Vico: Le origini dell’Islam e la vita di Antonio Carafa – di Giuseppe Brescia

Albrecht Altdorfer Alessandro e Dario alla battaglia di Isso
Albrecht Altdorfer Alessandro e Dario alla battaglia di Isso

A mente della classica definizione offerta da Volfango Goethe a proposito del pensiero di Vico, “Alt-vater”, ovvero il “patriarca” della filosofia, è lecito ritrovare il “tutto della cosa” nella non perenta attualità della di lui opera, a partire dal luminoso profilo tracciato da Francesco De Sanctis nella Storia della letteratura italiana, confermandolo nell’analisi dei giudizii viciani su Averroè, le origini dell’Islam e la posizione di Maometto, per soffermare l’attenzione sulla “Vita di Antonio Carafa” e la poesia memorativa dettata nella sua morte, il 1693. Questo approccio induce a rivisitare il Leit-motiv della “Razzia dell’universo”, come Henri Pirenne definiva la vocazione bellicosa dell’islamismo, in pagine fondamentali della Storia d’Europa e del Maometto e Carlomagno, non senza riguardare revisioni e conferme delle “tesi” dello storico belga, uno dei “maestri” del “maestro” andriese di storia medioevale, Cinzio Violante. Alle fonti delle fonti del Vico storico, narratore delle gesta del feldmaresciallo Antonio Carafa, sussistono gli incunaboli della ricezione del Corano nella cultura italiana sul finire del Seicento ( ad opera di Ludovico Marracci già nel 1691, e prima ancora del 1697 !); dei due “rami” della famiglia Carafa, con il precedente della partecipazione alla battaglia di Lepanto; dell’ orrore per le razzie che finisce per irradiarsi nel mito d’Europa, anche con gli addentellati verso la iconografia e la storia dell’arte ( Albrecht Altdorfer, Michelangelo Merisi, Giambattista Tiepolo su tutti ).

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Il travaglio storico segue e precede, insieme, il percorso filosofico e sistematico audacemente perseguito, a riprese, da Vico. Nel capitolo La nuova Scienza della Storia della letteratura italiana, al secondo volume, del 1870, Francesco De Sanctis ci lascia – una volta per tutte – il ritratto della formazione e filosofia della storia, notando bene come, ‘da solo’, formasse un ‘terzo partito’: “Si gloriava di non appartenere a nessuna setta. (..) Era da solo un terzo partito, come si direbbe oggi, la ragione serena e superiore, che nota le lacune, le contraddizioni e le esagerazioni, una ragione ancora disarmata, solitaria, senza seguaci, fuori degl’interessi e delle passioni, perciò in quel fervore della lotta appena avvertita e di nessuna efficacia” ( ed. Gallo-Sapegno, su cui dovrò tornare, Torino 1958, II, p. 819 ).

La filosofia delle “guise della prudenza”, della duplice forma di “barbarie della riflessione” e della dottrina dei corsi e ricorsi, trova nella Autobiografia i suoi prodromi ( 1725-1728), allorché il Vico, dopo aver parlato delle due forme di giustizia, la “commutativa” e la “distributiva”, trattate anche nel “Diritto Universale”, così narra: “Perciò si dovette esso di nuovo portare alla metafisica; ma, non soccorrendolo in ciò quella d’Aristotele, che aveva appresa nel Suarez, né sapendone veder la cagione, guidato dalla sola fama che Platone era il principe de’ divini filosofi, si condusse a studiarla da essolui; e, molto dipoi che vi aveva profittato, intese la cagione perché la Metafisica d’Aristotele non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè, il cui Comento non fe’ più umani e civili gli arabi di quel che erano stati innanzi”.

Notevole passaggio, forse non del tutto dipanato nelle spiegazioni di Nicolini, Croce, Fubini, Battistini, Paolo Rossi o Badaloni; ma che introduce al dibattito sia sulla conoscenza del mondo arabo in età viciana, o immediatamente pre-viciana, sia sulla portata della alternativa al “declino delle nazioni”, restaurando il “senso comune” per dare avvio al “ricominciamento” e al “ricorso”, nella crisi in cui siamo, e che ancora – con ogni probabilità – attraverseremo.
Per allora, all’ altezza del 1710, Vico nel De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda ( Sottotitolo: Liber primus sive metaphysicus), dedicato a Paolo Mattia Doria, ricostruisce, mercé l’indagine filologico-linguistica, la concezione metafisica dell’antichissima civiltà italica; e confuta il cartesiano: “cogito ergo sum”. “Et vero Plautinus Sosia non aliter, ac genio fallaci Carthesii, aut a somnio divinitus immisso Stoici, a Mercurio, qui ipsius imaginem sumpserat, in dubium de se ipso adductus, an sit, ad idem instar meditabundus huic primo vero acquiescit”. “Ma non diversamente dal genio ingannatore di Cartesio o dal sogno inviato dagli dèi dello stoico, il Sosia plautino, condotto a dubitare della sua stessa esistenza da Mercurio, che aveva assunto le sue stesse sembianze, meditando a questo stesso modo, si era acquietato a questo primo vero” ( ed. e trad. a cura di Paolo Rossi, Opere, Milano 1958, pp. 202 sgg. ).

