Riedizioni dimenticate di alcuni scritti di Benedetto Croce (In ricordo di Anna Cassandro Sernia), di Giuseppe Brescia

prof Giuseppe Brescia
prof Giuseppe Brescia

“Bibliografia, il tuo nome è incompiutezza !”, soleva dire Benedetto Croce, parafrasando il celebre motto di Amleto ( “Fragilità, il tuo nome è donna !” ), a proposito degli intensi sforzi di restauro filologico dedicati a Giambattista Vico e Francesco De Sanctis, ma con estensione di carattere generale, che abbiamo osato applicare non pure una volta ai suoi stessi scritti ( v., dopo la nostra collaborazione giovanile a “Rivista di studi crociani”, “Nord e Sud”, “La Cultura” e “Realtà del Mezzogiorno”, segnatamente Croce inedito del 1984 e Croce nel mondo, 2000 ). In questa sede, segnalo ancora due riedizioni affatto dimenticate di scritti crociani, come la concessione in estratto del saggio Giovanni Pascoli giudicato da Benedetto Croce, già edito in “La Critica” dello stesso anno, nelle colonne dell’amico “Giornale d’Italia”, a. VII, n. 79, 20 marzo 1907, p. 3, a guisa di impegnativo elzeviro ( assente sia nella Bibliografia crociana di Edmondo Cione, Bocca, Torino 1956, per il 1907 di p. 118, sia nella più corposa e fondamentale L’opera di Benedetto Croce di Silvano Borsari, Napoli 1960, p. 84 ). L’altra benché minima, ma opportuna, integrazione riguarda l’ Omaggio a Francesco Acri, edito dal Croce ne “Il Resto del Carlino”, XXIX, n. 142, del 22 maggio 1913; compreso altresì – esattamente tre giorni dopo – ne “Il Marzocco” di Firenze, XVIII, n. 21, del 25 maggio 1913, alla p. 5, in quanto parzialmente riportato nella rubrica “Marginalia”, con il titolo Il giubileo di Francesci Acri ( voce assente anch’essa dal Borsari, op. cit., n. 990, di p. 125 ). Si tratta delle onoranze giubilari per Francesco Acri ( Catanzaro, 19 marzo 1834 – Bologna 21 novembre 1913), cattolico in polemica antiidealistica, autore dell’ Abbozzo di una teorica delle idee.Videmus in aenigmate ( Palermo 1870 e Bologna 1907 ), subentrato nella cattedra di Storia della filosofia  il 1911 alla Università di Bologna al posto di Francesco Fiorentino, che lo aveva criticato in un suo manuale sulla “filosofia italiana fino al 1870” pubblicato in Germania a Leipzig nel 1875. Qui, l’Acri rispose con la Critica di alcune critiche di Spaventa Fiorentino e Imbriani sui nostri filosofi moderni ( Bologna 1875 ). Fiorentino replicò con La filosofia contemporanea in Italia (1876). E Francesco Acri controreplicò ne I critici della critica di alcune critiche, cioè i professori Spaventa Fiorentino e Imbriani, apparsi in sogno al prof. Acri ( Bologna 1876 ). Tutta la tenace polemica fu poi come ricomposta e raccolta nel volume collettaneo Dialettica turbata e serena (Bologna 1911): il che spiega l’allusione  parzialmente autobiografica del Croce, per li rami dei contendenti, nel “maggio 1913”.

Riporto ora l’intiero paragrafo dell’importante giornale fiorentino, in cui è riospitata la memoria  crociana di Francesco Acri, prima di quelle d’altri pensatori o storici della filosofia ( Francesco De Sarlo, Giuseppe Antonio Borgese, Giovanni Gentile, Bernardino Varisco, Alessandro Chiappelli e Giacomo Barzellotti ).

