Ad Andria prosegue il corso zoofilo: si parla e si riflette sull’importanza della Protezione Civile

Lo scorso gennaio, in due Giorni si è chiuso, prima un ciclo sul IV^ test del corso zoofilo, che è stato superato da tutti gli allievi e poi è iniziato il ciclo delle lezioni per gli allievi GPGV IVEA Zoofile. Così si apre il penultimo ciclo per la conclusione degli apprendimenti del I° Livello del corso ZOOFILO.

L’ultima lezione del penultimo ciclo è stato svolto dal Dr. Gianni DE TRIZIO, Disaster Manager, che ha presentato la storia e poi tutta l’unità della Protezione Civile.

Attraverso le Slide, il Dr. De Trizio, ha presentato gli elementi calamitosi avuti nel tempo e di seguito dove sono stati presentati i grandi eventi.

Le grandi calamità – Diluvio universale – L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è il principale evento eruttivo -disastri ambientali è anche quello del 10 luglio 1976 a Seveso, in Brianza.-

La maggior parte legati a devastanti terremoti come quello di Casamicciola nel lontano 1883 (2.333 morti) o quello calabrese del 1908, un’autentica Apocalisse costata 85.926 vite. In mezzo, fra gli altri sismi (come quello di Avezzano, 32.610 vittime) saltano fuori dimenticati disastri ferroviari e clamorose frane, come quella del Vajont.

 

 

1) 1883: terremoto di Casamicciola (Ischia). Intensità: 9° grado Scala Mercalli-Cancani-Sieberg. 2.333 morti di cui 625 turisti stranieri

2) 1908: terremoto in Calabria (Reggio) e Sicilia (Messina). Intensità: 11° grado Scala Mercalli-Cancani-Sieberg. 85.926 morti

3) 1915: terremoto di Avezzano (Abruzzo). Intensità: 11° Scala Mercalli-Cancani-Sieberg. 32.610 morti

4) 1930: terremoto del Vulture (Irpinia). Intensità: 10° Scala Mercalli-Cancani-Sieberg. 1.425 morti

5) 1944: Balvano (Potenza), disastro ferroviario. 600 morti

6) 1963: frana del Vajont. 1.917 morti

7) 1976: terremoto del Friuli. 977 morti

8) 1980: terremoto dell’Irpinia (Avellino). Intensità: 10° Scala Mercalli-Cancani-Sieberg. 2.570 morti

9) 1985: frana a Tesero (Trento). 269 morti

10)  2009: terremoto d’Abruzzo. 299 morti

Rielaborazione su dati Protezione civile nazionale

11) quello attuale, nel centro Italia, che ancora deve essere definito come numero di vittime e danni.

La prima normativa organica: l’accentramento

 

La prima legge sul soccorso è il Rdl n. 1915 del 2 settembre 1919, che dà un primo assetto normativo ai servizi del pronto soccorso in caso di calamità naturali, anche se limitato ai soli terremoti. Il Ministero dei Lavori Pubblici è l’autorità responsabile della direzione e del coordinamento dei soccorsi, da cui dipendono tutte le autorità civili, militari e locali.

Occorre attendere il 1925 per una prima normativa organica in materia di protezione civile: la Legge n. 473 del 17 aprile individua nel Ministero dei Lavori Pubblici e nel suo braccio operativo, il Genio Civile, gli organi fondamentali per il soccorso, con il concorso delle strutture sanitarie.

Il Rdl n. 2389 del 9 dicembre 1926, convertito nella legge n. 833 del 15 marzo 1928, definisce ulteriormente l’organizzazione dei soccorsi e conferma la responsabilità del Ministero dei LL.PP nel dirigere e coordinare gli interventi anche delle altre amministrazioni ed enti dello stato, come i Pompieri, le Ferrovie dello Stato, la Croce Rossa ecc. I soccorsi non si limitano ai soli “disastri tellurici”, ma vengono estesi a quelli “di altra natura”.

In attesa dell’arrivo sul luogo del disastro del Ministro dei Lavori Pubblici, o del Sottosegretario di Stato, tutte le autorità civili e militari dipendono dal Prefetto, rappresentante del governo nella provincia, che coordina i primissimi interventi. Stesso potere viene affidato ai sindaci sul territorio comunale: appena venuti a conoscenza dell’evento, devono inviare sul luogo i Pompieri e il personale a loro disposizione, dandone immediata notizia al Prefetto. Il personale di soccorso e gli scavi delle macerie vengono coordinati invece dal Genio Civile. Vengono chiamati a concorrere, a diverso titolo l’Aeronautica, l’Esercito, il Ministero per le Comunicazioni e la Croce Rossa Italiana.

