Teoria dei colori Alchimia e Apocalisse, in Newton ( con alcune note di “filosofia della storia”), di Giuseppe Brescia

NewtonPremessa. 1. Newton alchimista.2. Procedimenti, metodi e acquisti alchemici. 3. Gli studi dell’ Apocalisse.4. La profezia di Pico della Mirandola.5. La “crisi” del 1672. 6. Cronologia e fortuna delle  ‘sfide’  di  Newton. 7. Simboli della formula della pietra filosofale e della ‘sapienza prisca’.      8. Maria, ‘quarta ipostasi della verità’ ed un caso esemplare di storia locale. 9. Rarità delle edizioni di Newton.10. Variazioni dell’Apocalisse.

Premessa. La pubblicazione della formula newtoniana della “pietra filosofale” riporta al centro del presente saggio la straordinaria convergenza degli studi di Teoria della luce, Alchimia e Apocalisse nel grande filosofo e scienziato; la sua “crisi” del 1672, inquadrata nell’arco della famosa profezia di Pico della Mirandola, a proposito della virtuale “fine dei tempi”; con il tentativo di spiegazione “storica” delle tappe  di “incubazione del male”, e la loro proiezione nella contemporaneità; quindi, l’incrocio di tradizione alchemica e cristianesimo nella storia europea, con l’illustrazione di un caso particolare di culto della Maria dei Miracoli e del ruolo di “intercessione” e “mediazione”da Sofia esercitato,  “quarta ipostasi della Verità”, anche sulla scorta del pensiero di Pavel Florenskj; il ripercorrimento – infine – delle teorie dell’Apocalisse ( Gioacchino da Fiore, Dante, Pico, Newton, Lawrence ), tese al recupero del “senso del celeste”, di fronte ai rischi sempre incombenti di “Fuga dall’Umano” ( (Escape from Man).

  1. In maniera volutamente provocatoria, si sarebbe tentati di ripetere con Wolfgang Goethe “La verità è semplice”, di fronte alla estrema complicatezza dei programmi di ricerca affrontati simultaneanemente da Isaac Newton, ma che lo scienziato instancabilmente comparava, alla ricerca di un principio esplicativo unitario. Ora, “combinare una parte di Drago impetuoso, due colombe di Diana e almeno sette Aquile di Mercurio”, – è la formula di base per le distillazioni successive, atte a produrre la cosiddetta “pietra filosofale”,  la trasformazione del vil metallo in prezioso oro. E’ la scoperta ( o ‘ri-scoperta’ ) di un raro manoscritto, comunicato on-line dalla “Chemical Heritage Foundation” di Philadelphia. E’ il “mercurio sofico”, elemento fondamentale per la strenua e inaccessibile ricerca, che costò la vita a innumeri alchimisti, sia nella fase di lavorazione, che del suo millantato utilizzo da parte di principi e regnanti ( non esclusa la vicenda dell’inaspettato arresto a Venezia di Giordano Bruno, nel 1592, con il successivo processo ).

Newton si basa, da par suo, su antica, e mai intermessa, passione per gli studi alchemici, prendendo spunto  dalle elaborazioni dell’americano George Starkey, detto “Eireanus Philalethes”, ossia l’uomo “Pacifico Amante del Vero”, vicino ad altro alchimista coevo, e noto allo stesso, “Eugenio Filalete”, l’ uomo “Bennato Amante della Verità”.E Newton, all’altezza del 1672, incrocia gli studi di alchimia con altri due programmi di ricerca: 1) l’ottica, o fisica della luce e dei colori; 2) l’ Apocalisse.

Gli storici della scienza scrivono, in proposito, che “gli alchimisti furono i primi a realizzare che i componenti chimici avrebbero potuto essere scomposti nei loro elementi costituenti e quindi successivamente ricombinati”.

Ciò fece Newton a proposito della teoria della luce, la “mistura dei varii colori”. Ma senza la contemporanea pratica e teoria alchemica, non sarebbe stata possibile la scoperta newtoniana della “teoria della luce” ( cfr. Michael Greshko, Isaac Newton’s Lost Alchemy Recipe Rediscovered, in “National Geographic”, del 4 aprile 2016; Antonio Lodetti, Pietra filosofale: ecco la formula di Newton, “Il Giornale”, 15 aprile 2016 ). “Complessivamente Newton  ( studioso e raccoglitore dei manifesti dei Rosacroce, compresi i due volumi curati da Michael Maier, Themis Aurea e Symbola aureae miensae duodecim ) possedeva nove opere di Maier, otto del celebre alchimista spagnuolo Raymundo Lull, contemporaneo di Ruggero Bacone, e quattro volumi di un contemporaneo di Bernardo di Treves, un monaco benedettino di nome Basilius Valentinus. Insieme a questi, c’erano le opere di Thomas Vaugham, pubblicate sotto lo pseudonimo del citato Eugenius Philalethes; testi di George Ripley e del polacco Michael Sendivogius; e, gioiello della collezione, uno dei primi acquisti di Newton, e fra i più segnati dall’uso, nel campo della letteratura sull’alchimia: l’opera, in sei volumi, di Elias Ashmole, Teathrum chemicum britannicum” ( cfr. Michael Whyte, Newton. L’ultimo mago, Rizzoli 2001, pp. 166-169: il cui saggio originale è del 1997 ).

Tutti questi testi, Newton fittamente annotava, leggeva e rileggeva, alla ricerca di un criterio unificatore, esplicativo di più campi di ricerca. “Considerava l’universo come un crittogramma ideato dall’Onnipotente” ( Maynard Keynes ). Notevolmente: “Nella prima metà degli anni Settanta, Newton dedicò sforzi sempre maggiori alle ricerche alchemiche ( che affiancò all’attività scientifica ), esplorando simultaneamente l’arcano mondo del Vecchio Testamento” ( M. Whyte, cit., p. 256 ). E’ così che studi di ottica ( interrotti nella estate 1672 per le controversie con Hooke, Oldenburg e Huyghens, a proposito della natura ondulatoria o corpuscolare della luce ) s’intrecciano con studi sulla Apocalisse e i tanti appunti alchemici.L’indagine sulla composizione- scomposizione dei colori nella luce, diventa la ricerca della “Bestia” e della “fine dei tempi” nella Apocalisse, insieme con la traccia per la ‘pietra filosofale’, in alchimia. In seguito, nel 1675, in due importanti scritti, An Hypothesis Explaining the Properties of Light e Discourse of Observations, Newton ribadisce “la sua idea, e cioè che la luce bianca fosse composta di molti differenti colori e che, a causa delle alterazioni subite dalle particelle costituenti la luce, avessero luogo solo fenomeni quali la rifrazione, la riflessione e la diffusione” ( pp. 256-257 della monografia del Whyte ).

Ma queste deduzioni soffersero una brusca interruzione nella estate del 1672. A tre tavoli, direi, lavorava Isaac Newton: la teoria dei colori ( avversata dai suoi detrattori ) restava pel momento come latente, e pur attiva, su uno di essi. Sempre vivo era lo studio di testi alchemici, su un altro piano: dove la combinazione di tre elementi utili per la ricerca della pietra filosofale era ripresa dalla tradizione ermetica, da Cosimo de’ Medici a Ermete Trismegisto, da Alberto Magno a Tommaso d’Aquino sino al padovano Bernardo di Treves ed al citato Elias Ashmole, e da George Ripley a John Dee; culminando – per i Rosacroce – negli studi del Paracelso ( Zurigo 1493 ) e di Cornelio Agrippa.

  1. L’alchimia era “rappresentazione microcosmica della creazione”. Secondo Paracelso: “E’ dunque necessario che il medico conosca negli astri la potenza della medicina; (..) e giacché la medicina non può senza il cielo produrre effetto alcuno, essa deve agire per il tramite del cielo medesimo. (..) Attraverso di essa, alchimia, devi fabbricare gli arcana e rivolgerli contro le malattie. Sappiate che gli arcana non sono altro che le virtù e le forze, e per questo sono volatilia, non posseggono corpo alcuno, sono caos, lucidi e trasparenti e assoggettati al potere degli astri” ( pp. 169-170).

Le tre sostanze mescolate dall’alchimista  erano, in generale, un minerale metallico ( ad es., ferro ), un secondo metallo ( piombo o mercurio ) e un acido di natura organica ( come l’acido citrico tratto da vegetali ), triturate le quali sostanze in un mortaio, la miscela che ne derivava era riscaldata per circa dieci giorni e poi sciolta in un acido; lasciata evaporare; quindi ricostituita in nuovo materiale attraverso il processo di “distillazione”. A questo punto, l’alchimista ( passato indenne attraverso tali fasi ) attendeva “un segno”, per “fermare la distillazione”. Che cosa fosse questo “segnale”, è stato, ed è, oggetto di intensa discussione ermeneutica. In effetti, il “segno” era la capacità spirituale dell’alchimista di “cogliere il segno” della trasformazione, attraverso la propria virtù attentiva, come interpretò poi Carl Gustav Jung in Psicologia e alchimia e in Simboli della trasformazione. Così, l’alchimia fornisce alcune basi ai processi laboratoriali della “chimica” moderna e, insieme, alla dottrina delle “origini della dialettica”. Secondo il filosofo triestino Carlo Antoni ( 1896-1959 ), erede non inerte dello storicismo, i maghi e teosofi svevi preparano la teoria della “coincidentia oppositorum”, attraverso le “nuptiae chymicae”, la “coniunctio”, che procede da Niccolò Cusano a Giordano Bruno a Giorgio Hegel ( Storicismo e antistoricismo, Napoli 1964 ): dottrina altrimenti detta del “principium luctae”.