Il giubileo di Francesco Acri. – “L’Ateneo bolognese ha tributato solenni onoranze di colleghi e di discepoli ad una delle sue glorie: il filosofo Francesco Acri. A queste onoranze han voluto partecipare con animo reverente, inviando saluti e giudizi, le più cospicue personalità del mondo del pensiero italiano. Alcuni dei più importanti giudizi intorno all’animo ed all’opera di Francesco Acri sono stati raccolti dal Resto del Carlino. Benedetto Croce ha scritto: ‘ Francesco Acri mi è stato noto, prima che dai suoi scritti, dalle battaglie fierissime che, or sono quarant’anni, uomini la cui memoria mi è sacra ed alcuno dei quali era legato a me da vincoli di famiglia, condussero contro di lui.E l’omaggio che io ora rendo, con chiara ed informata coscienza, all’artista, al dotto, al galantuomo Acri, è tanto più fervido in quanto è accompagnato nel mio animo da un sentimento di rivendicata giustizia tanto più confortabile in quanto mi conferma nella fede che le discordie umane passano e i pensieri e le opere che, attraverso quelle, si son fatte strada, restano e rifulgono’.    

Francesco De Sarlo – prosegue la sintesi del giornale diretto da Adolfo Orvieto – riconosce nell’Acri una delle figure più eminenti della filosofia italiana contemporanea e scrive che ‘quando la storia della filosofia italiana del nostro tempo sarà scritta con spirito equanime e scevro da preconcetti, l’opera di lui per quanto piccola di mole rifulgerà della più viva luce anche in confronto di quella dei migliori tra i suoi contemporanei’. G. A. Borgese loda nell’Acri la musicale umiltà di sentimento, la sua anima candida e pudica, la prosa bellissima, il pensiero che lo rende ‘un precursore di quella nuova apologetica la quale – quale ne sia il valore finale – è tra le correnti più ricche e più vive della coscienza moderna’. Per Giovanni Gentile, Francesco Acri è ‘uno dei pochissimi filosofi che abbia avuto l’Italia dopo il Rosmini e il Gioberti, dei pochissimi pei quali la filosofia non sia stata semplice materia di libri e d’insegnamento, ma la stessa vita dello spirito’ e crede il Gentile che tra gli scritti dell’Acri quello cui resterà legato durevolmente il suo nome sia la traduzione di Platone ‘la più bella che s’abbia in Italia’. Bernardino Varisco accetta la definizione che fa dell’Acri ‘un mistico di sentimento’ e Alessandro Chiappelli lo pone insieme ad Augusto Conti e a Francesco Bonatelli in una triade nella quale all’ Acri può darsi il merito d’una mente più filosofica di quella del Conti con lo stesso sentimento dell’arte e una misura maggiore di quella del Bonatelli, in una triade ‘di pensatori e di maestri che intesero conciliare la loro persuasione di filosofi colla tradizione e colla fede cattolica da essi con aperta sincerità professata’. Tutti gli altri ammiratori dell’Acri lo salutano considerandolo come ‘il continuatore della grande tradizione filosofica greco-latina ed italiana che ha congiunto la severa profondità del pensiero indagatore con l’arte geniale dell’esprimerlo e del comporlo in forma di sapiente euritmia’ per usar le parole di Giacomo Barzellotti “.

Il passo crociano è di proposito segnalato in prima pagina, e in cima alla pagina cinque, de “Il Marzocco” ( “Benedetto Croce Cf. Anna Sernia Cassandro” ), a indicar l’autrice del ritrovamento, la barlettana studiosa di Storia Patria e di pensiero liberale ( Barletta, 9 novembre 1907 – 14 novembre 1982 ), venuta fuori da una moderna ‘famiglia di patrioti’ ( Giovanni Cassandro, Paolo Emilio Cassandro e Manlio Livio Cassndro, prematuramente scomparso nel 1973, già membro della Direzione nazionale del Partito Liberale Italiano ).Con Anna Cassandro Sernia, autrice tra l’altro di Santa Maria degli Angeli. Parrocchia dei Greci ( Barletta 1963 ), La salviamo questa Italia ? ( Barletta, Rizzi Del Re, 1978 ) e Manlio Livio Cassandro:Una vita per un ideale ( Cacucci, Bari 1975 ), organizzammo la discesa in Barletta di Salvatore Valitutti, all’epoca Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione, per onorare con la mia relazione (Croce studioso di storia locale ) il ventennale dalla morte di Croce ( 1972 ) e dettare una lapide memorativa nella Piazza Federico II. Alla stessa, che mi affidò un interessante fascicolo di giornali del primo Novecento ( donde traggo materia di costante consultazione e confronto ), è dedicato il presente saggio ( v. Lagiornata crociana’ di Barletta, “Rivista di studi crociani”, X/1, 1973, pp. 126-127; ed il Ricordo di Anna Cassandro Sernia, con ritratto, in “Archivio Storico Pugliese”, XXXVI/1-4, 1983, pp. 345-347 e in “Rivista di studi crociani”, XXI/1, 1984, pp. 108-109 ).

