13 anni fa gli attentati a Nāṣiriya, in Iraq. Il sopravvissuto andriese Saccotelli: “La pietà è assassinio quando difende gli assassini”

riccardo-saccotelliSono passati 13 anni da quel 12 novembre 2003, giorno in cui avvenne il primo grave attentato di Nāṣiriya. L’andriese Riccardo Saccotelli, all’epoca in servizio in Iraq, fu coinvolto nell’attentato ed è sopravvissuto. Sono passati Presidenti del Consiglio e Ministri, ma la ferita non si è rimarginata. Ancora troppe domande senza risposta, molte delle quali poco diffuse da tv e giornali. Lo ricorda lo stesso Saccotelli in un post diffuso su Facebook:

«Dopo 13 anni l’unica cosa che riesco a pensare è che questo paese fa schifo. Non perché i vari governi, ministri, militari, non abbiano fatto nulla, ma perché sono proprio gli italiani ad averglielo permesso. Permesso di cambiare le leggi sui processi, sui profili di reato, permesso a massoni di rendere impuniti assassini e mandanti, permesso alle mafie di penetrare le istituzioni, mafie, che ora pare si preparassero ad arruolare propri adepti nelle forze di polizia. Un paese che è stato sempre zitto e ha lasciato fare, lavandosi la coscienza con pochi like nei rari momenti di lucidità. Mesi fa ho scritto al Presidente Mattarella… aspetto una risposta che non ci sarà… ma almeno far sapere agli italiani che non ci sarà potrebbe aiutarli a capire che il crollo morale e istituzionale non è colpa loro. E’ colpa nostra.»

Queste sono le dure parole che oggi un nostro concittadino andriese sente di dover comunicare: 13 anni sono passati da allora, ma per chi come lui ha combattuto, ha visto la morte con i propri occhi, per tutti questi 13 anni il ricordo di allora se lo è portato nel cuore, e ora quel ricordo pesa come un macigno.

Soprattutto perché lui non ha smesso di combattere, perché combatte ancora per la verità e per far emergere le responsabilità dello Stato italiano in questa triste faccenda. Riportiamo una lettera del 2014, vogliamo che le sue domande trovino una risposta.

 «Gent.mo Presidente, le motivazioni che mi spingono a scriverLe sono tante e ormai legate nel tempo soprattutto a questioni di giustizia e verità. Dopo 13 anni non si è ancora provveduto ad alcun procedimento penale per strage e credo che solo questo possa bastare a motivare questa lettera, con cui mi permetto di chiederLe qualche minuto del Suo prezioso tempo per un incontro personale e privato. Il mio primo pensiero corre oggi al giorno della strage: ero morto per tutti. Lo leggevo nelle lacrime e negli sguardi dei colleghi che non riuscivano a guardarmi negli occhi. Persino i medici non avevano il coraggio di dirmi che stavo morendo. Ho passato quasi cinque anni da allora e per molti giorni alla settimana in ospedale. In molti ospedali italiani; e per quanto la cosa possa lasciare molti indifferenti, anche quando tutto è perfettamente fermo e vuoto, persino di notte nel deserto l’attentato è ancora lì, nelle mie orecchie. Mentre dormo. Mentre tento di vivere una vita normale, che normale ormai non lo è più. Mentre la notte digrigno i denti fino a farli spaccare, mangiandomi le gengive, tentando di divorare l’ingiustizia di una teocratica assoluzione di uno stato che storicamente non è mai colpevole di nulla, grazie all’esercizio democratico del facile abuso delle gerarchie e degli stretti vincoli nei rapporti gerarchici dell’esercizio deviato del potere che si assottiglia sempre più verso forme di eversione legale.

