Glifosato potenzialmente cancerogeno: scatta il divieto anche in Puglia, ma non al grano importato – VIDEO

glifosato85 prodotti fitosanitari contenenti il principio di glifosate sono stati parzialmente e temporaneamente vietati in Italia. Nel 2012 la rivista Food and Chemical Toxicology pubblicò uno studio di Gilles-Éric Séralini e collaboratori che evidenziava grave patogenicità e cancerogenicità nei ratti, ma la ricerca, in seguito, fu ritirata per le critiche ricevute dalla comunità scientifica in merito alle “errate metodologie di utilizzo dei dati e sull’affidabilità dei risultati dello studio”. Nel marzo 2015, l’organismo internazionale IARC (International Agency for Research on Cancer) ha classificato la sostanza e fitofarmaci che la contengono come “probabile cancerogena per l’uomo” inserendola nella categoria 2A. Studi in laboratorio hanno dimostrato che il glifosato induce nelle cellule danni a livello genetico e stress ossidativo. Escludendo un lieve incremento di linfomi non Hodgkin tra gli agricoltori esposti, le prove di carcinogenicità sull’uomo e sugli animali sono limitate. Ma non gli effetti. Curiosamente, nonostante le evidenze internazionali, l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, con una procedura che prevede una valutazione tecnica da parte di un ente di uno stato membro, in questo caso il BfR tedesco, ha concluso che “è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo“. Il tutto mentre dall’altra parte del mondo, precisamente in Brasile,  un reportage fotografico intitolato ” El costo humano de los agrotóxicos” documentava mostruose deformazioni e malattie sulla popolazione locale:

El costo humano de los agrotóxicos – por Pablo Ernesto Piovano (Subtitulado: inglés) from Pablo Ernesto Piovano on Vimeo.

Non a caso l’Unione Europea non sembra sia mai stata intenzionata a bandire questo elemento potenzialmente cancerogeno, che tanto piace alle multinazionali degli ogm (ancora banditi in Italia, anche se con il TTIP, il nostro paese potrebbe essere ulteriormente e definitivamente invaso da prodotti stranieri geneticamente modificati). Non a caso, il glifosato fu brevettato dalla multinazionale Monsanto nel 1974. Sempre favorevoli al bando totale del prodotto Malta e Francia, mentre Germania ha preferito linee molto più soft, astenendosi.

Dall’altro giorno è scattato in Italia un divieto temporaneo che verrà poi aggiornato nel 2017, quando l’UE darà pareri probabilmente definitivi (il rischio che il suo utilizzo venga ulteriormente allungato c’è ancora). In ogni caso, almeno per ora, il diserbante non potrà essere usato subito prima del raccolto. Vietato anche nelle aree urbane come i parchi e i giardinetti per bambini. Coldiretti scettica: “Occorre controllare anche l’import. Un pacco di pasta su cinque è fatto con grano estero trattato con l’erbicida”.

Ricapitolando, molti scienziati dicono che non c’è da preoccuparsi, mentre morti, malati e deformazioni presunti o dovute ce ne sono eccome. Questi vanno ad aggiungersi a dichiarazioni di organizzazioni indipendenti ma anche riconosciute a livello internazionale. Dov’è la verità? Fatto sta che il glifosato di certo non parte dall’economia nostrana e noi pugliesi, vista la conoscenza millenaria sulle buone pratiche agricole e su piante che da secoli sono state selezionate per scopi precisi, non ne avremmo bisogno. 

Un altro dato di fatto è che elementi come il glifosato vengono utilizzati sopratutto per le coltivazioni di organismi geneticamente modificati. La nostra biodiversità, con tutte le specie agricole e selvatiche, viene minacciata pesantemente in nome del “mercato globale”. Occorre inoltre comprendere come il “seccatutto” venga utilizzato come “erbicida“. Utilizzandolo in luoghi come la Daunia e l’Alta Murgia, si va inevitabilmente anche ad attaccare la biodiversità vegetale locale, con potenziali gravi danni all’ecosistema originario. Il tutto in nome dei soldi.

Non vietato in Canada, Paese da cui proviene il 20% del grano duro utilizzato per produrre la pasta. Milioni di euro persi in Italia a causa dell‘importazione di grano straniero trasportato da navi container delle multinazionali che molto spesso attraccano al Porto di Bari. Questo fenomeno è stato segnalato nel corso degli anni da reportage d’inchiesta e anche da associazioni di categoria come Coldiretti, che tempo fa fu promotrice di un’operazione di controllo, svelando anche livelli di tossicità nel grano importato dall’estero.