Nella rivista “Il Marzocco” dello stesso numero, qui riesumato, è degna di nota la presentazione, di spalla alla pagina 4, dell’edizione critica della vichiana Scienza Nuova a cura di Fausto Nicolini, in due volumi, per la Collana laterziana “Classici della filosofia moderna”, diretta da Croce e Gentile  ( Cfr. anche, su Croce e gli Orvieto, il bel saggio di Caterina Del Vivo, “Nuova Antologia”, A. 131°, 2199, luglio-settembre 1996, pp. 269-289 e n. 2200, ottobre-dicembre 1996 ).

In particolare, la bella rivista fondata da Adolfo Orvieto ( cui collaborano – tra gli altri – Angelo Conti e Ada Negri, Giuseppe De Lorenzo e G.S. Gargano ) si sofferma su La Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite, e corredata di note storiche, a cura di Fausto Nicolini – Parte I: Volume di pagg. LXXX-304, con un ritratto ed un facsimile fuori testo – Parte II: Volume di pagine 408. “ Non solo l’Italia mancava finora d’una edizione critica e annotata della maggior opera del suo maggior filosofo, ma questa stessa opera, non più ristampata da circa cinquant’anni, era affatto introvabile in commercio. L’edizione del Nicolini, non che essere riproduzione pura e semplice di quella del Ferrari, offre anzitutto un testo diligentemente collazionato sull’autografo e reso di assai più facile lettura mercé un radicale e razionale rifacimento di tutta la punteggiatura. Il Nicolini non solo, ricollazionando per suo conto le due edizioni del 1730 e del ’44, ha potuto reintegrare i brani omessi dal Ferrari, ma mercé una nuova collazione tra l’edizione del 1744 e due altre redazioni antecedenti, autografe e inedite, ha almeno triplicata la mole delle varianti, arricchendole talvolte di lunghi brani o interi capitoli di peculiare importanza. Infine l’edizione del Nicolini è corredata da numerose note storiche, nelle quali vengono identificate e rettificate le citazioni del Vico, chiarite alcune allusioni oscure, e spiegata fin quanto era possibile la genesi di alcuni dei più caratteristici errori d’erudizione commessi dal filosofo napoletano. Del primo volume di questa edizione del Nicolini, della quale esce in questi giorni la seconda parte, la Revue de métaphysique et de morale ( marzo 1912 ) scrive: Excellent édition, elle sera bientot l’unique à consulter, et elle rendra plus sensible le besoin d’une fidèle et intégrale traduction française des principale oeuvres de Vico

Da parte la considerazione che si è dovuto attendere l’opera instancabile dell’amico Alain Pons per conquistare al mondo della cultura filosofica la vera prima traduzione integrale de La Science Nouvelle in Francia ( L’Esprit de la cité, Fayard, Paris 2001), noterò di passata che alla pagina 6 del fascicolo citato del “Marzocco”, in sede di “Cronachetta Bibliografica”, è altresì data ampia notizia del contributo alla storia del teatro italiano reso nella pubblicazione dell’andriese Riccardo Zagaria, Vita e opere di Niccolò Amenta ( Bari, Giuseppe Laterza, 1912 ), assai verosimilmente ospitata grazie alla mediazione dello stesso Croce ( curatore delle edizioni e collane laterziane ) e all’amicizia di Giuseppe Ceci, il fidato sodàle degli studi di erudizione storica e letteraria ( cfr. i miei Appunti per la bibliografia degli scritti di Giuseppe Ceci, in “Archivio Storico Pugliese”, 1974, I-IV, pp. 627-632 ).