In tutto questo tempo nonostante ci siano stati più di 19 morti e 140 feriti, nessuna responsabilità è stata addebitata ad alcuno. Nessun procedimento disciplinare. Nessuna rimozione. Solo glorificazioni, onorificenze e corse in carriera ai vertici istituzionali per chi avrebbe almeno dovuto ammettere i propri errori. E allora le responsabilità di chi sono? Parlerò spesso di dovere. È la parola che le gerarchie più amano pronunciare quando esercitano il potere. Quando abusano delle loro posizioni. Quando omettono qualche piccolo errorino qua e là. Provo a ricordare ancora a memoria quella formula di giuramento di fedeltà alla Repubblica: “Giuro di essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio Stato per la difesa della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. Mi chiedo spesso se questo giuramento valga per tutti. Se per i direttori generali e amministrativi della difesa valga lo stesso giuramento o ne siano immuni ed esonerati. Immunità e impunità che talvolta sembra derivino proprio dall’esercizio del potere. Dall’abuso della posizione e del grado gerarchico. E al mio rientro in Italia, provenendo da un’educazione cristiana salesiana e dal pragmatismo del mondo del volontariato, non ho potuto fare a meno di notare quanto lo stato ci avesse completamente abbandonati. Sotterrati. Fratelli del nulla. Quello che voglio dire, insomma, è che se allora siamo stati considerati vittime fasciste e di destra e quindi assolutamente non assimilabili ad alcun’altra vittima esistente (non a caso i giornali titolarono l’attentato di Nasiriyah come il più grande evento bellico dalla fine della Seconda guerra mondiale) è solo perché la destra al governo voleva assolutamente che l’apparente missione umanitaria desse una spinta alla retorica populistica, patriottica e nazionalistica di cui storicamente si è nutrita, e che non fosse dissacrata dalla sinistra di cui temevano appunto le organizzazioni combattentistiche, partigiane. Vittime noi di una guerra che nessuno voleva vedere. Non posso, tantomeno, evitare di ricordare l’approvazione del lodo salva generali con cui si è permesso che da un lato quel giuramento equivalesse a un’autentica immunità, dall’altro come un vincolo formale di sudditanza servile a vita: perché se giuri fedeltà alla repubblica devi star zitto. Fedeltà assoluta, abnegata e che tuttavia assume i toni dell’ignoranza o della demenza a seconda dei casi e dei modi in cui la si eserciti. Ossia non potevamo essere vittime di guerra, perché per la sinistra italiana – ideologica e fortemente radicalizzata nelle sue posizioni – non eravamo servitori dello stato ma occupanti mercenari al servizio di un governo di destra. Servi, appunto. E ancora una volta, servi di padroni e non di padri costituenti e nemmeno di uno stato riconosciuto come unitario e repubblicano. Una sola opzione restava possibile: dimenticare Nasiriyah e l’Iraq. Lo Stato ne sarebbe uscito comunque salvo adottando una tenace condotta omissiva e compartecipata e tutte le misure necessarie per rendersi immune. Ne resta oggi una perfetta e democraticissima auto-assoluzione non priva però di dimostrata colpevolezza. L’Iraq insomma è diventato un buon brutto ricordo da seppellire e rimuovere in fretta e di cui evitare di parlare. Perché la vergogna politica pian piano è diventata bipartisan. Condivisa. Coperta dalla legge. Le responsabilità politiche pian piano comuni e compartecipate e sotterrate. E se dopo dodici anni siamo ancora qui e a questo punto è proprio perché non c’è stato rappresentante delle e nelle istituzioni, pronto ad assumersi alcuna minima responsabilità sapendo di poter contare su quella copertura di garanzia di cui ho fin qui detto.
Allora questa storia prima di essere dello stato-nazione-patria, prima di poter essere scritta sui libri, diventa soltanto la storia umana della mia vita privata. Un comune incidente sul lavoro e non al servizio del paese. Perché a Nasiriyah c’ero con la mia vita, il mio sangue, il mio dovere fatto fino in fondo. Perché al di là di questa bella analisi socio-politica, se lo stato non dimostra di esserne degno, la mia storia deve rispettosamente appartenere solo a me e non all’indegna collettività. Perché al di là di tutto è proprio grazie a Nasiriyah che quella interruzione della soluzione della continuità sociale nel paese che c’era dodici anni fa si sia lentamente sgretolata. Perché a Nasiriyah non eravamo solo a vigilare sugli interessi economici dell’ENI, ma sul buon nome della povera gente e – mio malgrado – sulla faccia dei nostri politici e di quei rappresentanti delle istituzioni che si sono poi elevati a tutori e difensori dell’amor patrio. Piangendo in pubblico la loro disumana solidarietà senza aver neanche mai messo piede su quel territorio per me sacro. Così oggi a questo siamo arrivati: alla mercificazione persino della giustizia. Al mettere sul piatto di un sistema malato la mercificazione della mia richiesta di verità. Non ho mai chiesto giustizia se non come conseguenza logica delle responsabilità a cui ciascuno è chiamato. Ho chiesto verità. Il perdono poteva arrivare di fronte all’assunzione di un atto di responsabilità pubblica dello stato e dei suoi imputati che hanno sempre tenuto la bocca saldamente chiusa. Ed il senso alto della democrazia frainteso e usato come arma di ricatto, di corruzione, di scambi di silenzi da parte di chi sapeva. Il silenzio sommesso del processo, sul processo. Il bassissimo livello del coinvolgimento pubblico e la mercificazione persino di quel giuramento di fedeltà per cui i colpevoli fanno carriera nei vertici delle istituzioni nella normalità di uno stato abominio e sulla pelle di chi invece ha pagato con la propria vita e sulla propria pelle il prezzo di una missione economica e di guerra.

Non sarà – quindi – giustizia per me. Comunque. È storia, ormai come lo è il silenzio tipico di chi ha collaborato alla celebrazione del più iniquo esercizio del potere ma sempre nei limiti stabiliti dalla costituzione e dalle leggi, nell’assurdo rispetto di quel giuramento prestato. Del proprio dovere, appunto.

È così spero, ancora un’ultima volta, di meritarlo un incontro anche informale, affinché possa manifestarLe direttamente il peso che tutta questa vicenda ha tuttora nella mia vita quotidiana. In fin dei conti sto facendo anch’io – e fino in fondo – solo il mio dovere.

Quirinale; Matteo Renzi; Roberta Pinotti; Arma dei Carabinieri»