Leone Teucro, “interprete” di Croce. Appunti per la categoria dei “giusti della bibliofilia”, di Giuseppe Brescia.

A Pier Franco Quaglieni, infaticabile Presidente del Centro “Pannunzio”

Primo tempo.

Imprevisto sole, l’indomani della premiazione, inquadrava Torino nella mattina chiara del 24 novembre 2013. Nuove emozioni procuravano la tranquilla via Lagrange, la vista della sobria abitazione del Conte di Cavour, i tesori del Museo Egizio, i bar fastosi e dignitosi a un tempo, il Bistrot e gli antiquari della via Po. Per un cultore della “quaternità”, che gioia rivedere raccolta e ordinata in un regolare perimetro la storia del Risorgimento, sopravvivente nella fatica della modernità!

Ed è un sogno di bibliofilo, alla Gino Doria, pur il titolo ‘ironico’ o ‘autoironico’, teso a lumeggiar la infinita, imprevedibile, ma rintracciabile, figliolanza ideale che ogni “classico” riscuote presso eruditi, poeti, politici, viaggiatori o comuni lettori, d’intelligenza perspicua. Come il narratore pel “puntino” omesso, poi aggiunto, nella “Storia semplice” ( che, per ciò stesso, diventa ermeneuticamente “complessa” ) di Leonardo Sciascia; o il rabdomante in cerca di risorse d’acqua zampillante da chiuso terreno; sì – bene -, alle volte, il critico “o s a”.

Lo sguardo, allor, si posa sulla occasione bibliografica costituita dalla “Aesthetica in nuce”, alla terza edizione della “Piccola Biblioteca filosofica” laterziana del ’54: 5 euro. “No. Oggi”, avverte addirittura il giovane mercante dalla bancarella, “c’è una offerta: per 5 euro, due libri”. Aprendo l’aureo volumetto crociano, noto la preziosità: alle pagine 14 – 15, risulta inserito ( da anni ) un ritaglio ingiallito di giornale, “Il Tirreno” di Livorno dell’11 aprile 1957, col titolo “Rimeditando Benedetto Croce”, a firma di Sabato Visco, che dedica una recensione al “Croce: ricordi e pensieri” di Mario Vinciguerra ( Vajro, Napoli 1957 ). In prima pagina, il libro reca la data dell’acquisto, con intestazione del legittimo proprietario: “Leone Teucro – Livorno – Marzo 1956”; e sul frontespizio, in alto a destra, ripete la sigla: “LTeucro”. Veda il ricercatore, nell’ Archivio di Stato di Torino, ove risulta registrato il nostro lettore, se il nome corrisponda a quello dell’ avvocato livornese, che ha avuto in famiglia un deputato in Parlamento, Prefetto di Pavia al 20 febbraio 1940, ma che ha anche inteso accomunare la recensione di Mario Vinciguerra ( sensibile e dotto cultore di Croce e della di lui virile estrema ‘malinconia, ninfa gentile’ ) alle segnature per la “Aesthetica in nuce”.

Nelle pagine interne, infatti, Teucro ha sottolineato in blu, ma pur di lato in rosso due volte, il celebre passo crociano, che suggerisce una fase di approfondimento interno alla dottrina estetica, dalla idea di totalità dell’arte del ’17 all’altra della sua intrinseca moralità del 1926, data di prima edizione del trattatello. “Non è da questo luogo delineare un completo sistema delle forme o categorie spirituali nel loro ordine e nella loro dialettica; ma, restringendo il discorso all’arte, basterà dire che la categoria dell’arte, come ogni altra categoria, presuppone, a volta a volta, tutte le altre, ed è presupposta da tutte le altre: è condizionata da tutte e pur condiziona tutte”.

E’ ben codesto il passo centrale, luogo critico ( o almeno uno dei luoghi essenziali) di una estesa quanto tormentata riflessione a proposito della “contemporanea presenza attiva delle forme”( saggiata, per tacer d’altro, nel “Commento a Croce” dell’Antoni ). prolungantesi sino ai nostri contributi “Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali” ( 1978-1980-1981 ), e per tutte le radici e possibili innesti del “vivente originario”, ove operano e si spiegano del continuo le modalità di memoria sentimento e tempo.