Il silenzio dell’attesa è, poi, il dantesco, e perenne, “Con l’opera tacendo”, motto che può dirsi in molti sensi, non solo a memoria del consiglio di Virgilio a Dante in Malebolge ( Inf., XXIV, 76-78); ovvero, il voluntas fertur in incognitum, esaltato dal Croce nella Filosofia della pratica del 1908; il versarsi nell’opera dell’individuo, con la “nobiltà del fare”; il ritrarsi dell’anima in sé, per fuggire “l’urlo della via”, del Baudelaire. E così, in generale, il principio di “prima distingui poi unifica”, ossia di scomposizione e ricomposizione, tipico della logica dialettica, è indicato da Volfango Goethe lirico e gnomico; quindi fatto proprio nel metodo della unità-distinzione, ancora una volta “crociano”. Ma per tornar dall’ermeneutica alla storicità del procedimento, una volta individuato il “segno”, in un momento indecifrabile e ermeticamente ‘occulto’, l’alchimista aggiungeva un agente ossidante al materiale così distillato e rimosso ( agente ossidante, come il nitrato di potassio ), finendo per scoprire involontariamente la formula della polvere da sparo: il nitrato di potassio più lo zolfo, derivante da minerale metallico, con in più il carbonio, a sua volta proveniente dall’acido.

La nuova “miscela” era “ermeticamente” sigillata, originando la “pietra bianca”, in grado di trasformare il metallo in argento; oppure, nel caso più ambìto, in oro, quando era indovinata la formula di “re” e “regina”, “sol” et “luna”, “leone” e “colomba”, o ‘materia’ e ‘spirito’, che dir si voglia, in una ricchezza di esemplificazioni e casi storici su cui dovrò tornare.

  1. Ora accadde che il Newton: “Dal 1672 aveva sottratto tempo agli esperimenti di alchimia per dedicarsi alla ricerca di aspetti sepolti e anacronistici della teologia, per studiare l’antica sapienza e per mettere a confronto il canone delle diverse religioni, immergendosi nel mondo delle origini bibliche. E ancora una volta, come era nella sua natura, si lasciò conquistare dalla materia. Gli studi ai quali aveva messo mano per difendersi, avevano finito per diventare una manìa che lo portò a scavare in profondità nelle origini della civiltà moderna” ( cfr. M. Whyte, cit., pp. 212 sgg. ).

Tutto ruota d’intorno a quell’epoca ideale eterna. Ecco perchè, è questa, o può ben essere, la data di turning point, della segreta “via” pichiana per una delle tappe d’incubazione del male, o della sua incubazione – rivelazione, nel segno della “effettività” della ‘Apo-calisse‘.

“La lettura dell’ Apocalisse lo induce ad abbracciare la corrente più radicale del puritanesimo, che identificava il demonio con la Chiesa cattolica e il ‘giorno del giudizio’ con il trionfo definitivo della ‘Vera Chiesa’ dopo la distruzione di quella malvagia di Roma. Le ricerche effettuate da Newton comparvero nel suo Observations upon the Prophecies od Daniel, pubblicato postumo nel 1733. (..) Proprio come era parte di tutta la natura e di tutta la conoscenza, Dio era anche passato storico presente e futuro. Di conseguenza, Newton credeva che la scoperta della Verità del passato fosse suo compito – proprio come era suo destino comprendere i meccanismi della luce, della gravità, dell’alchimia e della matematica. Si riferì a esso come ‘al dovere del primo momento’, e credeva in quella che può essere descritta solo come una ‘storia alchemica’ “.

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Newton esaltava, in questi termini, l’ Apocalisse: “In tutte le scritture non c’è altro libro raccomandato e considerato dalla Provvidenza al pari di questo”. Inoltre, seguendo A Key to the Apocalypse di Joseph Mede del 1627, vedeva i “giorni” dell’Antico Testamento come gli “anni”: il che gli consentiva di dare collocazione cronologica alle varie proclamazioni dei profeti e, forse, datare la “fine del mondo”.

“Il Vecchio Testamento – ad es. – racconta l’invasione delle locuste, la piaga inflitta da Dio adirato all’Egitto. Per ragioni che rimangono poco chiare, Newton decise che la locusta poteva essere interpretata come simbolo della monarchia saracena. Sapendo che le locuste vivono circa cinque mesi, due generazioni di locuste equivalgono a dieci mesi; trecento giorni; e nella sua cronologia emendata, Newton dedusse quindi che l’impero saraceno era durato trecento anni, una cifra che ben si accordava con il dato storico delle aggressioni saracene contro l’ Impero romano, protrattesi fra il 637 e il 936, e cioè – anno più anno meno – per tre secoli”. Ragioni storiche, l’aggressione saracena e le sue caratteristiche, di questa ricostruzione ermeneutica, saranno poi confermate, due secoli e mezzo più tardi, nella famosa tesi della “cesura” nella storia d’Europa tra il mondo antico e il medioevale, elaborata dal belga Henri Pirenne nella sua Storia d’Europa, cesura che sarebbe stata determinata all’altezza dell’ VIII secolo d. Cr., a causa dell’invasione islamica, icasticamente qualificata dal Pirenne come “la razzia dell’universo”, e puntualmente ripresa dal gran medievista   andriese Cinzio Violante negli appassionati studi sulla “Grande illusione”.

Analogamente: “Nell’Apocalisse si profetizzava che il regno dell’Anticristo sarebbe durato 1260 giorni ( menzionati, di volta in volta, come 1260 giorni, quarantuno mesi, o tre anni e mezzo ). Questa cifra fu interpretata come 1260 anni” ( M. Whyte, cit., pp. 219 sgg. ). Ora, individuando la data del massimo controllo sul mondo esercitato da parte della Chiesa cattolica ( il 400 d. Cr., con Teodosio; o meglio – per Newton – 800 d. Cr., con Carlo Magno ), e giustapponendovi i 1260 anni ( attinti alla Apocalisse ), si sarebbe giunti a porre la fine del mondo o in epoca “imminente” ( prima ipotesi ) o “nel ventunesimo secolo” ( seconda, e forse “pichiana”, congettura ). Newton, poi, con altri calcoli ( desunti dal profeta Daniele ), poneva l’anno di massimo splendore della Chiesa al 609 d. Cr. – Aggiunti i 1290 anni ricavati da altri passi delle “profezie” di Daniele, “collocava” – in una apposita e ardita “tavola cronologica” – “al 1899 il ritorno degli Ebrei a reclamare Gerusalemme”, e al 1948 la data del loro effettivo “ritorno” in patria ( quarantanove anni dopo il 1899 ).

Emerge puntualmente la “virtualità”, in potentia, della interpretazione ermeneutica, sorprendente per talune coincidenze storiche; eppur sempre oscillante in base ai dati volta a volta assunti, come son quelli attinenti la ipotesi della “fine dei tempi”. Per “vie” diverse, -la “pluralità delle vie”-, è la stessa strategia segreta, cabalistica, delle Conclusiones nongentae di Pico della Mirandola, su cui varie volte ci siam soffermati ( “1994”, 1997, 2001, 2003, 2011, 2016 ), ad entrare in campo.

  1. Riepiloghiamo. Nelle ‘Novecento Tesi’ di Pico, per la cui presentazione il genio umanista aveva scritto la “Oratio” del 1480, era prefigurata la fine dei tempi. “Se è prevista congettura umana circa i tempi ultimi, possiamo inferire, per la via più segreta della Cabala, che ci sarà la fine dei tempi da qui a 514 anni e 25 giorni” ( nella traduzione di Albano Biondi, per l’editore Olschki di Firenze ). Nel 1994, quinto centenario della morte di Pico, alcuni esegeti dell’ “Occulto in Pico”, come Brian P. Copenhaver, esortavano scherzando a “sincronizzare gli orologi”. Si trattava di una “scherzosa serietà”, tragica serietà, atta a colpir l’attenzione. Provai soltanto, nel forte della “crisi”, a incrociare i dati pichiani con quelli offerti dagli interpreti, fornendo la seguente ipotesi ( non esperto affatto di dottrina cabalistica ) a proposito della “più segreta via della cabala”.

Assumendo il “1480” a terminus a quo della profezia, e sommandovi i 514 anni dettati da Pico, evidentemente si sarebbe pervenuti a sincronizzare i cronometri nel “1994” ! Ma la “profezia” non si era attuata. Che senso avrebbe potuto ritenere tutto ciò ?