Ma lo scettico “non dubita di esistere”. – “Sostiene tuttavia – dice Vico – che la sua certezza di pensare è coscienza, non scienza: è cioè una cognizione volgare presente in un qualunque illetterato, come il Sosia; ma non una verità rara e squisita che richiede, per essere scoperta, la meditazione di un così grande filosofo. Sapere vuol dire infatti possedere la guisa o la forma in cui una cosa avviene: mentre si ha soltanto coscienza di quelle cose delle quali non possiamo dimostrare la guisa o la forma in cui avvengono”. In originale: “scire enim est tenere genus seu formam, quo res fiat: conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare non possumus”.

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“Ciò è tanto vero che nella vita pratica offriamo a testimonianza la coscienza che abbiamo delle cose delle quali non possiamo esibire alcun segno o argomentazione. Inoltre lo scettico, pur avendo coscienza di pensare, ignora tuttavia le cause del pensare, vale a dire la guisa in cui il pensare si produce..” In originale: “At, quamquam conscius sit scepticus se cogitare, ignorat tamen cogitationis causas, sive quo pacto cogitatio fiat..” . “Guise”, rende vichianamente il Rossi.

Ma Vico dice: “genus seu formam”; ovvero: “scire, quo pacto cogitatio fiat”. Il “senso”, lo spirito della lettera, è “modale”, “regolativo”, e perciò “effettuale” ed ermeneuticamente “incisivo”.

Sempre nel luogo citato della Storia, Francesco De Sanctis scolpisce la caratterizzazione, onde il Vico, stando apparentemente indietro rispetto alla cultura preminente nel suo tempo, finiva in realtà per trovarsi incredibilmente più innanzi rispetto ad essa. Osiamo, “con l’opera tacendo”, sperare che, pure stando in disparte, possiamo lanciare una fionda verso l’avvenire, avendo seguito passo passo le tappe della crisi, dagli anni Settanta del secolo scorso all’oggi: a parziale giustificazione di tanta audacia adducendo l’amore-dolore per le sorti d’Europa, cui il “maestro” s’indirizzava.

Vico, Averroé e l’Islam

Nella Orazione inaugurale quinta, del 1705, in contrasto con la tesi generale della coincidenza tra gloria militare e politica degli Stati e fioritura delle umane lettere, il Vico citava l’esempio peculiare dell’ Impero ottomano: “Sed dictis quis vestrum fortasse nondum etiam det manus, qui ex nostri temporis respublicis Turcicam observarit a studiis literarum prohibitam et maximo imperio potentem armorumque gloria non vulgarem”.(1) Un ventennio dopo, il filosofo della Autobiografia tornerà sul tema precisando: “Il Turco ha fondato un grand’imperio sulla barbarie, ma col consiglio di un Sergio, dotto ed empio monaco cristiano, che allo stupido Maometto diede la legge sopra la quale il fondasse; e mentre i greci, dall’Asia incominciando e poi dapertutto, erano andati nella barbarie, gli arabi coltivarono le metafisiche, le mattematiche, le astronomie, le medicine, e con questo sapere di dotti, quantunque non della più colta umanità, destarono a una somma gloria di conquiste gli Almanzorri tutti barbari e fieri, e servirono a stabilire al Turco un imperio per gli perfidi cristiani, prima greci e poi latini, che han loro somministrato di tempo in tempo le arti e i consigli della guerra, sarebbe il loro vasto imperio da se medesimo rovinato”. (2)
Alcuni commentatori ( Paolo Rossi, Mario Fubini e soprattutto Fausto Nicolini o Pasquale Soccio che aggiunse: “solo in Vico, Maometto è stupido”, nelle “Note” a pag. 85 dell’antologia garzantiana del 1983 ) dicono: “Maometto II” ( 1430-1481 ), per lo “stupido” Maometto dell’ Autobiografia. E Sergio, “dotto ed empio monaco cristiano”, che “diede a Maometto la legge sopra la quale il fondasse” ( il “grand’imperio sulla barbarie” ), è il monaco Sergio di Risaina, morto il 536 d. Cr., traduttore in siriaco di opere di Aristotele, Porfirio, Galeno medico e dello Pseudo-Dionigi. Le fonti arabe lo indicano con il nome di “Bahira”, “empio monaco, eretico ( nestoriano) e fuggiasco” (Antonio Garzya 1980, cit., p. 141 ). Mentre “Almanzorri” è il plurale del califfo Abu Giaafer, morto il 775. Ora, poiché il Vico scrive di Averroè, il medico e filosofo della Spagna musulmana vissuto tra il 1126 e il 1198, autore del poderoso commento ai testi aritotelici, che “il Comento non fe’ più umani e civili gli arabi di quello che erano stati innanzi”, evidentemente si riferisce alle origini dell’islamismo ( “innanzi” ), dunque a Maometto, il fondatore e profeta, dell’ VIII sec. d. Cr., dopo il contributo dell’empio ma dotto monaco dato da Sergio di Risaina al consolidamento dottrinale dell’ Islam in Turchia. In definitiva, accadde al Vico “nostro maestro”, un poco quanto accadrà al Croce nel saggio Perché non possiamo non dirci cristiani, del 1942, citando la favola del gran Veglio della Montagna, come prova del fanatismo religioso musulmano, disposto al sacrificio dei ‘martiri’ per il Paradiso delle vergini di Allah. (3) Del resto, il testo dell’ Autobiografia riflette lo stile del Vico, nel suo linguaggio senza peli da netto “autodidascalo”, come per il passo della stessa “Vita”, dove senza mezzi termini si definiscono le “menti deboli e corte delle donnicciuole”.