L’unica soluzione definitiva a questa evidente campagna di distruzione dei prodotti tipici nostrani messa a punto da autorità europee intenzionate in primis a sponsorizzare aziende multinazionali, al fine da omogeneizzare il mercato mondiale eliminando produzioni locali “scomode” ai grossi produttori d’oltreoceano e all’alta finanza, risulta probabilmente l’autoroprduzione o comunque l’acquisto di prodotti del territorio, possibilmente a km0 e contrari alla logica del consumismo sfrenato e ai principi di capolarato e latifondismo che ancora oggi caratterizzano non pochi drammatici episodi nel mondo. I consumatori possono e devono fare di più: controllare le etichette (anche se nel frattempo stanno persino cercando di eliminare l’indicazione di provenienza), informarsi sul produttore, sulle varietà di produzioni disponibili sul mercato. Ne vale la pena, sia per una coscienza ed indipendenza economica territoriale che dal punto di vista culturale, ambientale e, almeno in casi come quello del glifosato, anche salutistico. Del bando temporaneo del glifosato se ne è parlato in un servizio televisivo diffuso sul Canale Youtube di Tele Sveva che con piacere vogliamo linkarvi qui sotto:

“Da oggi scatta in Italia il divieto ad utilizzare il glifosate, principio attivo usato principalmente in USA e Canada per garantire “artificialmente” un livello proteico elevato e sospettato di essere cancerogeno, ma occorre ora estendere il divieto anche al grano trattato con il glifosate che viene importato da questi paesi per fare pane e pasta italiani senza che i consumatori lo sappiano. Nei primi quattro mesi del 2016 gli arrivi di grano in Italia sono aumentati del 10 per cento, finalizzati soprattutto ad abbattere il prezzo di mercato nazionale attraverso un eccesso di offerta. Un comportamento reso possibile dai ritardi nella legislazione comunitaria e nazionale che non obbliga ad indicare la provenienza del grano utilizzato in etichetta. Così quasi un pacco di pasta fatto in Italia su cinque è fatto con grano canadese che continua ad essere trattato con glifosate, nonostante il divieto imposto in Italia.”. Così il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele, commentava ieri la notizia dell’entrata in vigore a partire dal 22 agosto del decreto del Ministero della Salute che, in attuazione del regolamento Ue 1313 del primo agosto scorso, ha disposto la revoca delle autorizzazioni all’immissione in commercio e modifica delle condizioni d’impiego di alcuni prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosate.

“I nostri giovani agricoltori – incalza Maria Serena Minunni, Presidente regionale dei Giovani Coldiretti hanno il diritto di vedere tutelato il loro lavoro, improntato sui principi della qualità e della sicurezza alimentare e anche i consumatori hanno lo stesso diritto di sapere cosa mangiano. Del resto fare pasta con grano 100% italiano si può, come ampiamente testimoniato dalla rapida proliferazione di marchi che garantiscono l’origine italiana del grano impiegato al 100%. Parliamo di un percorso che è iniziato nei primi anni della crisi sotto la spinta dell’iniziativa del progetto di Filiera Agricola Italiana (FAI) che si è esteso ad alcune etichette della grande distribuzione da Coop Italia a Iper, ai marchi più prestigiosi quali Ghigi, Valle del grano Jolly Sgambaro, Granoro, Armando, fino all’annuncio dello storico marchio napoletano “Voiello”, che fa capo al Gruppo Barilla, che ora vende solo pasta fatta da grano italiano al 100% di varietà “aureo””.

L’Italia – sottolinea Coldiretti – è il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta con 4,8 milioni di tonnellate su una superficie coltivata, pari a circa 1,3 milioni di ettari ma sono ben 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero e di queste oltre la metà per un totale di 1,2 milioni di tonnellate arrivano dal Canada, con note marche che lo usano in maniera esclusiva, facendone addirittura un elemento di distintività. Il risultato – denuncia Coldiretti – è che quasi un pacco di pasta fatto in Italia su cinque è fatto con grano canadese che continua ad essere trattato con glifosate nonostante il divieto imposto in Italia. Il provvedimento del Ministero della Salute – continua la Coldiretti – prevede anche il divieto di utilizzazione del principio attivo in Italia nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili” quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie.

“Nel porto di Bari continua il via vai di navi – denuncia il Direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsettiche scaricano prodotto straniero, come la ‘Sultan Bey’ che attracca oggi 22 agosto per scaricare 4109 tonnellate di grano proveniente da Port La Nouvelle in Francia. Il grano pugliese continua così ad essere colpito da una speculazione da 145 milioni di euro che sono le perdite subite dagli agricoltori del ‘granaio d’Italia’ per il crollo dei prezzi rispetto allo scorso anno, senza alcun beneficio per i consumatori. Nel giro di un anno le quotazioni del grano duro destinato alla pasta hanno perso il 43 per cento del valore mentre si registra un calo del 19 per cento del prezzo del grano tenero destinato alla panificazione. Un crack senza precedenti – conclude Corsetti – con i compensi degli agricoltori che sono tornati ai livelli di 30 anni fa, a causa delle manovre di chi fa acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da “spacciare” come pasta o pane Made in Italy, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato.”.

Il Decreto ministeriale – continua Coldiretti – obbliga all’inserimento nella sezione delle prescrizioni supplementari dell’etichetta in caso di impieghi non agricoli, della seguente frase: “divieto, ai fini della protezione delle acque sotterranee, dell’uso non agricolo su: suoli contenenti una percentuale di sabbia superiore all’80%; aree vulnerabili e zone di rispetto, di cui all’art.93, comma 1 e all’art.94, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152”.

Infine, il Decreto ministeriale ordina la revoca, sempre dal 22 agosto 2016, della “autorizzazione all’immissione in commercio ed impiego di 85 prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosate ed il coformulante ammina di sego polietossilata”.