Passo che si estende, nella segnatura – interpretazione del lettore toscano o, se si vuole, toscano-piemontese, all’altro e successivo: “Perciò fondamento di ogni poesia è la personalità umana, e, poiché la personalità umana si compie nella moralità, fondamento di ogni poesia è la coscienza morale” ( Su questa fase, non di contradizione ma di inveramento delle precedenti formulazioni estetiche, insisteva Mario Sansone nella amplissima dissertazione proemiale all’ antologia crociana “La letteratura italiana per saggi storicamente disposti” ). Oh gran bontà dei cavalieri antiqui! Così verrebbe fatto, in primo luogo, di esclamare.

Vecchio Teucro, giammai avresti saputo che il tuo spirituale tesoretto, pur se disperso nel mercato, si sarebbe ricomposto un giorno nell’infinito fluire del ricordo, segnato proprio dal principal motivo del mobile rapporto delle forme ! Dialettica delle categorie; esigenza del pre-categoriale; la vita e le forme, nella loro reciproca implicazione e distinzione!

Possiamo spingerci a vagheggiare come una categoria o specie dei “giusti della bibliofilia”, i tanti Fausto e Benedetto Nicolini, Tammaro De Marinis, Raffaele Mattioli, Eugenio Mele, Giuseppe Ceci, Riccardo Ricciardi, Tommaso Fiore, Gesualdo Bufalino, Alberto Tallone, Vanni Scheiwiller: a risarcire le spoliazioni più o meno volontarie, per esempio, di parte dei libri di Alfredo Parente a Guardia Sanframondi, o di quelli editi da Valdemaro Vecchi ( i cui eredi son stati esproriati della sede tranese di Viale Stazione, per assai probabili rivalità e interessi ), o magari della stessa biblioteca di Adriano Olivetti ( mandata al macero per “damnatio memoriae”), e chissà di quant’ altri casi ancora!

Restaurare le ferite recate alla memoria, la “mnemosyne”madre di ogni Musa, emblema e difesa di civiltà, in quanto benemerenza etica e financo economica ( per la rianimazione del mercato antiquario, riportato ad autentica passione e genuino interesse storico, alle radici dell’amor di libro ). Ecco un provocatorio suggerimento ispirato dalla visita a Torino, là dove ( oltre che per le vacanze operose ) Croce si era recato a leggere l’ammonizione “La fine della civiltà”al Teatro Regio nel 1946 ( presente il giovane Aldo Garosci, che uscì segnato dall’incontro ). “Quod Deus avertat” per noi e i nostri figli e le future generazioni! A tutela della religione della libertà.
Secondo tempo.

In effetto, come al fianco della smagliante magnificenza di Piazza San Marco a Venezia scorre l’ombroso canale che prende il nome dal ‘Ponte dei sospiri’, così presto sopravanzava, rispetto al ‘solare’, il lato ‘notturno’ celato nella imprevista ‘trouvaille’ bibliografica torinese !
Ahimé !, “Sabato Visco”, il recensore ‘crociano’ del “Tirreno” 1957, chi era costui ?! Ma era proprio il fisiologo e politico italiano, nutrizionista ( Torchiara, 9 aprile 1888 – Roma, 1° maggio 1971 ), padre dell’infausto ministro delle Finanze Vincenzo, che fu dei più accesi sostenitori, e primo firmatario, del Manifesto degli scienziati razzisti del 15 luglio 1938. Capo dell’ Ufficio per gli Studi e la Propaganda sulla Razza del Minculpop ( febbraio 1939 – maggio 1941 ), membro del Consiglio Superiore della Demografia e della Razza e vicepresidente della Commissione ordinatrice e del museo della razza, dopo aver partecipato all’impresa fiumana ed essere stato Preside della facoltà di Scienze della Università di Roma ( financo Accademico linceo e d’Italia ), spinse la propria infamia sino al punto da dichiarare alla Camera dei Deputati, nella primavera del ’39, che la università italiana perdeva – con quella legge – i docenti ebrei “con la più serena indifferenza”, ed anzi guadagnandone “nella unità spirituale”.