Prima di passare alla collaborazione al “Giornale d’Italia”, e alle vicende del connesso dibattito etico-politico, val bene notare che “Il Marzocco” si mostra preoccupato per la diffusione della coltura europea in Libia, i rapporti tra fede cristiana e fondamentalismo islamico e – specialmente – della poesia e freschezza d’ispirazione religiosa degli  Armeni. Tutto ciò accade a firma di Aldo Sorani o in rubriche di rendiconto storico-bibliografico, anche per l’attenzione costantemente dedicata alla rivista pugliese “Humanitas” di Pier Delfino Pesce, molto vicina alla cultura armena e alla sua diffusione in Italia meridionale ( mercé l’opera del Nazariantz ). Trascrivo, per la loro non perenta attualità, le riflessioni nei “Marginalia” del “Marzocco ( A. XVIII, 26 ottobre 1913, alla pag. 6 ), La poesia degli Armeni.”La poesia armena – scrive il poeta armeno Archag Tchobanian in un opuscolo:  Il popolo armeno, il suo passato, la sua cultura, il suo avvenire –offre nella sua forma – e ce ne siamo già occupati in un articolo sul Tchobanian stesso – alcune delle caratteristiche proprie a tutto l’Oriente. Essa è nata sotto il cielo dell’Asia antica ed è impregnata di voluttuose fantasie, di lunghe e dolci malinconie, inspirate dai maravigliosi chiari di luna, dalle prodigiose aurore, dai grandiosi tramonti, dalle notti immense brucianti di stelle… Ma, a traverso questa impronta orientale – eccesso d’immagini, sovrabbondanza verbale, disordine, spontaneità, violenza e freschezza, lunghezze eccessive e suprema concisione – attraverso questi caratteri generali dell’estetica d’Oriente, si sente nella poesia armena, come in tutta l’arte armena, una affinità intima, una parentela profonda con l’arte d’Occidente. V’è relativamente più sobrietà, più chiarezza, più purità nell’arte armena che nell’arte complessa e sensuale della maggior parte dei popoli, specialmente mussulmani, dell’Oriente. Gli armeni mancano quasi totalmente di quelle dottrine fataliste che formano il fondo della mentalità mussulmana. Essi hanno una fede istintiva nell’energia individuale dell’uomo ed in ciò che essa può per lottare contro il giogo del destino.Benché le sventure li abbiano spesso e duramente colpiti, essi han sempre conservato ciò che è l’essenza della vita: la speranza, la speranza in un mondo migliore, in un domani di giustizia. ‘Molto bene e molto male attraversano l’esistenza dell’uomo’, dice un poeta armeno. Ed un altro: ‘Bisogna resistere al male finché arrivi il giorno del bene’. Ed un altro ancora: ‘Colui che piega sotto il dolore muore prima del suo giorno’. Questa chiarità di speranze, questo raggio d’ottimismo e di fede si trovan sempre nell’arte, nella musica, nella poesia degli armeni. La concezione del nirvana non avrebbe potuto nascere in Armenia perché l’armeno ama la vita e spera nell’avvenire.Un altro carattere della poesia e dell’arte armena è che sono arte e poesia d’un popolo di montagna. Sulle rive dei laghi che si trovano sulle alte colline, o sui fianchi delle grandi montagne si sono formati gli elementi costitutivi della mentalità araba, hanno creato e cantato i pastori e gli agricoltori. Perciò la poesia si presenta fresca, semplice, impregnata di profumi d’azzurro, calda come dell’ardore d’un sole generoso e nella musica si sente spesso una melopea di pastori che si prolunga attraverso profonde vallate e vien ripetuta dagli echi molteplici, melopea pura come l’aria di montagna. Vi sono in Oriente poesie più grandiose e fastose dell’armena; ma la poesia armena può vantarsi di venire dal cuore” ( mie le sottolineature nel testo).