Comunque, il Vico segue la lettura comparatistica delle religioni, radicata nei gesuiti, e cattolici praticanti dell’età sua; non senza trarre giovamento da altra fonte di note e notizie, che rispondeva al nome di Giuseppe Athias ( 1672-1745 ), presente a Napoli nel 1725. (4) L’Athias è, nella Aggiunta all’ Autobiografia, “il più dotto riputato tra gli ebrei di questa età nella scienza della lingua santa”; figlio di un avvocato di Salamanca, arricchitosi e trasferitosi a Livorno ( nel 1672 ), dove fonderà il 1738 la prima Loggia d’Italia. (5)
Alle origini, tutto ciò ci ricorda ( sia detto qui di passata ) le difficoltà di dialogo tra cristianesimo e mondo arabo-musulmano, nella interpretazione della figura e dell’opera di Sant’Agostino: difficoltà tornate tragicamente attuali dopo l’11 settembre 2001, accadimento che ha fortemente incrinato, se non vanificato, la prospettiva d’integrazione. (6)

Ma è lo stesso Vico, nella Scienza Nuova prima del 1725 ( ed. Badaloni, Firenze 1971, p. 248 ), a precisare: “In questa Mauritania greca dovette essere il monte Atlante, che poi vi restò detto in acconcio Ato, posto tra la Macedonia e la Tracia, che Serse poi perforò; e pure in essa Tracia un fiume con simil nome di Atlante ne restò a’ greci. Tal monte, perché per la sua altezza parve sostenere il cielo, agli uomini fanciulli di Grecia fu detto ‘colonna del cielo’; e e quel sistema mondano fu tramandato ad Omero: che ‘l cielo si sostenesse sopra sì fatte colonne; appunto come Maometto, per la stessa rozzezza d’idee de’ suoi arabi, il lasciò credere a’ turchi”. Dove, nonostante la correzione filologica del Nicolini ( Commento, 1950, II, p. 166 al capov. 1240; I, pp. 309-310 al capov. 712 ), è importante il giudizio severo di Vico sulla leggenda, fatta credere ai turchi, a conferma della “rozzezza d’idee” degli “arabi” di Maometto, i “suoi arabi”.

 Giambattista Tiepolo, "Il Rapimento d'Europa"
Giambattista Tiepolo, “Il Rapimento d’Europa”

Per allora, mentre scriveva la “Vita di Antonio Carafa” ( il ricco condottiero e feldmaresciallo austriaco, nato a Napoli il 1642 e deceduto a Vienna nel 1693 ), Vico attingeva altre notizie della vita pubblica e privata ottomana nella laboriosa Historia della repubblica di Venetia in tempo della sacra lega contro Maometto IV, opera del veneziano Pietro ( non: Paolo ) Garzoni ( 1652-1719 ), sui dispacci e le relazioni dei baili veneti a Costantinopoli, e cominciata a pubblicarsi in Venezia nel 1705. (7) Dunque la notizia del sultano Maometto può ben essersi sovrapposta, nell’attenzione dei commentatori, alla più corretta identificazione dello “stupido” Maometto, menzionato nell’ Autobiografia. Né bisogna neppure per un attimo dimenticare che, quando Vico esordiva, c’eran già state la “razzia dell’universo” descritta da Henri Pirenne; la presa d’Otranto da parte dei Turchi del 1480, l’assedio di Vienna del 1451 ( testimone il frate Giovanni da Capestrano ); l’altro assedio alla medesima città del 1529; il Consultato de bello turcico dell’umanista Erasmo da Rotterdam, con la definizione dei turchi, “castigo di Dio”, datane da Martin Lutero; e la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. (8)

Nella poesia del 1693, In morte del maresciallo Antonio Carafa ( ed. Battistini, nelle Opere, Milano 1990, I, p. 224 ), Vico ripropone i tratti della di lui fiera campagna militare contro i Turchi, qui detti “i Traci”, a memoria della tassesca Gerusalemme Liberata ( I, 5, 3 ): campagna condotta tra il 1683 e il 1689, quando i Turchi definivano – sulla interpretazione di Maometto – Vienna, la “Mela d’oro”, e Roma “la Mela rossa”. Nella medesima poesia storica, la “gran tomba” è il Santo Seplocro, così esaltata dopo la vittoria di Lepanto. (9) Al verso 46, “Istro” è il Danubio, teatro delle battaglie del Carafa durante la campagna d’Ungheria. Nel luglio 1683, infatti, Vienna fu assediata dall’esercito ottomano, per ulteriore grande “paura”. Leopoldo I d’Austria aveva inviato giusto il Carafa al re di Polonia, Giovanni III Sobieski ( 1674-1696 ), per conseguire con opportune comunicazioni l’intervento e l’aiuto militare promesso. (10) Ma Fausto Nicolini corresse in parte l’agiografia, nel saggio Giovanni III Sobieski e Antonio Carafa. (11) Oggi, disponiamo di altre fonti che hanno consentito più attente e minuziose ricostruzioni dell’accaduto.