“Sillaba di Dio non si cancella”, diceva Goethe. Ecco il probabile “colpo d’audacia” ermeneutico. La “via” segreta avrebbe potuto costituirsi, sommando due “numeri mirabili” ( 72 anni x 2 = 144 ) e nove “numeri sacri” ( il 40, formato dalla somma seriale dei numeri tripli 1+3+9+27, x 9 = 360 ) con  l’altro numero sacro, il “10”, la tetracthys. Ma poiché la previsione pichiana non si era storicamente adempiuta, mantenendo un carattere di “virtualità” o “incubazione” del male più che di “compimento effettuale” dell’evento, si sarebbero potute ipotizzare le verosimili cadenze della prefigurazione del male, anzi dei mali di volta in volta storicamente determinati: 1552/1553 ( per il rogo di Michele Serveto, quando il nome di Dio fu “nominato invano” ); 1592 ( con l’imprevisto arresto di Giordano Bruno a Venezia, da parte del Doge Mocenigo, preparazione del processo e rogo in Campo dei Fiori ); 1632 ( arresto di Galileo ); 1672 ( l’anno della scoperta newtoniana della teoria dei colori, accompagnata agli studi di alchimia e interrotta per dar luogo agli studi dell’Apocalisse ); 1712, 1752, 1792, 1832 e 1872, a seguire ( con la costruzione della Prussia, premessa di “Stato forte”; il famoso “battersi per il re di Prussia”, detto della Francia; la battaglia di Valmy, secondo Goethe “il primo giorno di una nuova storia del mondo”; l’annunzio rosminiano Delle cinque piaghe della Santa Chiesa; ed il cosiddetto  “KulturKampf”, che fu la battaglia contro i cattolici, da parte di Guglielmo I°).   

Queste cadenze ‘epocali’, ma ‘virtuali’, per la patologica affermazione del male nella storia eran scandite sul ritmo dei “quaranta”. Le rimanenti avrebbero potuto condurre al 1944 ( dopo i 72 anni  prefigurati nella nostra tesi ); quindi, al “1984” ( in chiave strettamente “orwelliana” );ed infine, per la decade che perfeziona il computo, al “1994”, raccogliendo in convergenza plurima tutti i “fatti” e le “interpretazioni di fatti”, via via ordinati ( cfr., “1994”. Critica della ragione sofistica, Laterza, Bari 1997; La profezia e le ipotesi, ivi 2000; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, ivi 2003; Ipotesi su Pico, ivi 2011; sino alla più recente discussione del mio David Bowie, uomo delle stelle nella umanità a pezzi, in “Filosofia e Nuovi Sentieri”, 19 febbraio 2016 ).

  1. “Nel 1672, dunque, avvenne un accadimento assolutamente straordinario, sul piano della ricerca scientifica e del mutamento nella comprensione del mondo, allorché Isaac Newton elaborò e risistemò la sua prima geniale scoperta a proposito della natura corpuscolare della luce, Nuova teoria intorno alla luce e ai colori, che fu attaccata dal cartesiano Christian Huyghens e poté essere edita, come ‘Ottica’, solo nel 1704. ‘Da una lettera di Collins sappiamo che Newton intendeva pubblicare nel 1671 le Lectiones Opticae e un trattato sul metodo generale delle quadrature e delle serie infinite. Ma il 25 maggio 1672 Newton comunica a Collins di avere cambiato idea al proposito, e il 13 luglio 1672 ribadisce seccamente la sua risoluzione’. Così un suo appunto: ‘Nell’anno 1666 trovai la teoria dei colori e nell’anno 1671 preparavo un trattato su questo argomento, e un altro sul metodo delle serie e delle flessioni, per pubblicarli. Ma alcune dispute che subito sorsero mi distolsero da questa intenzione fino al 1704’. Dunque, nel ‘vuoto’ creato dalle polemiche antinewtoniane ( 25 maggio – settembre 1672 ) si apriva uno spazio nuovo, un impegno di carattere non strettamente scientifico, ma generato dalla ‘crisi’ di quella estate, con ogni probabilità la stesura del Trattato sull’Apocalisse, che non a caso utilizzava lo stesso metodo scientifico applicato per la teoria dei colori” ( Ipotesi su Pico, cit., Bari 2011, pp. 32-34; ma già Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, cit., Bari 2003, pp. 59-85 ).
  2. “Questa conclusione è rafforzata dagli argomenti di Westfall, fondati sull’esame della calligrafia e sull’unico elemento certo per datare il primo trattato sulle profezie: la minuta di una lettera a Oldenburg del gennaio 1675, che contiene affermazioni simili a quelle in Ms. Yahuda I,. Il 1675 potrebbe essere il termine ad quem della prima stesura, non necessariamente completa, del trattato sull’Apocalisse, e la primavera o l’estate del 1672 il termine a quo” ( cfr. Maurizio Mamiani, nella attenta prefazione alla edizione italiana del trattato sull’Apocalisse, Bollati Boringhieri, Torino 1994 ). Secondo il Mamiani, in assoluta aderenza ai testi e alle fonti, e utilizzando il libro di Admet non solo come libro sulla interpretazione dei sogni, “Newton si addentra nel tentativo di costruire un vocabolario mentale che corrisponda non a un codice di espressioni artificiali inventate dai profeti, ma a significati universali propri del linguaggio figurato. Su questa universalità presunta ( ma dimostrabile storicamente ) Newton fonda la possibilità di costruire un metodo dimostrativo, che è poi quello stesso che tanto successo ottenne nella spiegazione dei Fenomeni fisici. Il ritorno agli antichi di Newton è in effetti un ritorno al linguaggio e all’esperienza comuni, a una fase primigenia della conoscenza in cui la realtà non è velata da sovrastrutture culturali e può essere colta direttamente. Non fu l’amore per il linguaggio criptico e allusivo ad attrarlo verso le oscure opere degli alchimisti o verso i libri profetici, ma la convinzione che essi nascondevano una pura e semplice verità, che poteva essere riscoperta togliendo le incrostazioni e le corruzioni dei linguaggi che la velavano”.

Ma tutto ciò accadde nella incipiente estate del 1672, frutto di una cocente delusione storica, il complesso di polemiche originato dalla nuova ‘teoria dei colori e della luce’, sua scomposizione e suo esperimento. Quando fu respinto il nuovo e geniale e creativo della ‘visione’, Newton ne volle distendere la potenza in ulteriore mappa concettuale, reagendo alla limitazione delle controversie di fisica con originale estensione epistemologica. “Con queste premesse, l’apparato interpretativo di Newton non può non operare come un rasoio. Seguendo le sue regole, le proposizioni in cui viene stesa la sostanza della profezia costituiscono ardita semplificazione del testo sacro. La profezia si riduce alla ripetizione di un medesimo messaggio: la seconda venuta di Cristo è necessaria perché la sua prima venuta è stata del tutto tradita. La Bestia ha sopraffatto la vera Chiesa, che è spirituale, assimilandosi lentamente con il mondo pagano ( la Bestia con dieci corna ); ne è nata la grande apostasia ( la Bestia con due corna ) che ha raggiunto un regno universale ( certamente la Chiesa cattolica, ma per estensione anche tutte le altre Chiese riformate ); la Meretrice e il falso Profeta, due diverse figure di Bestia, sottolineano il successo del Dragone ( satana ) che le diede potere, trono e autorità. Il mistero scritto sulla fronte della Meretrice è probabilmente la Trinità, cioè il peccato dei peccati consumato da Attanasio e dai suoi seguaci contro Ario, reintroducendo il politeismo nel Cristianesimo” (riassume Maurizio Mamiani, nella citata Prefazione del 1994 ).

La gravità appariscente di tali affermazioni, immesse nella lettura dell’ Anticristo, spiega, altresì, la difficile storia dei manoscritti religiosi del Newton, rifiutati dalla Royal Society e restituiti alla famiglia, con preghiera di non mostrarli ad alcuno. Il nostro “Castilleonus”, il “Castiglione”, che era poi l’italiano ( e toscano ) Giovanni Francesco Salvemini, li pubblicò nella splendida edizione di Amsterdam del 1744, su cui dovrò sostare. Ma Samuel Horsley, curatore della Opera Omnia del 1779-1785, quando li vide, scandalizzato, li nascose in baule. Successivamente, il conte di Portsmouth li affidò, nel 1872, alla Università di Cambridge; che volentieri accettò i manoscritti di carattere scientifico, restituendo però le altre carte, rifiutate anche dal British Museum. Cedute all’asta nel 1936, alcune vennero acquistate da Lord Keynes e donate al Trinity College, alla University Library e King’s. Ma le restanti, di contenuto ermeneutico-religioso, finirono all’arabista S.S. Yanuda, esule negli Stati Uniti il 1940, nel vano tentativo di cederle a Harvard, Yale e Princeton. Alla sua morte, i manoscritti finirono in testamento allo Stato d’Israele ( 1951 ), che li sistemò, inventariandoli, alla University Library di Gerusalemme nel 1969: donde la recente edizione critica, unica moderna con testo a fronte, dopo la settecentesca dell’ erudito e scienziato italiano già ricordato.