A più riprese, se ne occupano gli storici ( Claudia Mantovani 1994; Renzo De Felice 1993; Giorgio Israel e Pietro Nastasi 1999; Antonio Di Meo 1994; Giorgio Cosmacini 2004). Il 4 gennaio 1946, la Commissione per l’epurazione presieduta da Benedetto Croce e Vincenzo Rivera, lo dichiarava decaduto dalla Accademia dei Lincei insieme con altri scienziati e persino due di origine israelita ( Tullio Terni e Mario Camis ), per i loro gravi compromessi con il fascismo e la politica della razza. Michele Sarfatti ( 2000 e 2007 ) ha ricordato tutti i nomi degli estensori e firmatari dell’ignobile Manifesto; recensito i “Baroni di razza” di Barbara Raggi, per la pronta e scandalosa riabilitazione dei docenti razzisti ( nel “Corriere” del 22 gennaio 2013 ); si è affiancato al saggio “Cancellare le tracce” di Pier Luigi Battista (2007) e alla denuncia di Marco Avagliano, denuncia nata per esser stata addirittura dedicata una via di Salerno a Sabato Visco, in una con il fermo invito al buffo Sindaco a rivedere – chiedendo pubbliche scuse – il nome della civica strada ( 17 aprile 2013 ).
Di questo si trattava, e si tratta, dunque: dell’obbrobrioso “cancellar le tracce”, della “serena” ‘damnatio memoriae’, delle ingiurie e offese patite da docenti e accademici ebrei illustri, e degli appoggi trovati all’interno di partiti politici italiani e varie consorterie, magari riciclandosi come “antifascista”, per il personaggio storico Sabato Visco ! ( Paolo Mieli, “Corriere” del 15 giugno 2010 ).

Qui l’erudito bibliofilo e bibliografo diventa “giusto della memoria”, denudando le doppiezze e le ambiguità, le sleali concorrenze e gli squallidi opportunismi, che l’anfrattuosità della storia esibisce, all’altezza della promulgazione delle leggi razziali, e delle successive riabilitazioni ( per alcuni razzisti ) o difficili parziali ritorni ( per docenti ebrei, quale Attilio Momigliano ).

Scorrevano, e scorrono, quindi, come dei piani multipli e separati di storia letteraria ed etica e politica: piani che sembrano precipitare indifferentemente nell’accumulo bibliografico, nella storia editoriale e delle editoriali fortune.“Habent sua fata libelli”! “Ogni libro ha il suo gonzo”, dicevano anche scherzosamente gli antiquari napoletani di un tempo.

In fondo, pur nei limiti particolari e speciali accenti di ideologia che gli son propri, ciò che compie il gran bibliofilo Umberto Eco nel “Cimitero di Praga”, a proposito dell’intrecciarsi ( reale o supposto) di fili strategici ( gesuitismo, Protocollo degli anziani di Sion, massoneria, Risorgimento e Antirisorgimento ); – intrecciarsi di vari fili che la stagione della “memoria”può -beninteso- sempre isolare criticamente; ebbene, tutto ciò poteva trattenere un qualche riflesso nella trama di vicende e letture critiche involte nel recupero del libro di “Aesthetica in nuce”sul mercato antiquario torinese. “Gott ist im Detail”. “Nel particolare, se non l’universale, il generale e – in questo caso – il collettivo”.
E abbiamo: Leone Teucro, collega di Sabato Visco, raccoglitore di scritti e testi crociani. – Benedetto Croce, che contribuisce all’epurazione del primo firmatario e ideologo del Manifesto sulla razza, smentito dalla decisione di riabilitazione e riammissione nel mondo accademico del medesimo studioso. – In sede di filosofia della storia, viene in mente, a questo riguardo, il passo della “Appendice” al “Mondo come volontà e rappresentazione”in cui Arthur Schopenhauer cita Goethe di “Poesia e verità” ( Parte terza ): “Come l’acqua, aperta da una nave, si richiude subito dietro di essa; così anche l’errore, dopo che spiriti superiori lo hanno posto da parte e si son fatti largo, immediatamente, secondo natura, si richiude di nuovo dietro di essi” ( “Il mondo come volontà e rappresentazione”, ed. Savy-Lopez, II, Bari 1968, pp. 540-541).