Per intanto, la fonte prima di Vico a proposito di Maometto è data da Ludovico Marracci, Alcorani textus universus in latinum translatus, appositis unicuique capiti notis, et refutatione ( Patavii, ex Typographia Seminarii, 1698 ), dove compare la definizione di “Mahumetus idiota” ( I, 36 ), reso con “stupido Maometto”, appunto dal Vico. (12) Fausto Nicolini si riprometteva una collazione completa della versione secentesca del Corano in latino con i luoghi viciani in cui si discorre della religione musulmana e di Maometto, peraltro senza mai compierla. Andrea Battistini si rifà alle citazioni del Nicolini, non andando – almeno in questo proposito – oltre. Ma altrettanto importante è la scoperta di un’opera – mai citata sino ad ora-, in ben quattro volumi, dello stesso Marracci, precedente la versione del Corano, perché del 1691, Prodromus ad refutationem Alcorani in quo per quatuor praecipuas verae Religionis notas Mahumetanae Sectae falsitas ostenditur: Christianae Religionis veritas comprobatur – In quatuor Partes divisus: Authore LUDOVICO MARRACCIO, E Congregatione Clericorum Regularium Matris Dei, Innocentii XI Gloriosissimae memoriae olim Concessario, Romae, Typis Sac. Congr. De Propaganda Fide, MDCXCI.

Ancora prima della versione, il dotto e autorevole esponente della Congregazione, Ludovico Marracci, si era impegnato in un lavoro non solo di esegesi ma di confutazione sistematica dell’Islam religioso, alla fine del primo tomo ( I, Dédica alle pp. 1-46 e in pp. 288 con Appendix – Errata Corrige e “Index Capitum vitae Mahumeti” ) concentrando una critica verso il contenuto delle Sure e la vita di Maometto. Forse per un errore di carattere tipografico nell’impaginazione, o per segno di ripensamento ( del resto, “Correzioni Miglioramenti Aggiunte” costellano la stesura della ‘Scienza Nuova seconda’ dello stesso Vico ), il dotto prelato lascia un riepilogo di alcune risibili affermazioni del Corano. “Hae vero tam ridiculae epigraphae, vix unquam cum Suris suis in argumento conveniunt: non secus ac si quis certo, vel barbitonsor apponeret tabernae suae signum cauponis, vel myropolae: vel si quis Ethnicus subscripsisset Iovis simulacro, Mercurio Sacrum”.-

Dove la definizione di “ridiculae epigraphae” s’inserisce perfettamente nella nozione dello “stupido Maometto”, assunta in generale dal Vico.

Il volume secondo della splendida e rarissima edizione, posseduta dalla Biblioteca “Ariostea” di Ferrara ( alla segnatura “C – 5 – 1.33” ), corrisponde alla Pars Secunda. In qua, nullis unquam veris miraculis Mahumetum, aut Amahumetanos, Sectam Suam confirmasse; quemadmodum Christus, et Christiani Religionem suam confirmavere, probatur ( in dodici Capitoli e pp. 520 con Appendix e – ancora una volta – l’ Errata Corrige ). Segue il terzo volume, la Pars Tertia. In qua sicut Christianae Religionis Dogmata omnia divinae Veritati consona: ita pleraque Eslamiticae Sectae Axiomata eidem eidem veritati dissona esse, ostenditur ( in pp. 592 + Appendix e 26 capitoli ). E’ questa la Parte più squisitamente dottrinale sviluppata sapientemente dal Marracci, dal momento che – per quel che mi è consentito valutare – confronta la Professio ortodoxae fidei ab Orientalibus facienda, scritta in arabo, con la professione di fede approvata nel Concilio tridentino, ossia con il “Credo” cattolico. Infine, si apprezza il quarto Volume, la Pars Quarta, In qua ex Evangelicis et Alcoranicis legibus, et ex Christianorum ac Mahumetanorum moribus inter se collatis: Agarenicae Sectae falsitas; et Christianae Religionis veritas comprobatur ( ricco di pp. 790, con l’ Appendix ). Quest’ultima ed estesa trattazione confuta la antropologia musulmana, attraverso un serrato confronto tra i costumi dei Maomettani con quelli dei cristiani ( famiglia, parità delle persone, amore e caritas, ruolo della donna); e alla fine si dilunga in altre confutazioni delle interpretazioni bibliche offerte dall’ Islam.

Siamo dopo la vittoria della “Lega Santa” dell’11 settembre 1683 verso la grave minaccia dell’ Impero ottomano. Siamo, infatti, al 1691. La “grande paura” ( la “ultima paura”, per allora, e secondo alcuni storici ) era per il momento passata, consentendo vasto spazio all’ermeneutica dottrinale, religiosa, storica, antropologica e sociale. Si tratta di uno sforzo poderoso, sistematico e autorevole di demolizione dei fondamenti della religione e della ‘setta’ maomettana, che Vico – nella sua sterminata “ingens Sylva” – e secondo me – non poteva non conoscere. Nel silenzio di biografi, commentatori e storici idee, è parso doveroso soffermarsi su questa sinora ignota ‘confutazione’, precedente di circa otto anni la versione latina del Corano, lavorata dallo stesso Marracci.