Veramente, il “nome di Dio fu nominato invano”, ancora all’altezza del 1672: e le perigliose vicende dei manoscritti citati ne restituiscono come la “eco” filologica ed editoriale.

  1. Per tornare alla formula newtoniana ( in debito con alchimisti americani suoi contemporanei ) della “pietra filosofale”, non sarà sconveniente dire qualche parola di chiarificazione a proposito delle “due colombe di Diana”, che l’autore-editore vede mescolare a una parte di “impetuoso Drago” e sette di mercurio. “Colombe di Diana”, è altro notevole enigma della spiritualizzazione e sublimazione del mercurio. Nella simbologia alchemica, queste sono spesso raffigurate come colombe a coppia che “vincono il leone indomito accarezzandolo”. D’altra parte, gli alchimisti citano a ogni piè sospinto passi delle Scritture, come le colombe sacrificate nel Tempio, per nobilitare le loro stesse ricerche. E lo Zolfo è detto “cuore di tutte le cose” ( Musaeum Hermeticum ), anche emblema del “fratello”; mentre il Mercurio, labile, è anche emblema di “sorella”. La coppia dialettica, per coincidenza di contrari, giuoca un suo ruolo tra il “Drago senza Ali” ( cosiddetto, nelle ricerche del Flamel ), che ha il potere di coagulare, e il “Drago alato”, o Mercurio, volatile. Questa coppia ( sia detto di passata ) è la stessa dei “due serpenti avvolti a una verga”, come nobile insegna di riconoscimento della proprietà di analisi e sintesi chimica, adottata dal farmacista. Campeggia, nella simbologia alchemica, la effigie del leone, o dei Leoni, quello “d’Oriente” e “d’Occidente”, per il “tramontare” e “sorgere del sole”, in entrata ai templi cristiani e ai castelli federiciani o templari ( ad es., Castel del Monte ). I leoni sono anche simbolo della “morte e resurrezione” dell’iniziato ( come dimostrò Karl Kérenyi ). In particolare, le colombe di Diana sono anche sinonimo di “solvente”, mezzo di congiungimento di “Sole” e “Luna”, “Re” e “Regina”. Se le colombe di Diana possono con dolce carezza addomesticare il fiero Leone ( a sua volta simbolo e ‘pagano’ e ‘cristiano’, insieme di Anticristo e Cristo, o Evangelista Marco ), “solo il Leone Verde può aprire i sette sigilli”: dove ‘Leone Verde’ è simbolo della cosiddetta “materia Prima”, oggetto di trasformazione, e il riferimento al settimo sigillo ripete echi dalla Apocalisse, di continuo intrecciantisi alle ricerche della “sapienza antica”.

Il giuoco dei rimandi si fa qui, non solo complicato, ma non di rado improbabile e precario, stante la molteplicità disparata di scuole, interpretazioni, derivazioni parallele o conflittuali delle stesse fonti. Segnalo la tesi del Fulcanelli, alchimista non si sa se e quando mai vissuto e deceduto, il quale nel Mistero delle Cattedrali scrive: “Le colombe di Diana devono considerarsi come due parti del mercurio solvente, corrispondenza confermata dalla duplice qualità volatile ed aerea del mercurio iniziale, e dalla stessa terra rocciosa caotica e sterile, materia da cui deriva il mercurio e sulla quale riposano le due colombe” ( Edizioni Mediterranee, Roma 1972 e 1988, con prefazioni di Eugène Canseliet, di sugli originali francesi del 1922-1925, 1957 e 1964, alle  pp. 94 e 108 ). Insomma, le “colombe di Diana” valgono per la “spiritualizzazione e sublimazione del Mercurio filosofale”: in varianti, addomesticano il Leone o la Materia Prima.

  1. Il teoreta Raffaello Franchini, nelle sue Origini della dialettica (1976) e altrove, scrive delle notiones obscurae che bene spesso, nella storia del pensiero, ‘precorrono’ la modernità. E, d’altra parte, la “teoria della tetrade” assolve al ruolo di collegamento e coronamento spirituale, in recondita o palese ‘armonia’ delle fome di attività umana. Maria, il “tetramorfo”, o “quarta ipostasi della verità”, come la “Sophia” nella Colonna e il fondamento della verità di Pavel Florenskj ( in ed. ital., Rusconi, Milano 1988 ), viene al centro della ermeneutica in un caso esemplare di storia locale, quello della “Madonna di Andria”, osservata nel Monastero di Santa Maria dei Miracoli.madonna-dei-miracoli

In generale, vertiginosamente descrive Pavel Florenskj ( 1882-1937) la “quarta ipostasi della verità”, come “dettata da grandi schemi dell’anima”, in quanto “Grande Radice della creatura totale” ( op. cit., pp. 386-388 ). La Sofia è la Chiesa, la Sofia è la Verginità, la Sofia è Maria, la Vergine graziosa, piena di grazia ( Luca, 1,28: Florenskj, p. 417). La Sofia è la “purificazione del mondo”, “l’intimo del cuore dell’uomo con l’ornamento incorruttibile di uno spirito dolce e sereno” ( I Piet. 3.,4: Florenskj, p. 413 ). La Sofia è  “bellezza”. Con Macario il grande, “ciò che è dalla grazia è gioia, pace, amore, verità”. “In altre parole, la Sofia soggettiva è percepita come mediatrice di gioia e così si identifica con la gioia”( pp. 413-414).

Certo, essa presuppone il “contatto con altri mondi” e la lotta con i “lati antinomici della medesima vita spirituale”: perciò, si configura anche come “archetipo”, il “divino nell’uomo”, il suo “angelo custode”, “soprattutto il custode della sua purezza, della sua castità”: ed è così che la Madre del Signore “ha potere cosmico, è la santificazione di tutti gli elementi terrestri e celesti, la benedizione di tutte le stagioni, Regina di tutto e Signora del mondo” ( pp. 415-418 e 422-431: cfr.ancora la mia Teoria della Tetrade, al capo XIII, La Sofia come ‘quarta ipostasi’ in Pavel Florenskj, Andria, Guglielmi, 2002, pp. 147-150 ). Può resultare di qualche interesse, al proposito, evocare il nuovo ruolo di mediazione ed intercessione di ogni grazia, espresso da Maria, “sempre viva e palpitante”, nella lotta vittoriosa contro “il serpente”, come nel superamento dell’antitesi alchemica di “Sol” e “Luna”, “Rex” e “Regina”.

Secondo la tradizione, a Maria, “janua coeli” ( per Atti degli Apostoli; Apocalisse, 12; Cor.1, 20-28), potrebbe alludere la scoperta di un “gran tesoro”, prefigurata dal Duca di Andria Francesco II Del Balzo nel 1451 in una valle “indemoniata”, al di fuori della comunità pugliese ( ripetuta nelle cronache del Padre De Lellis di quasi un secolo dopo, quando il Monastero era passato nelle cure dei Benedettini, nient’affatto digiuni di studi sapienziali, filosofici e religiosi ).In effetti,le cronache secentesche parlano di “fame di oro”, “ricerca dell’oro” per arricchimento e conquista di potere ( e l’espressione fu ‘cristianizzata’, alludendo a “gran tesoro spirituale”, anche sulle tracce di Gv. 4,23 e Luca 10,21 ). Analogamente, la “lampada”, riboccante di “olio inestinguibile” di cui discorrono le fonti, potrebbe esser stata immagine delle proprietà solventi, poi interpretate come fonte di “redenzione” e virtù “salvifica”, nella Lama andriese di Santa Margherita. E’ la lotta tra “vita” e “morte”, la “donna” e il “serpente”, tra Maria-Sophia-Chiesa da una parte e Satana il maligno ed il mondo “giacente sotto il maligno” dall’altra ( Mt. 5,19), -lotta prefigurata in Genesi 3,15 e realizzata con Apocalisse 12, 1-5-,  a rientrare in campo nella vicenda del ritrovamento della icona ‘basiliana’ andriese, poi elevata alla dignità di culto basilicale. Si sofferma sul punto Corrado Ursi nella sua Prefazione alla “ricerca” storica di Guido Gildone ( La Madonna d’Andria, Andria 1980, pp. 23-25 ), ove si ricordan le fonti di Francesco II Del Balzo: “Qui vi è un gran tesoro; beato colui che si troverà al suo rinvenimento”; e Padre Angelo De Lellis: “Andrai in Andria, ti porterai verso Occidente, nell’antica Chiesa di Santa Margherita in Lama, ove troverai due porte, una verso mezzogiorno, l’altra verso settentrione. Entra nella porta australe, cerca alla tua sinistra e troverai un gran tesoro” ( testimonianza “conventuale” giunta al frate minore Donato De Magistris, di Andria ).