Di lì a poco – come è noto, a seguito del mio Trittico storico-politico: Polonia Armenia Romania, nel Croce inedito.1881-1952, SEN, Napoli 1984, pp. 150-161 -, Croce stesso condannerà, in quanto “terribile massacro”, lo “sterminio degli armeni”, perpetrato dai Giovani Turchi nel 1915, sia nel giornale “Armenia. Eco delle rivendicazioni armene” del prof. Corrado Corradino, sia nella lettera al capitano pubblicista Fabio Ranzi nel numero del 5 febbraio 1916 della rivista “Armi e Progresso” ( cfr. anche La rivoluzione liberale di Croce nella crisi della filosofia europea, “L’Osservatorio Letterario – Ferrara e l’ Altrove”, n. 109-111, giugno – ottobre 2016; “Rotary Club Firenze Nord”, A. XLII, ‘Atti del Convegno per i centocinquant’anni dalla nascita di Benedetto Croce’, 2015-2016, pp. 29-42 ). La Humus per questi interventi da “filosofia del giusto” è, così, rintracciata in un terreno di sentire comune, solidarietà e umana condivisione, di fronte alle sempre rinascenti persecuzioni del popolo armeno e di altre minoranze oppresse, qual si esprime nella notevole rivista fiorentina, ora riesumata.

La difesa del patrimonio storico, artistico ed archelogico, in una con la tutela della libertà ( anche nel serrato confronto con la cosiddetta “mentalità massonica” ), costituisce l’altro polo di riflessione e discussione pubblicistica, costantemente propugnata da Croce sulle colonne del “Marzocco” e del “Giornale d’Italia”. Senza riprodurre per intiero il saggio pascoliano diffuso dal “Giornale d’Italia” ( saggio che inizia col celebre esordio: “Leggo alcune delle più celebrate poesie di Giovanni Pascoli, e ne provo una strana impressione. Mi piacciono ? Mi spiacciono ?”), gli altri temi trattati sono: i “vasi rotti e l’amministrazione del Museo Nazionale di Napoli” ( “Il Marzocco” del 2 gennaio 1903, 2 ottobre 1903 e 11 dicembre 1904; “Il Giornale d’Italia”  del 2 novembre 1903 ); la difesa della chiesa napoletana La Croce di Lucca ( “Il Giornale d’Italia”  del 6 dicembre 1906 );  “Contraffazioni di codici e pubblico denaro” ( “Il Marzocco” del 4 marzo 1906); “A proposito di un furto nella Biblioteca Nazionale di Napoli” ( “Il Giornale d’Italia”, 8 settembre 1910 ); la polemica con Federico Enriques ( “Il Giornale d’Italia”, 20 e 24 aprile 1911 ), e con il matematico massone Francesco Severi ( ivi, 5 e 7 febbraio 1914 ); Socialismo e Massoneria ( lettera al “Giornale d’Italia” del 6 ottobre 1910 ). “Vuol permettermi, caro Bergamini, una osservazione meramente ‘storica’ sulle relazioni tra socialismo e massoneria ? La massoneria, come sa chi ne conosca la genesi e ne abbia osservato le intime tendenze, è uno dei prodotti più schietti dello spirito del secolo decimottavo. Il socialismo è, invece, uno dei più schietti prodotti dello spirito del secolo decimonono. La prima idoleggia l’umanità, la libertà, la giustizia, la fratellanza, la tolleranza, la scienza, e tutte le altre Dee che operarono al modo che è noto nella Rivoluzione francese. Il secondo, indifferente anzi irriverente verso quelle Dee, muove da una considerazione di dialettica storica, e procura di aiutare a venire a luce il portato della nuova storia, la Società dei lavoratori”.