L’errore, messo da parte da spiriti magni, ritorna, o può sempre ritornare, come l’acqua che si richiude naturalmente dietro la scia della nave che l’ha aperta. Dove la vitalità dell’immagine goethiana e schopenhaueriana rende la naturalità del fenomeno, corrispondente – in campo socio-storico – a quello che Vilfredo Pareto chiamava la “viscosità degli apparati”, la forza inerziale di privilegi e consorterie. ‘Naturalità’ –si badi– che solo la coscienza morale e perciò l’eterna vigilanza della libertà è chiamata costantemente a fronteggiare ed oltrepassare, proprio per non cadere nel determinismo di stampo positivo che le varie ‘retoriche del complotto’ tentano ognora di accreditare.

Pure, nel ritrovamento bibliografico del novembre 2013, c’era ancora qualcos’altro. Era stato proprio il razzista e fisiologo Sabato Visco a trattenersi inaspettatamente sul Croce, il “Croce” di Mario Vinciguerra 1957: e non senza una qualche ostentazione.“Rimeditando Benedetto Croce”.
Terzo tempo.

Nell’elzeviro a quattro colonne, sinora ignoto alle bibliografie degli scritti di e su Benedetto Croce ( Edmondo Cione 1956, Fausto Nicolini 1960, Silvano Borsari 1964 ), il Visco, inizialmente, la prende alla larga. “Non sappiamo se Mario Vinciguerra, meditando e componendo il libretto, svelto e sagace, che, col titolo ‘Croce:ricordi e pensieri’, ha pubblicato l’Editore Vajro di Napoli, abbia rivolto il suo spirito memore e devoto piuttosto alla complessa vicenda spirituale di un uomo d’eccezione, che alla saliente parabola meditativa di un grande filosofo”. “Il Vinciguerra è forse oggi il testimone più eminente e consapevole del giovane gruppo intellettuale, che si venne adunando e connettendo intorno a Croce filosofo nel primo decennio del nostro secolo, cogliendone il pensiero nella conversevole familiarità prima che nei suoi grandi testi filosofici; e che ricercò nella ‘Estetica’ del 1902, prima che nella ‘Logica’, nella ‘Economica’ e nell’ ‘Etica’ del 1909, i segni di una vocazione o di una missione, teorica o pratica”. E qui il Visco fa i nomi di Guido de Ruggiero e Adriano Tilgher.

“In tale visuale logica, in tale apertura spirituale, incline a commisurare un sistema filosofico sullo sfondo storico da cui sorse ed al cospetto delle vicende spirituali e sociali delle generazioni che lo accolsero, Mario Vinciguerra è rimasto costantemente fedele nel corso non breve della sua attività intellettuale: dal 1925, allorché, in ‘Un quarto di secolo’, segnò il divario logico e morale tra il pensiero crociano e il contemporaneo svolgimento culturale e politico della Nazione, al corrente anno, in cui, dedicando a Croce un libro specifico, sembra considerare le oscillazioni logiche del filosofo all’unisono con i turbamenti morali e sociali di una lunga crisi storica”. Dove quel “divario logico e morale tra il pensiero crociano e il contemporaneo svolgimento culturale e politico della Nazione” rivela l’angolo visuale nazionalfascistico del recensore. Il quale poi avvalora tutto il senso degli appunti di Vinciguerra sulla “Estetica”, la rivalutazione della filosofia di Giambattista Vico e del particolare “ ‘momento economico’, nel quale il Vinciguerra vede convergere incompatibilmente gli aneliti vitali più profondi ed i profili dottrinari più astratti”. Ma il Vinciguerra è anche “risalito, al di là della cruciale ‘Estetica’ del 1902, agli incunaboli del sistema crociano – alla giovanile memoria del 1893 su ‘La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte’ – per mostrare come il pensiero crociano, dopo aver discriminato la storia dalla scienza connettendola all’arte, abbia oscillato fra l’iniziale e la definitiva ‘Estetica’, per ritornare sostanzialmente alla ‘Logica’ del 1909, al punto di partenza, e cioè alla identità di filosofia e storia. In tal modo, un’inquieta osmosi spirituale si sarebbe mossa fra il momento estetico e quello logico, pur crocianamente distinti, fino a capovolgere dei moventi spirituali già sistematicamente enucleati”.