In effetti, l’icona della Madonna con il bambino sulle ginocchia storicamente prevalse dopo il Concilio di Efeso, che proclamò Maria, “la madre dii Dio”. Essa viene dal vicino Oriente, ed è “dolce e maestosa” insieme, come opera dei monaci basiliani in fuga dalla lotta iconoclastica voluta da Leone III l’Isaurico, determinando un “canone” stilistico che si ritrova in tante raffigurazioni artistiche e religiose d’intorno al 1000. Probabilmente, l’icona trovata dal maestro Tucchio di Andria nella Lama, o scoscendimento, alle porte di Andria, risale al 960 circa, anno in cui la Maria apparve avvolta in un manto al beato Simone da Costantinopoli ( secondo la tradizione, narrata dal citato Gildone, alle pp. 29-31 ). Curiosamente, l’icona scoperta il 10 marzo 1576 raffigura Maria “coronata da 12 stelle” come avente il sole a destra e a sinistra la luna ( G. Di Franchi, 1606; G.B. Pacichelli, 1686; A. M. Di Jorio, 1853; P. Petrarolo, 1996 ). Ma codesta simbolica è centrata prospetticamente anche nel pregevole soffitto ligneo del 1633, dorato su fondo azzurro, uno dei cui dipinti è l’icona della “Vergine in trono” col bambino  e l’aureola santa di vivido colore rosso-sulfureo, tra Sol e Luna  ( in epoca in cui la direzione dei lavori della Basilica era affidata all’architetto bergamasco Cosimo Fanzago, propriamente di Clusone, amico del Duca Carafa e molto attivo a Napoli, Roma e Pescocostanzo, in Abruzzo ).

In proposito, notevole appare l’impegno di “cristianizzazione” simbolica espresso dal Di Jorio e altri esegeti, onde il “Sole”varrebbe per Cristo, fulgido di luce propria, e la “Luna” per la Vergine splendente di luce riflessa; mentre le 12 stelle della originaria icona di “greca” formerebbero  (secondo la interpretazione di San Bernardo ) il “triplice ordine” di privilegi di cui gode Maria, “di cielo, di carne e di cuore” ( rispettivamente, per i primi o ‘celesti’, della generazione senza peccato, annunciazione, concepimento ad opera dello Spirito Santo e incarnazione del Verbo; di verginità, maternità verginale, incinzione senza dolore, parto senza dolore, per la ‘carne’; e di modestia, umiltà, fede e accettazione del martirio del Figlio, pel ‘cuore’ ). Al qual proposito, e senza la benché minima intenzione d’inoltrarci in campi di ermeneutica dottrinale, che esulano dalle nostre competenze, sia almeno sommessamente consentito osservare: – Come può, la Luna, sovrastante a sinistra Maria, identificarsi con la stessa “Vergine, brillante di luce riflessa” ? O non appare, forse, più calzante la visione di due “forze”, tra cui è posta centralmente a “mediare”, la Maria, o la Sophia, con potere di grazia e intercessione che serba in quanto “tetramorfo”, superiore per ciò al mero assunto alchemico ( caro a principi colti e umanisti ) del “solvente”,  chiamato a purificare e distillare “Re e “Regina”, “sole” e “luna”, o la “colomba” e il “leone”? Mi ha sempre colpito l’intenso colore rosso sulfureo dell’aureola della Vergine, così vivido da rimarcare l’alto valore simbolico della icona reinventata nel soffitto basilicale, al centro: sull’aureola si dispongono sette stelle dorate, visibili, che lascian intuire la presenza di una ottava dietro il capo della vergine ( non ‘dodici’ come nell’immagine bizantina originaria, ma ‘otto’ come gli angoli e torrioni, pure ottagoni, di Castel del Monte). Sovrastano i volti ricchi di particolari di Sole e Luna, come di “Re” e “Regina”. Il mantello del bambino in seno alla Vergine è di un azzurro smagliante, così come accesi sono tutti i colori dei drappi di Maria.In basso, tre angioli non guardano verso l’alto, in adorazione contemplante; ma, invece, precipitano l’ uno più in giù rispetto all’altro, fino ad uscir dai margini del quadro, a mo’ di barriera verso i demoni, pur non effigiati, ma di cui s’intuisce la presenza nella valle sottostante. Il significato della tela secentesca della Basilica si rende, così, vieppiù chiaro: la purificazione non è data da teoria o prassi alchemica; ma dal potere della sacra Vergine, che “solve” e “risolve” – in maniera nuova, più alta e più pura – il rapporto di materia e spirito, bene e male, forze e reazioni di forze.

Senza dire che, nella simbolica di Maria in età patristica, risalente al IX secolo, si segnala il manoscritto 99 della Biblioteca di Valenciennes, dove Maria nimbata con veste a maniche strette poggia il piede sulla luna a busto di donna, inponendosi su figura di drago, mentre in alto a sinistra sono epigrafati i versi della Apocalisse 12, 1-2: “Ubi mulier amicta sole et luna sub pedibus eius et in utero habens ut parturiens et in capite eius corona stellarum XII”, canone stilistico e dogmatico ripreso nella icona bizantina originaria della cripta andriese. Nel registro inferiore del medesimo manoscritto, è riportato il versetto successivo di Apocalisse 12,3 “et draco stetit ante mulierem habens capita VII et cornua X”, in una efficace giustapposizione ermeneutica su cui si affaticherà il genio comparatista di Isaac Newton nel XVII secolo ( cfr., tra l’altro, il quaderno di “Vetera Christianorum”, di Antonio Quacquarelli, Il leone e il drago nella simbolica dell’età patristica, Università di Bari, 1975, pp. 128-131 ). A conferma della nostra lettura, sia consentito ribadire che – mentre Sol et Luna nella simbolica della modernità sono equidistanti e in alto rispetto al capo di Maria, virtù della “mediazione” e “intercessione” -, nella fonte biblica della Apocalisse, 12, 1-5, citata in sede ermeneutica e figurativa, la luna è invece “sottostante i piedi della Vergine”. “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna che sembrava vestita di sole, con una corona di dodici stelle in capo, e la luna sotto i suoi piedi. Stava per dare alla luce un bambino e gridava per le doglie e il travaglio del parto”. Dunque il modulo è profondamente diverso: di pariteticità e bilanciamento dialettico tra Sole e Luna nella tradizione “greca” o “prisca”; ma di “vestito” solare e “dominanza” lunare nella fonte biblica della “visione” giovannea.

Certo la simbolica spirituale, spesso, è “ancipite”, o per qualitates oppositae, come accade per l’effigie del leone, a volta allegoria di violenza pagana o maligna, a volte del Cristo stesso o dell’evangelista.  Così, in un passo successivo di Apocalisse 21, 10-14, la presentazione della città di Gerusalemme notata dall’apostolo Giovanni sembra correggere, o almeno temperare, il modello della rapportatio tra Sol e Luna con il circolo delle dodici stelle, per sottolineare che, al contrario: “La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

L’aspetto catartico ricorda, nella universale “vita delle forme”, l’ “Aurora Consurgens” esaltata da Jung, dove giorno e notte, sole e luna mirabilmente si specchiano nei volti e alternano sugli scudi dei due cavalieri che lancia in resta si affrontano ( v, il Codex Rhenovacensis 172 folio 10 di Zurigo del XVI sec.); o, per altre mediazioni, la percezione magica del lago da parte di Hans Castorp nella Montagna incantata dell’immenso Thomas Mann: “E per dieci minuti, mentre Castorp avanzava remando sull’acqua tranquilla, si era trovato in una conturbante situazione. A occidente era giorno chiaro, una decisa luce diurna, fredda, vitrea; se invece guardava dalla parte opposta, vedeva un’altrettanto decisa notte lunare, incantevole, velata di umide nebbie” ( trad. di Ervino Pocar, Corbaccio, Milano 1969, p. 142: su cui Enzo Paci, Esistenza ed immagine, Milano 1950 e Gennaro Sasso, Tramonto di un mito.L’idea di ‘progresso’ tra Ottocento e Novecento, ed. ampliata, Bologna 1988, p. 160). Lo stesso Mann, che in alcuni suoi “scritti minori” approfondisce il chiarimento circa la ‘mediazione’ dialettica del reale, che l’arte ‘ritrae’: “Certo l’arte non è soltanto luce e spirito, ma nemmeno torbida miscela e creatura misteriosa di un tellurico averno, non soltanto ‘vita’. L’arte, in avvenire, si riconoscerà e si rivelerà più chiara e felice quale più serena magia, quale alata mediazione lunare ed ermetica tra spirito e vita. – Ma la mediazione stessa è spirito” ( cfr. gli Scritti minori, Milano, Mondadori, 1958, p. 374: ma lo scritto è del 1938 !; con la mia lettura di Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, Bari 2003, cit., alle pp. 39 sgg. dell’ Intermezzo: mie anche le sottolineature nel testo ).