Del resto, non più tardi di qualche decennio, la demolizione di Maometto e del fanatismo è svolta dall’illuminista Voltaire ( 1694-1778 ), nella commedia Maometto ( rappresentata a Lille con successo l’aprile 1741 ), all’epoca della guerra di successione austriaca; poi il 1756, con l’ Essai sur les moeurs, allo scoppiare della guerra dei Sette anni, con la dichiarazione di guerra dell’Inghilterra alla Francia ( 18 maggio 1756 ). (13) “Maometto. E’ da ritenere che Maometto, violentemente impressionato dalla sua stessa idea come tutti gli entusiasti, la predicò inizialmente in buona fede, la rafforzò in seguito con delle visioni, ingannando sé stesso e ingannando gli altri, e infine sostenne, con le necessarie furberie, una dottrina che riteneva buona”. (14)

Integrando l’erudizione nella valutazione più ampiamente storiografica ed etico-politica, Benedetto Croce si occupa del Vico storico, e in specie de Il Vico e Lucantonio Porzio. (15) Dove il Porzio ( nato a Positano nel 1639 ), conosciuto da Vico nell’Accademia Palatina di Medinacoeli, “Nel 1688 si risolse a tornare nell’ Italia meridionale”, reduce dalla campagna d’Ungheria del 1684. “Nel 1685 – sintetizza efficacemente il Croce – il Porzio conobbe a Vienna quel terribile feldmaresciallo austriaco Antonio Carafa (1642-1693 ), del quale il Vico scriverà nel 1713 la vita. Il qual Carafa, tornato dal famoso assedio di Buda, visitava spesso un altro cavaliere napoletano, Nicola Pignatelli principe di Bisaccia, ferito in quell’operazione guerresca e curato per l’appunto dal Porzio. Prepotente come sempre, anche contro le malattie e le ferite, il Carafa, che avrebbe voluto veder presto guarito l’amico, faceva fuoco e fiamme contro il medico, salvo poi, a guarigione compiuta, a cantar la palinodia”.

Croce scriveva nel 1939, significativamente esaltando – nella traduzione della Sifilide di Girolamo Fracastoro, prefata dal Vico “storico” ( e con la cura del leccese Pietro Belli, Napoli, Parrino, 1731)- “il legame che il vico riconosce ed enuncia tra la scienza dell’umanità e la politica della libertà”.

E il disteso passo vichiano è troppo bello, per certi versi ancora attuale, da non poterci esimere della sua riproposizione. “Perché questa Scienza è propria delle Sovrane potenze, e perciò, dalla romana sappientemente praticata, fece tutta la romana grandezza; ma non è ella professata pubblicamente sotto le monarchie, perché i monarchi la racchiudono dentro i loro gabinetti; non nelle repubbliche aristocratiche, perché sol importa saperla i loro curati regnanti, de’ quali l’anima con cui reggono e vivono è il segreto di Stato. E perciò il grande Ugone Grozio ne ‘ncominciò prima di ogni altro a trattare, e per la sua inarrivabile erudizione e dottrina, che v’abbisognavano, ne divenne principe in tal sorte di studi, perch’era cittadino di una repubblica libera popolare nella quale per civil natura cotale scienza debbe a tutti essere pubblica, ove ogni cittadino dee essere bene informato per comandare giustamente o guerre o paci o allianze delle parti che ne compiono l’intero subbietto, che è la cagione per la quale ne sono erette le pubbliche cattedre in Olanda e nelle città libere di Germania, e non nelle altre nazioni d’Europa, ove dappertutto si legge di giurisprudenza privata, perchè gl’imperatori romani ne chiusero nel corpo delle romane leggi solamente quelle che trattano della privata ragione e le menome della pubblica che parlano de iure fisci, e niuno di tutti gl’interpreti così antichi come moderni applicarono l’animo a ragionarne”.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, "Testa della Medusa
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, “Testa della
Medusa

Così stupendamente Vico, nel 1731; pur protetto in certo qual modo da Carlo di Borbone, esalta – rispetto alle monarchie e alle repubbliche aristocratiche – la repubblica libera popolare, “ove ogni cittadino dee essere bene informato per comandare giustamente o guerre o paci o allianze”, pregiando le pubbliche cattedre olandesi e le città libere germaniche. E, così, di fronte alle altre nazioni d’Europa ( cui sempre mira ), limita addirittura i meriti degli imperatori romani, perché “chiusero nel corpo delle romane leggi solamente quelle che trattano della privata ragione e le menome della pubblica che parlano – si badi ancor’oggi – del diritto fiscale” ! Croce giudica il Vico storico, anche della biografia del Carafa o della guerra di successione di Spagna, mosso dalla “religione della libertà”, non già per l’ansia di dimostrarne gli errori filologici o storici, giusta la operazione erudita del pur dotto Fausto Nicolini. Perciò, studia in Uomini e cose della vecchia Italia, al capo X, Giambattista Vico scrittore di storie dei suoi tempi. I. La ‘Storia della congiura di Macchia’. II, La ‘vita di Antonio Carafa’. III. Schizzo storico della guerra di successione di Spagna ( alle pagine 265-272 dell’edizione laterziana). In particolare, nella lettera al Vitry del 20 gennaio 1726, Vico lamentava come “cosa da far orrore a chi vi rifletta” che di così strepitosa guerra “non si è ritrovato alcun sovrano a cui cadesse in mente di farla conservare all’eternità da eccellente penna latina, onde si sperasse durare la lunghezza de’ tempi colla lingua della religione e della legge romana, comune a tutta l’Europa”.(16)

Qui Vico inseriva un paragone ardito con la seconda guerra cartaginese ( durata circa un ventennio ), nel ricordo funebre del 1724 della contessa di Althann, madre del cardinale e viceré di Napoli. Così, i venti anni della guerra di successione in Spagna formano “aspra, crudele, rovinosissima guerra” tra le stesse potenze cristiane, “quanto stanche, tanto non ancor satolle di danneggiarsi”. “Gli eventi cotanto diversi o contrari all’aspettazione de’ consigli”, facevano tornare Vico al suo pensiero della Provvidenza divina, che, “anche per li trasporti de’ sovrani, è quella che regola con giustizia le faccende degli uomini” ( Croce, Uomini e cose, cit., pp. 270-271 ).”Della pace, per altro, che portò seco diversa guerra, giacché, per la morte di Luigi XIV, venne a mancare ‘il comune timore della libertà dell’Europa’, efficace a tener questa unita” ( ibidem ).