Ma a questo punto – aggiunge acutamente il Visco -: “la storia si staccò bensì – nell’evoluzione teoretica del Croce – dall’arte per connettersi alla filosofia, ma anche la filosofia si staccò dalla scienza, come logica del concreto da logica dell’astratto: ed i due solidali processi logici (..) si svolsero verso il conseguimento della concretezza spirituale così nella storia come nella filosofia, e nel segno animatore della potenza intuitiva dello spirito. Ci sembra, in termini conclusivi, che le eccezioni critiche, sollevate dal Vinciguerra sul rilevante punto in esame, non abbiano intaccato la consistenza logica e la forza persuasiva della memoranda postilla della ‘Logica’, nella quale il Croce tracciò il ‘curriculum’ del suo pensiero in proposito: e che il pensiero crociano, sul complesso problema, si sia svolto in travaglio più che oscillare in contraddizione”.

Forse il Visco aveva letto o ascoltato e meditato, oltre i menzionati De Ruggiero e Tilgher, talune lezioni ‘romane’ dell’ Antoni o del Calogero. Certo, si rimane sorpresi dalla correttezza dell’approcio metodico, dato al commento di Vinciguerra a Croce ( e di alcuni problemi che vi son sottesi ): tanto più in uno studioso di fisiologia e eugenetica, incline ai gravi pregiudizi razzistici e tardo positivistici che si son veduti. Veramente, come diceva Amleto, “ci son più cose tra cielo e terra di quante ne comprenda la filosofia” ( o, magari, la “loro” filosofia )! E il tempo dell’esperienza spirituale o letteraria ri-diventa, altrettanto inaspettatamente, “solare”.Alla fine dell’ampia recensione, Sabato Visco – qui aderendo al Vinciguerra – sottolinea aspetti del “moto unitario dello spirito” ( senza chiamarli “modi categoriali” né indagarli – ovviamente – nelle funzioni specifiche, come si può oggi fare ). “E così, egli sobriamente ( i.e.: Mario Vinciguerra ) espone come lo slancio ideativo, nel quale il Croce aveva equilibrato i quattro momenti distintamente operanti nel moto unitario dello spirito, si sia venuto accentuando, (. .) ora (1908) sul momento estetico, decantatore intuitivo dei nessi teorici e dei moventi pratici dello spirito, ora (1909-1917) sul momento logico, lenitore nella luce della verità dell’oscuro tumulto pratico dello spirito, ed ora infine, come si legge in ‘Filosofia e storiografia’ del 1949, sul ‘primato che regge tutte le singole forme’: l’attività contro la passività del contemplare, e che non si restringe al fare utile e morale, ma si estende ed abbraccia ( qui correggo il refuso dell’articolo a stampa: “non estende”) in tutte le sue forme il fare che è conoscenza”. Sì che il “primato del fare”, evidenziato nell’ultimo Croce, più che “un’oscura forza trascendente le categorie e forse lo spirito”, giustifica la conclusione dello scrittore “che il principio dell’azione, che anima e sommuove tutto l’idealismo contemporaneo, sia sempre più palesemente emerso nelle articolazioni logiche del pensiero crociano senza stornarne o invertirne il primitivo e coesivo slancio spirituale”.

Dove l’unica menda sta nel discorrere, ancora, di “principio dell’azione” ( in senso prammatico o prammatista ) anziché di “attività”, sulle tracce del versetto di San Giovanni dialetticamente reinterpretato e tradotto nel “Faust” di Wolfgang Goethe ( “Questioni dello storicismo”, II, 1981; “Sant’Agostino e l’ermeneutica del tempo”, Spes, 1988 ).