  1. Ora, la formula della pietra filosofale, da cui siam partiti, vide perplesso – ancora- Isaac Newton, il quale andava oscillando tra un “ex” ( nelle paginette manoscritte ora edite a Philadelphia ) e un “et” ( nella edizione ulteriore, a parte, del 1678 ), a proposito del “mercurio sofico” . Né sappiamo, né mai potremmo sapere, se il genio scientifico abbia usato in concreto tale formula (e così, nessun altro, con lui o dopo di lui, “l’ultimo mago” ). In altro, nella preparazione, cioè, alla “chimica” moderna e alla stessa filosofia “dialettica” della modernità, consiste (  abbiam visto ) l’interesse della tradizione alchemica. C’ è, poi, da dirsi  qualcosa a proposito della “editio princeps” delle ‘Opere’, o meglio degli Opuscula di Isaac Newton, in edizione settecentesca, a cura del “Giovanni Castiglione”, propriamente Giovanni Francesco Salvemini ( nato a Castiglione Valdarno il 1704 e deceduto nel ’91 a Berlino, dove era stato chiamato con  gli onori a insegnar Matematica agli Ufficiali di Artiglieria ): edizione in cui sono assenti questi particolari appunti alchemici, nonostante la pregevole raccolta, in tre Tomi, di “Opuscula Mathematica”, “Opuscula Philosophica” e “Opuscula Philologica”, possegga la caratteristica di risultare – in tutti i distinti frontespizi – pubblicata ad Amsterdam nel 1744, e di contenere gli scritti newtoniani editi fino all’anno della ‘crisi’, 1672 , et ultra, 1673, 1674, 1675 e 1676, all’altezza delle varie risposte tempestivamente date ai detrattori della teoria della luce e dei colori.

Per giorni, ho consultato il bell’esemplare custodito nella Biblioteca “Ariostea” di Ferrara ( alla segnatura “G.9.6 – 14/15/16” ). Il secondo volume degli Opuscula, alle pp. 73-275, contiene le Lectiones Opticae degli anni 1719, 1720, 1721 già pubblicate a Londra il 1729; con la Epistola de Luce et coloribus, alle pp. 279-294; ma anche gli scritti del 1672, 1673, 1674 e 1675, alle pp. 295-378, contenenti tutte le risposte sulla “teoria della luce e dei colori”, fino agli scritti sperimentali sul “telescopio”. Notevoli sono le repliche al Superiore P. Pardies, gli opuscoli “Art. XV” ( p. 326 sgg.) e “Art. XVII” ( pp. 335 sgg. ); in particolare la Responsio ad nonnullas considerationes in Doctrinam suam de luce et coloribus editam sub harum Transactionum – Num. 80. I. De activa Optices parte. II. De parte theoretica. III. De hypothesi mihi per errorem tributa ( repliche sulla cui puntualità sofferta insiste il citato Michel Whyte, nella biografia di Newton.L’ultimo mago ). In particolare, con il paragrafo II. De parte theoretica, chiarisce Newton: “ Nunc examen aggredior considerationum ad meas theorias pertinentium. Sed in illis nihil aliud facit Auctor, quam hypothesin non meam mihi tribuere; pugnare pro hypothesi, cuius praecipua pars contra me non facit; concedere maximam partem assertionum, quae in mea Dissertatione continentur, dummodo per eius hypothesin explicentur; et negare nonnulla, quae vera ab experimentis declarentur” (p.338). E così via fino agli anni seguenti. Analogamente, nel Tomo III, degli Opuscula Philologica, sono comprese le Observationes ad Danielis Profetae Vaticinia ( pp. 283-432 ), seguite da Observationes ad Sancti Joannis Apocalypsin ( pp. 433-490 ).

Preliminarmente, Newton spiega le caratteristiche dello stile profetico, De Stylo profetico. Caput secundum ( pp. 292-296 ): “Ut sacra intelligamus vaticinia, necesse est, primum nobis perspectum reddamus figuratum Profetarum stylum. Huius allegoria desunta est ab analogia, quae est inter mundum naturalem, et Imperium quoddam, vel Regnum, instar mundi consideratum”. La chiave di lettura di Newton è in termini di “potere”: le “Osservazioni sulle profezie di Daniele” mettono in risalto come ove si dica: “ut bestiae caput, pro viris magnis”; oppure, “qui aliis praecedunt atque imperent”, ci si riferisca a lotte di potere. Più in generale, ciò che nello stile profetico è detto in “giorni”, va inteso svolgentesi per “anni” ( chiave di lettura estesa anche alle “Osservazioni sull’Apocalisse”, come s’è visto ).

Dies, tandem, quos agunt, pro annis”. Newton è stato il primo a interpretare le scritture profetiche in termini di “mondanità” e di “potere”, occupandosi anzitutto di decrittare il linguaggio simbolico delle “profezie”, con le relative caratteristiche. Antonio Rosmini, nella sua Antropologia soprannaturale, accentua il valore simbolico delle profezie: “Il drago come il leone è un simbolo. I simboli, chiariti nella loro istituzione, da soli ci fanno comprendere la storia dell’umanità” ( Edizione Nazionale, Roma 1956, vol. II, pp. 113-121 ). Assai più tardi, nel momento della pubblicazione del terzo mistero di Fatima e delle reminiscenze di Suor Lucia, Karol Woytila dirà che la profezia “condensa” e insieme “distende nel tempo” il contenuto della rivelazione, non potendo “il suo messaggio essere altro che di carattere simbolico”. E’ questo il motivo per cui la “condensazione” si manifesta come “anticipazione”, riconoscimento della “incubazione del male”. Tornando sul nostro precedente lavoro ( e paragrafo ) di “filosofia della storia”, risiede in questa ragione il chiarimento di suor Lucia, “perché l’occupazione dell’Austria, nel 1938, segnava il vero inizio della guerra”; e il nome di Dio fu nominato invano non solo nel rogo di Giordano Bruno in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600, “quanto nel tradimento che portò al suo arresto, operato dal Mocenigo a Venezia nel 1592; cioè nella premessa, nella virtualità del male, i cui frutti maturano solo più tardi; e nel processo a Galileo prima ancora che nell’abiura, nella vicenda della carcere e della cecità e della morte. (..) Ma, perciò, il terzo segreto di Fatima riguarda, come dice il teologo francese Laurentin, anche la possibilità di perdita della fede da parte della Chiesa, simbolicamente racchiudendo questo limite estremo nel rischio che le tossine del male si spargano inavvertite nel cuore dell’Occidente e della cristianità” ( cfr. La profezia e le ipotesi, Laterza, Bari 2000, paragrafi I-III, “La profezia e la previsione”, pp. 8-13). La dottrina di Newton, a suo modo e luogo, anticipa codesta ermeneutica, indulgendo sulla modularità dei “quattro”, come per la “immagine composta di quatttro metalli” ( ferro, luto, argento e oro ) nell’analisi delle profezie di Daniele ( Tomo III degli  Opuscula, cit., p. 298 ) e delle “quattro Bestie” ( Leone, Orso, Pardo e le corna della quarta Bestia ) nella lettura dell’ Apocalisse. Dove “quaternità”, sapienza alchemica e l’interpretazione dell’ Apocalisse trasmigrano di continuo ( come si vede ) l’una nell’altra.

Fatica immane fu quella editoriale del “Castiglione”, Giovan Francesco Salvemini, che osò sùbito contrapporsi ai “Discorsi sull’origine della diseguaglianza tra gli uomini” di Rousseau, per difendere le ragioni della modernità e del progresso; tradusse il “Saggio sull’uomo” di Alexander Pope e altri testi di John Locke ( forse, per li rami, generò la famiglia del meridionalista molfettere Gaetano Salvemini, che volle recarsi a studiare nell’Istituto Superiore di Firenze e qui poi insegnò storia medioevale, riandando alle origini ): fatica immane che si coronò nell’ Index Rerum Notabiliarum, per più di cinquanta pagine in chiusura del terzo Volume ( pp. 511-566 ), con una accuratezza – sia detto qui di passata – che oggi molti curatori omettono, o con estrema semplificazione o saltandone a pie’ pari la esecuzione.

  1. Variazioni dell’ Apocalisse sussistono infinite, ruotanti come su di un perno centrale intorno alla lettura “scientifica” di Newton ( 1672 ), e aventi da un capo la Expositio in Apocalypsin (1183-1185) di Gioacchino da Fiore (1130ca.-1202), e la “vitalistica” appropriazione di Denis Herbert Lawrence (1929, l’anno prima della morte), dall’altro.

L’arco prospettico delle più rilevanti interpretazioni dell’ Apocalisse procede dalla Chiesa “casta meretrix”, Peccatrice Santa, come giudizio e rappresentazione ( Sant’Ambrogio nel commento al Vangelo di Luca 1, 1-4; “il calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato”, nel Par. XII, 139-141 ); alla Chiesa corruzione e “falsa posizione di cristiani”, come blasfemia e ripudio totale  ( per l’autore dell’ Amante di Lady Chatterley, “Apocalisse” a cura di Walter Mauro, Newton Compton, Roma 1999 ).

La polemica avverso la corruzione del mondo ecclesiastico è viva e parlante nella poesia di Dante. Alois Dempf, nel suo Sacrum Imperium ( trad. it. di Carlo Antoni, Messina 1933 ), sosteneva che “Dante scrisse la sua Divina Commedia, anch’essa una Apocalisse gioachimita”  ( seguito in parte da Umberto Bosco, Dante vicino, Caltanissetta-Roma 1966, pp. 316-341; Ernesto Buonaiuti, Dante come Profeta, Guanda, Parma 1936; Giovanni Papini, Dante vivo, Vallecchi, Firenze 1933; Cesare Vasoli, Filosofia e Teologia in Dante, “Cultura e Scuola”, IV/13-14, gennaio-giugno 1965, pp.47-71; Aldo Vallone, Dante, Vallardi, Milano 1971, Capp. I e VII, pp.181-188: per il quale “qui e altrove si potrà cogliere una venatura evangelico-monastica che gli eretici del XIII secolo fanno propria e che a Dante non ripugna”).

“Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre” ( Inf. XIX, 115-117, con evidente riferimento a Papa Silvestro I e alle vicende della ‘falsa donazione’ ). La Chiesa di Bonifacio VIII e Filippo il Bello è confutata spesso con richiami a Taide ( Inf. XVIII, 130-135 ). Il “puttaneggiar” della Chiesa è condannato senza mezzi termini in Inf. XIX, 108 sgg: “Di voi pastor s’accorse il Vangelista, / quando colei che siede sopra l’acque / puttaneggiar coi regi a lui fu vista; / Quella che con le sette teste nacque, / e da le diece corna ebbe argomento, / fin che virtute al suo marito piacque”. Onde il fine critico Carlo Grabher, per illustrare l’allusione alla Chiesa corrotta, che acquistò forza dai dieci comandamenti e dai sette doni dello Spirito Santo, da cui era pur nata e che storicamente aveva tradito, vedeva in tutti questi passi danteschi i rinvii alla Apocalisse, XVII 1-18 e XVIII, 2 sgg., anche e specialmente nei commenti gioachimiti ( Gioacchino da Fiore, Par.XII, 139-141; “Enchiridion”; nel commento al Purgatorio, Principato, Milano-Messina 1985, 38^ ed., p. 319 ).

Fonte primaria è nella genealogia di Luca, comparata a quella di Matteo 1,3: “Giuda generò Fares e Zara da Tamar”: Dove Ambrogio risale al Genesi, ove sta scritto che “Tamar aveva nel grembo due gemelli. Durante il parto, uno di essi mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano dicendo: ‘Questo è uscito per primo’. Ma quando questi ritirò la mano, ecco che uscì suo fratello: ‘Come ti sei aperto una breccia ?’, e lo chiamò Perez. Poi uscì il fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano e lo chiamò Zara” ( Gen. 38, 27-30 ). Dove Zara ( ‘Zerah’ ) vuol dire ‘Bagliore’, in ebraico; e Fares ( ‘Perez’, in ebraico ) significa ‘Breccia’.

Su questo ‘mistero’ s’interrogava  Ambrogio: “Ma perché l’uno fece sporgere  prima la mano dall’utero, l’altro fu il primo ad essere partorito ? Non forse perché  nel mistero dei due gemelli si descrive la vita dei due popoli, l’una secondo la Legge, l’altra secondo la Fede ?” ( Commento 3, 17-23 ). Così Ambrogio perviene alla prerogativa  della fede insegnata dal Vangelo “Per mezzo della Croce e del sangue di Cristo”, e a “quella Rahab, che nel tipo era una meretrice, ma nel mistero è la Chiesa”. Onde la Chiesa non rifiuterebbe “l’unione con numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente è congiunta al maggior numero di essi: essa è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta , vedova sterile, vergine feconda: meretrica casta, perché molti amanti la frequentano per l’attrattiva dell’affetto ma senza la sconcezza del peccato”.

Come è noto, è questa la lettura tipologica o allegorico-spirituale più invalsa e accreditata, anche sulla scorta di una malintesa ‘attualizzazione’ della “Casta meretrix” ( si è arrivati a utilizzarla a proposito della indiscriminata “accoglienza”, ad esempio, o del pubblicistico paragone del parziale respingimento dei clandestini con la Shoah ). “Ma la temporalità, come successione-simultaneità-permanenza, entra prepotentemente in gioco nella interpretazione del passo: ché, infatti, non si fa in tempo a segnare il braccio del primo figlio che spunta dall’utero, individuandolo con un laccetto rosso, che il gemello che sarebbe dovuto venire dopo alla luce si fa breccia, capovolgendo l’ordine della previsione. Ecco, allora, che il laccio è la promessa, la fides concessa e poi smentita; ma la breccia irrompe, sgomitando,  e sopravanzando e scacciando la prima promessa ( ‘Zera’ e ‘Peres’ ). Forse, la natura del ‘meretricio’  ( donde la metafora della Chiesa, ‘casta meretrix’, di origini apocalittiche ) non allude alla accoglienza di numerosi fuggiaschi, quasi come da ‘pubblica amante’; bensì alla dinamica ‘intrinseca’ di questo imprevedibile, sconvolgente e e travolgente ‘sopravanzare’, che non tiene conto della fides pattuita”. Per la nostra lettura ermeneutica, di tipo teoretico-trascendentale, non già allegorica ( ma di tipo sociologico sostanziale ): “Viene anche in mente l’aspetto ‘tremendo’, sconvolgente e insolente della ‘vitalità’ nel pensiero dell’ultimo Croce, forza terribile che divora gli individui: onde si potrebbe porre la definizione stessa della ‘vitalità’ come peccatrice santa” ( cfr. i miei Del vitale, Laterza, Bari 2011, pp. 63-72; I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male, Bari 2015, Parte prima e Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni, Albatros, Libertates di Milano 2015, alle pp. 243-245 in: De hominis dignitate novissima Oratio, pp. 240-252, con la ripresa da parte di Beniamino Vizzini, Per una discussione intorno al problema della libertà, in appendice al citato volume Tempo e Idee, pp. 265-276 ).

E’ notevole che, nel suo “comento” alla Apocalisse, più volte Gioacchino da Fiore fa riferimento alla “grande Prostituta” ( la Chiesa stessa ), sempre in chiave di grande “efficacia”, “anticipazione”, ammonizione o virtuale premessa, “ermeneutica”. Potremmo dire che, mentre Newton ( da cui siam partiti ) ricerca la “scienza esatta delle profezie” ( come s’esprime Maurizio Mamiani e, con lui, gran parte della storia del pensiero filosofico e scientifico ), viceversa nel precedente illustre gioachimita si ricerca la “Wirkung”, la “potenza ermeneutica” delle profezie. Ad es., nel sesto tempo della “Apocalissi”, interpretato in Enchiridion 1083-1106, è auspicato: “Di conseguenza, quelli che sono rappresentati dal castissimo Daniele e dal vergine Giovanni, il prediletto di Cristo (Gv. 13,23 ), siano in grado di vedere, capire e riflettere che solo in questo tempo – che è il sesto – si devono comprendere questi simboli, celati sin dall’antichità e per il succedersi delle generazioni fino ad oggi. Ammesso, però, che essi ascoltino la voce che dice “vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta” ( Ap. 17,1 ) e facciano delle loro persone ciò che Giovanni afferma di se stesso, dicendo ‘e mi trasportò in spirito nel deserto’ ( Ap. 17,3)”. “Ma poi ( ecco il punto ) -, che cosa ciò significhi e dove accada è stato detto in precedenza, – sia il profeta Daniele che l’apostolo Giovanni non prefigurarono nel sesto tempo solo questi fatti, ma anche quelli che si dovevano compiere nel settimo e nell’ottavo tempo”.

Così, analogamente, per Enchiridion 2551-2576: “Pertanto, la prima parte dell’ Apocalisse, in cui si parla del Giorno del Signore e dei sette angeli delle chiese, fu attribuita ai pastori (Ap. 2-4); la seconda, in cui si tratta dell’agnello che fu immolato e delle sette aperture dei sigilli, fu attribuita ai martiri (Ap. 5-7); la terza, in cui si tratta dell’angelo che offre incenso davanti all’altare d’oro e dei sette angeli che suonavano le trombe, fu attribuita ai dottori ( Ap. 8-11 ); la quarta, in cui si tratta della donna vestita di sole, di suo figlio e dei centoquarantaquattromila vergini, fu attribuita ai consacrati vergini ( Ap.12-14 );la quinta, in cui si tratta del Tempio della Tenda della Testimonianza, del mare di cristallo misto a fuoco, e dei sette angeli che escono proprio da quello, fu attribuita alla Chiesa generale (Ap. 15-16 ).Ma dal momento che questi cinque ordini militano nel corpo e ad essi, come ad alcuni sensi del corpo, furono uniti gli ordini spirituali, in ognuno di loro il numero sette non si trovs per caso, in quanto quegli ordini che si dicono spirituali sono così fatti da adattarsi ovunque, come pietre di sei angoli, incitando gli altri ordini alle loro mansioni. Infatti, mentre brillano con i candelabri alla presenza di Dio, essi soffrono assieme a coloro che subiscono il martirio, insegnano assieme ai dottori, contemplano assieme ai contemplatori, ardono di zelo assieme agli zelanti.(..)  E ciò accade alla sesta generazione, a cui si dice. ‘Vieni,ti farò vedere la condanna della grande prostituta’ ( Ap. 17,1), indubbiamente perché Babilonia dev’essere castigata nel sesto tempo”.