“Erano, a un dipresso, le stesse trepidazioni per l’Europa, che abbiamo viste rinascere due secoli dopo, alla fine di un’altra grande guerra, da europea diventata mondiale. Anche il Vico temeva allora di una minaccia extraeuropea all’Europa, per la rinnovata audacia, allora, dell’ impero turco, che già ‘fremendo si pentiva non aver esso nella guerra della monarchia spagnuola seguìto gli esempi de’ suoi maggiori e non essersi approfittato della discordia de’ principi cristiani’ “ ( Croce, alla p. 272 ).

 Pieter Brueghel il Vecchio, "Battaglia nel Golfo di Napoli"
Pieter Brueghel il Vecchio, “Battaglia nel Golfo di
Napoli”

Croce è in ansia per le sorti della libertà, in Italia e in Europa: del passato segue le tracce che sono parlanti nel presente e per il presente, sempre con circolo vivo di pensiero e azione. Ancora prima dei rigorosi sondaggi dell’amico Nicolini, ‘riscopre’ il Vico storico, il Vico preoccupato dalle minacce dell’ Impero turco all’ Occidente cristiano, il Vico amico dei padri gesuiti, ben disposti all’ascolto e alla ricezione della rappresentazione critica del suo tempo, dall’ 11 settembre 1683 al primo Settecento. Costoro, revisori e censori certo, ma dottissimi e – se si potesse dir- ‘cristianissimi’, sanno del nemico. A differenza di altri dopo il ‘secondo’ 11 settembre, non discettano di “invenzione del nemico”; non si prestano a “integrare” i due opposti “integralismi”, né alla spartizione del mondo tra falce e martello e crocifisso, distruzione o de-creazione del passato e affermazione di umanità “nuova” ( Palmira e Tobruk ). Così, di gran lunga preferiamo la sapienza di “antichi maestri” ( Vico, De Sanctis, Croce ) alla maliziosa astuzia dei “nuovi diaconi” ( o dal più al meno aspiranti tali ) della “umanità nuova” ( nomadismo, terzomondismo, pauperismo e fondamentalismo, nelle varie forme cooperanti ). Torna in mente, ancora, l’icastica raffigurazione del Vico procurata da De Sanctis: “Era il retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza di Vico. Era un moderno, e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sé” ( Storia, cit., II, p. 820 ).

Così, si licet parva componere magnis, abbiamo l’impressione che, stando da ultimi e come appartati, ma avendo seguìto con la arte del “ritruovare” le tappe della crisi ( “Ethos e Kratos”; “1994”; “La profezia e le ipotesi”; “Utopia degli antichi e distopia dei moderni”; “Però siamo liberi!”; “Il sogno di Castorp e il progetto di Pico” ), finiamo per sorprenderci in prima fila, in merito alle proiezioni quotidiane o alle dis-tensioni delle profezie pichiane sui destini dell’umano; rasentando la filosofia della storia, per scongiurare vichianamente il “declino delle nazioni”, la coeva Escape from Man (17).

Corrono tre secoli, non per ‘celebrare’ Vico, ma per cogliere la lunga eco di grido d’allarme, ‘pre-orwelliana’, fermata nella dottrina del ‘declino delle nazioni’, dopo il ‘nuovo’ 11 settembre, e poi a Londra e Madrid, Parigi e Parigi ancora, Bruxelles e Nizza, in Turchia e ancora Turchia, ai ‘Boko Haram’, con le stragi di cristiani in Nigeria, la distruzione delle statue del Budda e dei templi di Palmira, sino alle Filippine e all’estremo Oriente, e per ogni dove, con scudi umani, esultanza per sciagure e terremoti ad altrui incorsi, mancato rispetto dei diritti umani e della parità tra uomo e donna, violenza sui fanciulli costretti a portare ulteriori violenze, e in somma con le prove dell’ Anticristo che è in noi e fra noi, capovolgendo i linguaggi e i valori, da “fine della civiltà”, e gaudente “de-creazione” o “distruzione”, junghianamente come “enantio-dromia”.

Storicamente, certo il Vico non tace gli eccessi di repressione e astuzia messi in opera callidamente dal Carafa ( e, con lui e dopo di lui, non li tace nemmeno Croce ). “Ma il Carafa suscita ancora brividi di orrore nella memoria degli ungheresi per le stragi di Epejes” – “Combatté nella campagna del Reno; fu incaricato di recarsi ambasciatore al Sobieski, che accompagnò alla liberazione di Vienna” (18). Sinteticamente, bene giudicò il Croce: “Tono celebrativo altresì, come l’occasione richiedeva; ma nessuna alterazione del vero, neppure quella che consiste nel trapassare in silenzio i punti scabrosi”. “L’odio degli ungheresi contro il Carafa è, a più riprese, ricordato e descritto” (19).

