra in quel tipo di operazioni astraenti dell’ Intelletto, che tutta la corrente dell’empirio-criticismo va quasi negli stessi anni ( rispetto alla “Logica” e alla “Filosofia  della pratica” ) indagando, con Mach Avenarius e Poincaré ( cfr. Carlo Antoni, “Commento a Croce”, Neri Pozza 1959; e il chiaro Francesco Barone, “Croce e la scienza”, in “Mondoperaio”, A. 35°, ottobre 1982; ma anche Lucio Colletti, “Le Theory Ladennes”, in “L’Espresso”, 23 maggio 1982 ed Emanuele Riverso, “Colletti Croce e Popper”, ne “Il Contributo”, luglio-settembre 1982, pp. 73-76 ). La storicità della natura, di sulla scorta del pensiero crociano, è ragionata limpidamente nel volume edito da Vanni Scheiwiller, a Milano nel 1968 ( a due passi dal “Sole” ), “La natura e la storia” dello scienziato geologo e fisico Felice Ippolito. La teoria del giudizio percettivo ( il “sasso” considerato nella sua concreta storicità, processo di azione e reazione; oppure il “discobolo” ruotante esso stesso nella celebre immagine della “Filosofia della pratica” ) è sviluppata organicamente e sistematicamente dal geniale trattato di Raffaello Franchini, “Teoria della previsione” ( 1964, Napoli 1972, 2^ ed. ). Del resto, anche la scuola economica austriaca riconosce l’ ufficio e il ruolo degli “stenogrammi”, ossia giudizi abbreviati per utilità pratica nell’ambito della ricerca e conoscenza scientifica ( v. Dario Antiseri, “Teoria unificata del metodo”, Liviana 1972; con i miei “Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper”, Fasano 1986 e “Ipotesi e problemi per una filosofia della natura”, Adda, Bari 1987 ). E soprattutto, l’applicazione di “pseudoconcetti” empirici o astratti non pertiene esclusivamente alla scienza; ma si estende a tutte le discipline ( generi letterari, in letteratura; partizioni di secoli e correnti, illuminismo – romanticismo, in storia; divisione in regioni comuni e province, nell’amministrazione  statuale; oggi diremmo, “PIGS”, cioè associazione dei paesi e delle economie del Mediterraneo per ragioni strumentali da parte di alcuni paesi del Nord Europa, a torto o a ragione che sia ).

In questo più slargato ambito scientifico e categoriale ( storicità della natura, determinismo e indeterminismo, revisione del positivismo comune alle epistemologie più avvertite del Novecento, teoria del giudizio prospettico, probabilità scommessa caso ) va inserita la questione della “vecchia” polemica Croce – De Sarlo, di poi storicamente e affettivamente superata nella comune, fraterna, per entrambi costosa attestazione della “religione della libertà”.

E non francherebbe la spesa ( concordi tanti amici e colleghi ) di replicare ai pregiudizi avversi all’idealismo storicistico crociano, se non si verificasse una pertinace ostinazione a mo’ di “scuola”, nella pubblicistica sopra citata, che quindici giorni dopo la fiera “reprimenda” pontificale ospita la lettera di un lettore che, citando Heidegger e il di lui frainteso motto “La scienza non pensa”, nell’entusiastico consenso del curatore del foglio domenicale, afferma non esser questa posizione identica al pensiero antiscientifico, addirittura “à la Croce” ! Come dire che i pontefici minimi cominciano a coltivare nipotini e pappagallini. Del resto, la collana di filosofi curata dal “Sole” tra il 2006 e il 2007, non a caso non comprende non dico “Croce” ( che potrebbe resultare, come di fatto si è visto, inviso ), ma nemmeno “Vico”, autentico ‘Alt-vater’ per la filosofia e la poesia e l’estetica e l’epistemologia moderna e contemporanea. “Il grande manager è colui che sa dubitare”: cifra della collana. Allora, dubitate un poco di voi stessi, della linea Cartesio – Locke – Spinoza – Newton – Leibniz, che omette il Vico, gloria della filosofia europea ! Certo, non sono più i tempi di Guido Carli, Presidente di Confindustria e fondatore della LUISS; di Riccardo Chiaberge e Armando Torno, alla direzione del cosiddetto Domenicale. Pagine e pagine vi si affastellano a pro del nuovo “realismo”, della filosofia analitica, di commistioni non del tutto indagate nel loro campo epistemologico tra filosofia e scienza, arte e scienza ( che, ove prive dell’orizzonte teoretico-trascendentale, si dimostrano desultorie ed improvvisate ). Forse sarebbe il caso di cambiar qualcosa nell’approccio e nel numero stesso delle pagine e dei servizi e dei curatori e collaboratori: anche per fugare il sospetto di “cattiva coscienza” nell’ attacco a Croce, la cui genesi si può ravvisare nell’interessato connubio tra statalismo e capitalismo all’italiana ( altro che “reazione idealistica contro la scienza”, nel segno della togliattiana “rimozione” !)

Giuseppe Brescia