L’inerenza dei tempi è anche inerenza delle età – del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; ovvero dell’ordine dei coniugati nella ‘legge’, dell’ordine dei chierici nella ‘grazia’, e dell’ordine ‘spirituale’ nella ‘maggiore grazia’ – dal momento che: “Di conseguenza, come il Padre non sta senza il Figlio né il Figlio senza il Padre,  così nessuno può concordare il Vecchio Testamento senza il Nuovo, né il Nuovo senza il Vecchio, e tuttavia il Nuovo Testamento è sorto dal Vecchio, come il Figlio dal Padre” ( “Enchiridion”, 1263-1290). Ove Gioacchino quasi risponde, in anticipo, alle obiezioni del dotto San Tommaso ( nella Summa Theologica, II, 1 qu.106, a. 4), a proposito della distinzione epocale dei “tre ordini”, attingendo la logica dell’ “in-esse”, o della compenetrazione delle età e implicazione ideale eterna degli “ordini”: implicazione che, attraverso Duns Scoto e i “principi regolativi” di Kant ( che sono poi “le guise” della mente umana in Giambattista Vico ), a noi ricorda da lunge la funzione della “moralità”, reggitrice di tutte le attività spirituali, nella Storia come pensiero e come azione del 1938 in Benedetto Croce.

Così, l’abate Gioacchino  si rifà alla fonte evangelica e paolina, inevitabilmente: “Ma che cosa (il Signore) ha detto dello Spirito Santo ? Egli dice: ‘Molte cose ho da dirvi ancora, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà quello Spirito di Verità, egli vi insegnerà la verità tutta intera’ ( Gv. 16, 12-13 ). Questa promessa si compì per pochissimi uomini, ovvero per gli apostoli, anche se leggiamo l’apostolo dire: ‘conosciamo solo in parte, e in parte profetiamo; ma quando verrà ciò che è perfetto, ciò che è parziale scomparirà’ ( 1 Cor., 13, 9-10)”. ( Per tutti questi fondamentali passi gioachimiti, mi avvalgo della edizione italiana con testo latino a fronte a cura di Andrea Tagliapietra, Sull’Apocalisse, Feltrinelli, UE, Milano 1994, rispettivamente alle pp. 213-225 e 303-319 ).

Ora, ci interessa riprendere un punto speciale della dottrina e ‘filosofia della storia’ gioachimita ( primo modello ‘canonico’ per i magistrali acquisti posteriori di Hegel, Marx e Croce ), punto che sta forse alla base di una analoga, quanto sofferta, intuizione di Isaac Newton, a proposito della ‘cesura’ nella storia europea provocata dalla invasione islamica: cesura che il Newton poneva tra il settimo e il nono secolo d. Cr., e ancora più tardi, all’altezza del primo conflitto mondiale, il belga Henri Pirenne, nella sua Storia d’Europa, intorno all’ 800. Precisamente in “Enchiridion” 865-890, Gioacchino da Fiore prevede, o meglio proietta, interpretando, dal passato al presente al futuro: “Al tempo del quarto sigillo , precedute dalle battaglie con i Siriani (1 Re 20, 1-22 e 38; 2 Re 6, 8-16 e 20 ), vi furono le guerre degli Assiri. In loro corrispondenza – ossia al tempo della quarta apertura e precedute dalle battaglie con i Persiani -, videro avvio, nella Chiesa, le guerre dei Saraceni, la cui terribile crudeltà dura fino al tempo presente” ( cfr. Sull’Apocalisse, ed. cit., pp. 194-197 ).

“Orta sunt bella Agarenorum tempore videlicet apertionis quartae, quorum atrox immanitas usque ad praesens tempus perdurat”: ove Gioacchino, con il termine biblico “Agareni”, qualifica i discendenti del figlio di Agar, Ismaele ( come nella Genesi, 16 ), ossia proprio le tribù del deserto arabico corrispondenti ai Saraceni, che imperversano fino al suo tempo e magari oltre, dèditi come sono ( per dirla col Pirenne ) alla “razzia dell’universo”. In fondo, le “ragioni poco chiare” di cui parla lo storico e biografo di Newton, Michael White, a proposito della definizione simbolica della monarchia saracena,  restano attinte alla storicità degli accadimenti e alla classica fonte gioachimita: e tra la “invasione delle locuste”, metafora biblica applicata all’invasione islamica, e la “razzia dell’universo”, caratterizzazione antropologica posteriore illustrata dal Pirenne, non c’è poi gran differenza, all’infuori del diverso e distante “contesto” ideologico o religioso ( cfr. Michael White, Newton, op. cit., pp. 219 sgg. )

prof Giuseppe Brescia

Del resto, per “forza” ermeneutica, il metodo del balzo e rimbalzo prospettico agisce in tutto l’ordito della Apocalisse, dove, nei densi ventidue capitoli, si segnala il rinvio tra 19, 11-21 ( La prima battaglia finale ) e 20, 7-10 ( La seconda battaglia finale e la sconfitta di Satana ). Di mille anni in mille anni: “Quando saranno trascorsi i mille anni, Satana sarà liberato dalla sua prigione, e andrà a convincere Gog e Magog e tutti i popoli del mondo numerosi come la sabbia del mare, e li radunerà per la guerra”. E quando l’ Apocalisse dice, a 13, 1-4: “Vidi allora un mostro che saliva dal mare. Aveva sette teste e dieci corna. Su ogni corno portava un diadema, e su ogni testa era scritto un nome che era una bestemmia. Il mostro era simile a una pantera. Aveva zampe come quelle di un orso, e una bocca come la bocca di un leone. Il drago gli affidò il suo potere, il suo trono e una grande autorità”; – ebbene, tutta questa simbolica non riaffiora, nella “sapienza dei secoli”, allorché il Croce scrisse il 1946 il famoso saggio L’Anticristo che è in noi ? Il filosofo della modernità e dello storicismo, all’altezza dei nuovi compiti e nuovi problemi, allude al mostro che sale dal mare, ma per paventare il sempre rinascente pericolo che il male si manifesti, piuttosto, come “una tendenza della nostra anima”, “capovolgimento sistematico dei valori in dis-valori”, e della “creazione” in “dis-creazione”, “gaudente” del procedimento stesso di essa “distruzione”.

Alla fine dell’audace percorso, l’umanista cristiano Antonio Quacquarelli cita: “Il drago si scatena è il film della serie Shaw Brothers in cui la violenza l’inganno e la ferocia si alternano in tutte le scene. Sempre di scelte si tratta. Chi non supera le passioni che trascinano l’uomo nella materia e lo distruggono non riesce a cogliere i valori che portano alla distensione spirituale; alla serenità che fa scorgere l’infinito alla luce della purezza del cielo; alla speranza della salvezza” (Il leone e il drago nella simbolica dell’età patristica, cit., pp. 137-138 ).

“Post tenebras lux. Non dimentichiamolo. La luce nasce dalle tenebre: essa è diffusa nell’oscurità, nel buio, come il giorno lo è nella notte. E’ dal Caos oscuro che fu estratta la luce riunendo i suoi raggi dispersi, e se, nel giorno della Creazione, lo Spirito divino si muoveva sulle acque degli Abissi – Spiritus Domini ferebatur super aquas, – questo spirito invisibile dapprima non poteva essere distinto dalla massa acquea e si confondeva con essa”. Così, si licet parva componere magnis, l’alchimista anonimo – pseudonimico Fulcanelli si esprime nel suo Il mistero delle Cattedrali, citando la formella sotto il portico di Notre-Dame, del Bagno degli astri (pp. 110-112 e tav. XXIX), che però oggi non esprime più la “condensazione dello Spirito universale, nel quale si devono bagnare il sole e la luna chimici, per cambiare natura e ringiovanire”, sì – bene – il “mutamento delle case zodiacali”, indicato in sede epistemologica dal Mulino di Amleto.Saggio sul mito e la struttura del tempo di Giorgio De Santillana e Hertha Von Dechend ( ed. it., Adelphi, Milano 1986 ). Così, la porta destra di Notre-Dame ricorda la Porta santa della Basilica di San Pietro, “o del Giubileo ( a detta dello stesso Fulcanelli ), che è dorata e murata; il papa la apre a colpi di martello ogni venticinque anni, cioè è aperta quattro anni per ogni secolo” ( l. c.).

Nel nostro mondo, tanto spesso paurosamente incline a forme di Escape from Man, o “Fuga dall’Umano” ( non di rado, forme incrociantesi in varie combinazioni tra loro ), valga l’augurio che la “Vierge mère”, la “Vergine madre”, che “ha prodotto questri astri luminosi”, la Maria o la Sophia, Signora dell’Universo e quarta Ipostasi della Verità, assisa tra Sol et Luna e dominatrice della valle indemoniata, possa apprestare la “serenità che fa scorgere l’infinito alla luce della purezza del cielo” ( Quacquarelli ), a conforto dell’animo a volte sgomento e sorpreso dall’infittirsi delle tenebre o sul precipizio della “enantiodromia”.

Giuseppe Brescia – Libera Università “G.B. Vico” di Andria