Inoltre, allarga il Croce lo sguardo alla fortuna critica della ‘Vita’ del Carafa, distesamente tracciata da Vico: “ è il Tommaseo, che ne giudicò al suo solito con poca verità, e ne estrasse e tradusse alcune massime. (..) Tali sono quelli ( i.e.: ‘i giudizii politici’ ), per esempio, sulla natura e il carattere della potenza turca e sul disegno proposto dal Carafa ( come già da altri ) che, per abbatterla in Europa, convenisse indebolirla in Asia, mercé un’intesa con la Persia; e sulla costituzione del regno ungherese, e in specie della Transilvania” (20).

“Non meno da notare sono in questo libro le sentenze e le riflessioni del Vico, che al Tommaseo parvero tanto belle da potersi e doversi ‘trasportare a soggetto più degno e, acciocché più vere appariscano, mutarle in osservazioni generali di storia, in nome di politica dottrinale’. Tali le pagine in cui descrive le qualità dell’ottimo capitano, o spiega perché le guerre di ribellione siano tutte ferocissime, o ammonisce sulle virtù che si richiedono a serbare gli stati, le quali al volgo sfuggono perché non formano oggetto di meraviglia, come sfuggono quegli ‘insensibiles motus’ della natura ‘ex quibus immensa haec mundi moles constat et circumagitur’ “ (21).

Infine, Vico si chiede – dice Croce – , “perché mai gli ignari di lettere riescano migliori nell’amministrare gli stati” ( p. 264 ). Vico ci ha lasciato, così, ipotesi interessanti la psicologia storica e la fisiognomica. “Non le lettere fondano gli stati; la provvidenza divina, che domina in questa parte come in tutte le cose umane, suol dare occasione a popoli oscuri e genti barbare di compiere quest’opera; e perciò i regni e gli imperi quasi tutti si fondano con la forza e con le armi, e, poi che sono fondati, vogliono risplendere con affatto diversa ragione, con gli studi e con le lettere” ( p. 264 ). Notazioni di antropologia culturale ( come si direbbe oggi ) sono efficacemente tentate, sul punto, dal Vico: “Forse perché ( egli dice ) coloro che sono adusati lungo tempo alla contemplazione delle cose altissime, facilmente ritraggono la mente dai sensi, laddove all’uomo di civili negozii è necessario, anzi tutto, quella alacrità con la quale non solo faccia, come dicono, quel che fa, ma attentamente avverte anche i moti del corpo, i volti, i suoni di voce, le pause di coloro co’ quali tratta, per indovinare ciò che simulano o dissimulano ? O forse, coloro che amministrano lo stato, si studiano di conoscere quanti più possono di particolari, per intendere come e quanto giovino alla cosa principale, laddove i cultori di più severe discipline contemplano i sommi generi delle cose, e trascurano le minuzie, nella cui diligente osservazione è collocata l’utilità di tutti gli affari ?” ( Croce, al luogo citato, p. 264 ).

Giuseppe-Brescia
il prof. Giuseppe Brescia

La biografia di Antonio Carafa agevolmente sporge verso precorrimenti ( come diremmo oggi ) di psicologia della relazione, lettura dei linguaggi non verbali, filosofia morale. Indipendentemente, e secoli dopo, dirà il nostro Carlo Antoni, ne Il tempo e le Idee: “La grazia del Signore spira in una sola direzione per volta” ( a proposito del rapporto di unità-distinzione tra le forme di attività spirituale ). E Vico, prima ancora di lui: “la contemplazione delle cose altissime” fa ritrarre la mente dalla “vita dei sensi” ( contro la dottrina platonica dei filosofi regnanti o reggitori dello stato ). Solo alcune linee ermeneutiche sono state fin qui seguìte da Lanfranco Orsini, nella recensione a Le imprese di Carafa, libri quattro ( Prima traduzione italiana, introduzione e note a cura di Enrico De Falco, Athena Mediterranea, Napoli 1979 ). (22) Ma al nostro assunto, che è l’attuale problema storiografico, giova la ricomposizione del quadro sul rapporto di Vico all’Islam, che è anche la storia del rapporto vichiano al “suo” 11 settembre, l’11 settembre 1683, in cui aiutò l’impresa il discusso e pur decisivo maresciallo Carafa.