Quarto tempo.
Effettivamente, il Vinciguerra, nella elegante edizione con custodia e sovracoperta protettiva, non fa che ruotare come intorno a un perno sul rapporto tra il “primo” e l’ “ultimo” Croce, tra la prima “Estetica” del ’02 e la terza edizione del 1908 che rivede profondamente il ruolo e l’ufficio del sentimento e la circolarità delle forme, sulla dialettica e le sue origini, la categoria “refugium peccatorum” dell’utile e del vitale, e gli stessi studi in proposito di Carlo Antoni. Era stato uno dei libri più graditi per acume e sobrietà interpretativa degli anni Sessanta e Settanta. Sì che ne riproposi – avendo reperito l’originale dal “Messaggero” di Roma del 15 dicembre 1951, nel Fondo Borgese della fiorentina “Accademia Colombaria”, anche grazie alla ospitalità di Francesco Adorno – “Il grande solitario”, con lettera di Croce a Vinciguerra del 1° ottobre 1924, in appendice a “Croce e il mondo” ( Arte Tipografica, Napoli 2002, pp. 49-51: e, di seguito, il “Croce e i Savoia”, firmato ‘GICAR’, dalla “Repubblica” di Napoli del 29 ottobre 1944).

“Il grande solitario” entrò poi nell’aureo volumetto dello stesso Vinciguerra ( alle pp. 41-49 ), ma con ampliamenti che davano conto del dramma interiore del Croce, proiettandolo su scala europea, l’ Europa della crisi romantica. “Fu allora il destino di un Royer Collard, di un Tocqueville in Francia, e, in Germania, dello stesso Goethe.Il destino della carriera e della fama di Croce somiglia non poco a quello per l’appunto di Goethe, il quale con “Goetz di Berlichingen”, col “Werther”, col “Faust” dette le penne al primo Romanticismo tedesco, e poi impiegò il resto della vita a contrastare le tendenze che avevano preso le mosse dalle prime idee rinnovatrici per correre ad interpretazioni estreme ed aberranti”.

Alla fine di questo saggio, il Vinciguerra cita il Mosè di De Vigny. “La personalità di Croce è cresciuta sempre di più, fino a diventare monumentale; Croce ha dominato con la forza invincibile del suo pensiero; ma come un picco isolato. E sorge il dubbio che qualche volta abbia mormorato dentro di sé, come il Mosè di Alfredo de Vigny, se era destinato a vivere sempre potente e solitario: ‘Je vivrai donc toujours puissant et solitaire ?’

“Dio, non era così, non proprio così! Ogni volta che il filosofo scaglia il proprio strale d’oro verso il cole, rischia di farsi “potente e solitario”, Meglio:“Chaque fois”:“toujours puissant et solitaire”, Questo è il punto. Ma esistono la memoria storica, il mondo dei destini incrociati, l’archetipo, il sincronismo tanto più significativo quanto più “gravido di passato e carico d’avvenire”.

‘ Ma restano, queste, posizioni difensive, come la renitenza a farsi irregimentare, la protesta morale, la testimonianza del valore’ – la ‘controvoce’ interiore mi avverte. – ‘In Regione hanno lucrato con gli scontrini’. ‘A San Marino, coi bigliettoni’.

E tutt’intorno c’ è l’aria fresca e pura, con in alto le vette delle Alpi. ‘Ma, oltre le Alpi, l’Europa. Altri problemi, altre complicazioni, altri disegni’. ‘Salve, Torino !’ Gentilissimi camerieri fanno gustare i tajarin e dell’ottimo brasato. “E’ giusto ! È giusto!”, mi conferma quello che al tavolo mi serve, quando ricordo: “Il potere è di tutti”, come diceva Aldo Capitini. Tornerò, forse, per assaggiare tenerissima lingua di vitello e il dessert di ‘marrons glacées’ con dolciumi e del buon passito. E’ dura. Alla fine della giostra, conviene sempre puntare su camerieri gentili, antiquari onesti, studiosi disinteressati, artigiani coscienziosi, operai della vigna, umile gente buona (come dice Croce negli studi sulla nobiltà del fare) che sappia far da leva per la “buona politica”.

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