Nella propria alquanto pedestre scrittura, Valerio Meattini riporta da fotoriproduzioni di fac-simile delle opere di Croce, serbate nella Biblioteca pisana di Delio Cantimori, alcune delle testimonianze dell’interesse e della polemica, ora “antimassonica”, ora anti “mentalità massonica”, di Benedetto Croce, segnatamente nei prini decenni del secolo scorso. E conclude, lo ‘storico’ ( che sbaglia alcune date e allegazioni bibliografiche, per Filosofia Poesia Storia, che è del 1951 e non del ’55, o per il libro di Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, non già Croce e il suo tempo (pp . 87-88), volentieri ricorrendo ad anacoluti quasi per ogni pagina del suo Benedetto Croce e la mentalità massonica ( con due testi di J. F. Fichte ), L’Arco e la Corte, Bari 2011 ), con la dichiarazione resa da Croce al Senato del Regno, nella tornata del 20 novembre 1925, “discutendosi la legge contro le Associazioni”, e conclusa nel motivato voto di “astensione”. “Farò soltanto una brevissima dichiarazione di voto. Sempre nella mia opera di scrittore ho avversato la Massoneria, perché, a mio giudizio, l’ideologia da essa rappresentata e promossa era semplicistica e antiquata, e impediva, con la sua superficialità, quella soda cultura storica e politica, che io augurava al mio Paese. Inoltre, ero con molti altri di avviso che il segreto di cui quella associazione si circondava, dando luogo a infiniti sospetti se non addirittura a illeciti maneggi, non giovasse a mantenere sana la nostra vita civile” ( dalle Pagine sparse, Volume secondo, Ricciardi, Napoili 1943; ora nei Discorsi Parlamentari, con una saggio di Michele Maggi, Senato della Repubblica, Roma 2002, pp. 171-172 ).

Ancora l’11 marzo 1947, e dopo il 24 maggio 1929, intervenne il Croce, contro la proposta d’inserimento nella Costituzione dell’art. 7, Sulla discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana ( Discorsi Parlamentari, cit.,  pp. 183-188 ). Ma a noi interessa, tornando  sulle pagine del citato “Giornale d’Italia”, rivedere dal vivo il dibattito del 1925 a proposito del potere o strapotere delle lobbies economiche e della segretezza delle “Associazioni”. Qui tornano utili i fascicoli raccolti dalla pugliese e liberale Anna Cassandro Sernia, come per l’articolo di fondo del professor Ugo Ancona, Un grosso problema: il regime bancario, ne “Il Giornale d’Italia”, Anno XXV, n. 128, Sabato 30 maggio 1925: editoriale che, prendendo spunto dall’intervento dell’onorevole Tittoni, mette a fuoco i problemi del momento ( e in parte anche del domani ). “Pareggio ed economie; sgravio di imposte; circolazione cartacea, svalutazione o rivalutazione della moneta, debiti interalleati e prestiti esteri, sono questioni fondamentali, esposte e discusse con quella chiarezza persuasiva di forma, che deriva dalla chiarezza delle idee”.

Nello stesso numero del quotidiano, alla pagina 2, si notano delle code polemiche avverso il Ministro della Pubblica Istruzione On. Pietro Fedele e varii sottosegretari, in risposta alla interpellanza dell’ On.le Ceci, Il Museo di Napoli in pericolo. Le assicurazioni del ministro Fedele alla Camera ( Ma ad un certo punto, il ministro Fedele ammette: “La minaccia è gravissima. Il pericolo è imminente. Commenti e impressione ).

E si nota, soprattutto, l’elzeviro di pagina 3, a firma di Enrico Ruta, recensivo de “Il Regno di Napoli” di Croce. Una storia e teoria della storia, importante perché, da parte talune travisazioni, coglie l’impronta vichiana del pensiero di Croce. “Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana”. E commentava, nel ’25, lo stesso Ruta: “La Provvidenza, dunque, è la stessa mente umana; la quale non è soltanto mente mia e mente tua, ma è la mente di tutti gli uomini e di tutte le generazioni, eterna attraverso la momentanea esistenza di quanti uomini furono, sono e saranno, attraverso la tesaurizzazione tradizionale del passato, la creazione del presente e la preparazione dell’avvenire. (..) Compendiata in poche parole, è questa, come io la intendo, la teoria della storiografia del Croce. Un tempo, la storia che non si confonde con la cronaca, la vera storia, si chiamava, con un nome e un contenuto approssimativi, Filosofia della Storia”.