(1) Orazioni inaugurali, in Opere, vol. I, cura di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, Bari 1914, p. 51.
(2) ANTONIO GARZYA, Vico, l’empio Sergio e lo stupido Maometto, in “Bollettino del Centro Studi Vichiani”, Bibliopolis, Napo, 1976-1980, pp. 138-143. – Un significativo precedente ottocentesco della ricognizione erudita è dato da VINCENZO DE RITIS, I metri arabi, ‘Memoria letta alla Accademia Pontaniana’, Napoli, Stamperia Reale, 1835, pp. 1-328 ( su “Vico e gli arabi”, il “metro” e il “canto” nella poesia araba ). Contrariamente, ALBERTO ARBASINO, Le droghe di Averroé, “La Repubblica”, del 12 agosto 1993.
(3) Cfr. il mio Croce e il cristianesimo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003 ( Quaderni dell’ “Acton Institute” ).
(4) Cfr. la Autobiografia, nella edizione con medaglioni illustrativi curata dal Nicolini, Bompiani, Milano 1947, S. ROTTA, Montesquieu nel settecento italiano: note e ricerche, “Materiali per una storia della cultura giuridica”, 1 (1971), pp. 80-82; CROCE-NICOLINI, Bibliografia vichiana, no-Napoli 1947, vol. I, passim, e segnatamente alle pp. 39 e 195-196; II, p. 898.
(5) Si noti che il CROCE dà notizia anche dei saggi che citano l’ Athias, con le origini della prima Loggia d’Italia a Livorno, di FERDINANDO SBRIGOLI, Tommaso Crudeli e i primi frammassoni in Firenze, Milano 1884, p. 181; e di A. MASCI, Bollettino storico livornese, giugno-luglio 1940, p. 89: nei riferimenti al VICO, Opere, vol. V, pp. 55-56 e VIII, pp. 258-264.
(6) Cfr. KAMAL MELLOUK, Saint Augustin, alérien malgré nous, “El Watan”, 13 e 14 gennaio 1995; HENRI TEISSIER, Agostino e la libertà, “30 giorni”, n. 6, del 2002: raccoglie la relazione dell’arcivescovo di Algeri alla Università di Padova ( 24 maggio 2002 ), a proposito del Convegno Internazionale “L’africanità e l’universalità di Sant’Agostino”, tenutosi in Algeri nell’ aprile 2001. -Importante la testimonianza della direttrice del Museo di Tipasa SABBAH FERDI, Agostino di ritorno in Africa. 388-430: Reperti archeologici del patrimonio algerino. Approccio poi frustrato dall’ 11 settembre.
(7) CROCE-NICOLINI, Bibliografia vichiana, cit., I, cap. VI, p. 77.
(8) ALESSANDRO BARBERO, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Bari 2010, Cap. 16, n. 28.
(9) Cfr, anche per il verso 28, CARLO DIONISOTTI, Lepanto nella cultura italiana del tempo, “Lettere italiane”, XXIII, 1971, pp. 473-492.
(10) Vita di Antonio Carafa, I, 8 in VICO, Opere. VI, pp. 50-57.
(11) F. NICOLINI, Vico storico, a cura di Fulvio Tessitore, Napoli 1967, pp. 307-315. V. anche SANTINO CARAMELLA, Rileggendo le ‘Gesta di Antonio Carafa’, in “Nuovi Quaderni del Meridione”, VI (1968), pp. 296-301; E. KOITAY – KASTNER, La ‘Vita di Carafa’ di G.B.VICO, in “Forum Italicum”, II, 1969, pp. 359-369.
(12) VICO, Vita. Liber Primus – Caput VIII, Vienna obsessa, Caraphaeus, in Poloniam ablegatus, eius regio auxilium maturat ( in Opere. V, pp. 50-57 ).
(13) Edizione nei “Classiques Garnier”, Bordas, Paris 1990, I, p. 257.
(14) Cfr. F. SAVATER, Voltaire contro i fanatici, Laterza, Bari 2016, p. 80. – In generale, sul rapporto Vico-Voltaire, B. CROCE – F. NICOLINI, Bibliografia vichiana, Napoli 1947, vol. II; EDUARDO BELLO, Dos concepciones de la filosofia de la historia: Vico y Voltaire, in Resumen de ponencias. Riassunto delle relazioni, La Città del Sole, Napoli 1999, pp. 50-53 ( “Atti” del Congresso Internazionale su Vico, Sevilla, 4-9 ottobre 1999 ).
(15) Aneddoti di varia letteratura, Bari 1954, II, pp. 232-236.
(16) F. NICOLINI, Qualche nota in margine al ‘De rebus gestis Antonii Caraphei’ di Giambattista Vico, Hoepli, Milano 1938, p. 21. – Cfr. B. CROCE, Una giovanile canzone disperata di G.B. Vico, “La Critica”, VII (1909), pp. 317 sgg. e Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, I, pp. 248-264; Una dedicatoria e una prefazione di Giambattista Vico ( negli Aneddoti, cit., II, pp. 222-227). – La lettera del Vico a Edouard De Vitry ( Chalons sur Marne 1666- Roma 1730 ) è in Andrea Battistini, Opere, cit., Milano 1990, I, pp. 326-329.
(17) Cfr. i nostri Pico e Vico, “Rivista Rosminiana”, 2015, fasc. I-Ii, pp. 135-139, con le Ipotesi su Pico e I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male ( Laterza, Bari 2011 e 2015 ).
(18) B. CROCE, Uomini e cose, cit., I, pp. 253-254.
(19) Op. cit., pp. 258-259: cfr. Vita di Antonio Carafa, pp. 191-202, 226, 228, 237-238.
(20) CROCE, op. cit., p. 261; N: TOMMASEO, Storia civile nella letteraria, Torino 1892, pp. 77-78; 167-169; e, passim, 53 sgg.; 59 sgg.; 97; 105 e 279 sgg.
(21) CROCE, op. cit., p. 263: cfr. Vita, pp. 42-43 e 48-50.
(22) “Rivista di studi crociani”, 1979/4, pp. 420-421. – Dopo di lui, Manuela Sanna si è occupata di Materiali e metodo per le ‘Gesta’ del Carafa, in L’edizione critica di Vico. Bilanci e prospettive, Guida, Napoli 1997, pp. 89-97; attendendo insieme a nuova edizione della Vita ( Napoli 1997 ).


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