Nello stesso 1925, “Il Giornale d’Italia”, al n. 12 dell’Anno XXV ( 14 gennaio 1925 ), conferisce risalto al Momento politico. La battaglia contro la Massoneria ( Editoriale di prima pagina ). “Il provvedimento più importante, soprattutto per l’evidente obiettivo contro cui si rivolge e per le vaste ripercussioni che esso avrà in varie zone dell’opinione pubblica, è un terzo disegno di legge, approvato dal Consiglio dei Ministri e presentato ieri stesso alla Camera dall’On.le Federzoni, ‘che fa obbligo a tutte le associazioni, enti, istituti costituiti nel Regno, di comunicare  all’autorità di Pubblica Sicurezza l’atto costitutivo, lo statuto, i regolamenti interni e l’elenco nominativo delle cariche e dei soci’. Tale disegno di legge – prosegue in sede di commento il Giornale romano -, preparato ed annunciato da una vivace campagna di stampa, rappresenta un episodio della battaglia iniziata dal fascismo, subito dopo la marcia su Roma, contro la Massoneria. Lo dicono chiaramente i giornali fascisti e stamane l’ Impero definisce il programma di questa fase della lotta antimassonica: ‘Noi ci auguriamo – scrive l’organo dell’oltranzismo fascista – che la distruzione delle sètte sia subito iniziata. Il fascismo è ansioso di menar botte da orbi sul vecchio edifizio della italietta giolittiana. Il Fascismo, lo dichiariamo ancora, è stufo di ascoltar minacce e di non vedere fatti adeguati. La decisione ci piace anche, in modo speciale, perché essendo la Massoneria una vasta organizzazione internazionale, il combatterla così radicalmente è atto di coraggio, di fermezza e di originalità. Più volte la luce è venuta da Roma. Questo può essere un alto comando mondiale’. Il carattere del provvedimento, ancor più che dai battaglieri commenti della stampa ufficiosa e fascista, è precisato dai tre articoli che costituiscono il testo del disegno di legge. L’articolo 2, difatti, stabilisce che i funzionari impiegati ed agenti dello Stato, delle province e dei comuni non possono appartenere ad associazioni, enti ed istituti costituiti ed operanti in segreto, sotto pena della destituzione. E’ evidente che il Governo vuole colpire funzionari e ufficiali massoni”.

Quindi, “Il Giornale d’Italia” riporta l’intervento del “Messaggero”, altro importante quotidiano romano del giorno prima, che sembra riaprire in qualche modo il dibattito, Un giornale ufficioso in difesa della Massoneria. ‘E’ veramente la Massoneria una entità pensante e soprattutto operante contro la Nazione e contro il regime attuale ? Non sappiamo quale precisa documentazione abbia il Governo sulla sua attività. Ricordiamo che nella storia del Risorgimento nazionale italiano la Massoneria ha avuto compiti attivi che furono all’avanguardia del movimento di lotta e liberazione’.  “Il giornale conclude augurandosi che ‘il nuovo progetto di legge e soprattutto questa politica antimassonica che si è inaugurata fra le schiere fasciste possano essere profondamente riveduti’. Fin qui il ‘Messaggero’: ma nulla può lasciar presumere – conclude il proprio commento il direttore de “Il Giornale d’Italia”, Bergamini – che il Governo ed il fascismo siano disposti a mutare opinione, e si può ritenere che la battaglia contro le società segrete che si riduce ad una aperta e dichiarata battaglia contro la Massoneria, sarà con tutte le forze condotta a fondo. Sicchè ora, più che avventurarsi sulla difficile via delle ipotesi, difficile soprattutto per l’inasprito rigore dei prefetti contro la stampa, è preferibile attendere i cosiddetti ‘successivi sviluppi’. E fare la cronaca”.

Come dire che Bergamini esterna aspetti e perplessità del problema complessivo della lotta alla Massoneria, senza prender campo né spada tratta, in un senso o nell’altro. Ma “fa la cronaca” e attende lo sviluppo degli eventi.

Benedetto-CroceUn poco sulla linea di sofferta riflessione e conclusiva “astensione”, proclamata poi ufficialmente dal Croce in Senato, sempre avendo alta la mira sulla “tutela della Libertà”, da qualunque parte insidiata. Come in circuito, si ritorna così alla equanime comprensione, e determinazione, del Croce, di Massoneria e Libertà: “Questa mia insistente polemica, che una volta mi procurò perfino l’onore di una pubblica risposta del Gran Maestro della Massoneria, – che era, del resto, un uomo onorando, Ernesto Nathan – è nota, ed è stata ricordata da molti nelle discussioni che hanno accompagnato il presente disegno di legge. Al quale, dunque, io dovrei essere sostanzialmente favorevole, ed anzi lieto di vedere l’attuazione di cosa che io stesso avevo desiderata. Ma, signori senatori, la mia polemica contro la Massoneria si svolgeva in condizioni di libertà, ed era mossa da spirito liberale, che sentiva incomportabili le associazioni segrete di qualsiasi sorta. Invece, il presente disegno di legge ci viene innanzi, quando non solo le condizioni delle pubbliche libertà sono assai turbate in Italia ( commenti animatissimi ), ma si ode proclamare con feroce gioia la distruzione del sistema liberale ( proteste ), e questo disegno di legge è considerato come parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali. Esso, perciò, se materialmente risponde al mio desiderio, spiritualmente ne discorda non poco, e per questa seconda considerazione io non potrei dargli il mio voto. Quando ci si trova nel bivio in cui io ora sono posto, e si sente il dovere di non venir meno, neppure in apparenza, al proprio passato, e nel tempo stesso si sente l’altro dovere di non venir meno alla propria coscienza, che avverte che il presente non è quel passato, si ha il caso tipico, a me pare, in cui è necessario trarsi in disparte e astenersi. Ed io mi asterrò dalla votazione del presente disegno di legge; ed alcuni colleghi, travagliati dallo stesso dissidio, mi pregano di dichiarare che essi pure, per simili o analoghe ragioni, si asterranno dal voto” ( Cfr. Sul disegno di legge ‘Regolarizzazione dell’attività delle Associazioni, Enti ed Istituti’, Senato del Regno, tornata del 20 novembre 1925, ora in Discorsi Parlamentari, cit., pp. 171-172 ).

Altrettanto nobile e grande fu la sintesi della motivazione data dal Croce, “maestro di color che sanno”, più che un dei maestri detti “venerabili” ma che “non sanno”, nella discussione Sui disegni di legge riguardanti l’esecuzione del Trattato e del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia ( Senato del Regno, tornata del 24 maggio 1929 ): “Si obietterà che ben persisteva l’anticlericalismo della massoneria. Ma esso era l’altro estremo, e voleva fornire il contrappeso, del nero clericalismo; e l’opinione prevalente si mostrava severa all’uno come all’altro, e più forse all’anticlericalismo, che si giudicava, per non dir altro, cosa di pessimo gusto, peccato d’incoltura nella classe colta. Chi ora vi parla, e che non è stato mai clericale, sempre combatté nei suoi scritti la massoneria e l’antiquato anticlericalismo di cui faceva sfoggio; e perciò si sente ora in piena coerenza con sé stesso, animato da quella buona fede, senza la quale non ardirebbe né parlare né scrivere” ( Discorsi parlamentari, cit., pp. 173-177: mia la sottolineatura nel testo, per la citazione da integrarsi opportunamente alla ricerca del Meattini ). Questo spoglio di vecchie e nobili testate giornalistiche con alcuni scritti dimenticati del Croce ( e il relativo corredo di recensioni e polemiche storiche ) può forse essere di qualche utilità nella presente congiuntura etico-politica.