Nel dopoguerra, sull’onda del clima di rinnovamento post conflitto mondiale, si cerca di arrivare ad una legislazione organica in materia di protezione civile: negli anni 1950, 1962 e 1967 vengono infruttuosamente presentati alcuni progetti di legge. Ma ancora una volta, sono gli eventi calamitosi ad aprire la strada alla predisposizione e all’approvazione di nuovi e più idonei strumenti legislativi.

L’alluvione di Firenze del 1966, la prima emergenza seguita dai media di tutto il mondo, evidenzia l’inadeguatezza della struttura centrale dei soccorsi. Causa l’assenza di una rete di monitoraggio l’esondazione dell’Arno non viene preannunciata con un certo anticipo e i cittadini vengono colti di sorpresa. Nei primi giorni gli aiuti e i soccorsi arrivano quasi esclusivamente dai volontari (“gli angeli del fango”) e dalle truppe di stanza in città. Solo sei giorni dopo l’alluvione il governo è in grado di mettere in campo una rete di soccorso organizzata. Anche in occasione del terremoto del Belice del 1968 (236 morti) la gestione dell’emergenza si rivela un vero e proprio fallimento per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. Anche le scelte per la ricostruzione si rivelano sbagliate: la popolazione viene incentivata ad allontanarsi dai centri storici colpiti e vengono realizzati nuovi insediamenti del tutto estranei alle tradizioni e stili di vita locali.

La svolta arriva con la legge n. 996 dell’8 dicembre 1970, la prima vera e propria legge che delinea un quadro complessivo di interventi di protezione civile: “Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità – Protezione Civile”.

Per la prima volta il nostro ordinamento recepisce il concetto di protezione civile e precisa la nozione di calamità naturale e catastrofe. Si afferma quindi il concetto di protezione civile intesa come predisposizione e coordinamento degli interventi e si individuano i compiti fondamentali affidati ai vari organi della protezione civile per una razionale organizzazione degli interventi e per far arrivare nel modo più rapido ed efficace i soccorsi alle popolazioni colpite.

La direzione e il coordinamento di tutte le attività passano dal Ministero dei Lavori Pubblici al Ministero dell’Interno. E’ prevista la nomina di un commissario per le emergenze, che sul luogo del disastro dirige e coordina i soccorsi. Per assistere la popolazione dalla prima emergenza al ritorno alla normalità vengono creati i Centri Assistenziali di Pronto Intervento (Capi). Per un miglior coordinamento dell’attività dei vari ministeri viene istituito il Comitato Interministeriale della Protezione Civile.

Per la prima volta viene riconosciuta l’attività del volontariato di protezione civile: è il Ministero dell’Interno, attraverso i Vigili del Fuoco, ad istruire, addestrare ed equipaggiare i cittadini che volontariamente offrono il loro aiuto.

 

La legge 96/70 privilegia il momento dell’emergenza: di fatto si disciplina solo il soccorso da mettere in campo nell’immediatezza dell’evento. Il regolamento d’esecuzione della legge viene approvato solo dopo 11 anni; nel frattempo rovinosi terremoti colpiscono nel 1976 il Friuli e nel 1980 la Campania.

In occasione di questi due grandi terremoti, che provocano rispettivamente 976 e 2570 vittime, la gestione dell’emergenza e della ricostruzione è molto diversa, anche se i primi giorni sono caratterizzati in entrambi i casi dalla lentezza dei soccorsi e dalla mancanza di coordinamento.

In Friuli Venezia Giulia vengono coinvolti da subito il governo regionale e i sindaci dei comuni colpiti, che lavorano in stretto contatto con il Commissario straordinario (Giuseppe Zamberletti) fin dall’inizio dell’emergenza. Per la prima volta vengono istituiti i “centri operativi”, con l’obiettivo di creare in ciascun comune della zona colpita un organismo direttivo composto dai rappresentanti delle amministrazioni pubbliche e private, sotto la presidenza del sindaco, con il potere di decidere sulle operazioni di soccorso, conoscendo le caratteristiche del territorio e le sue risorse. Anche nella fase della ricostruzione viene dato potere decisionale ai sindaci per avere un controllo diretto sul territorio che allo stesso tempo faccia sentire le istituzioni vicine ai cittadini. La popolazione partecipa attivamente alla ricostruzione del tessuto sociale e urbano secondo il “modello Friuli”, “com’era, dov’era”, completata in poco più di 15 anni.

La gestione dell’emergenza dopo il terremoto dell’Irpinia è fallimentare, sia nelle prime ore post sisma sia nella successiva fase della ricostruzione. I primi soccorsi sono caratterizzati dalla totale mancanza di coordinamento: volontari, strutture regionali e autonomie locali si mobilitano spontaneamente senza aver avuto indicazioni e precisi obiettivi operativi dal Ministero dell’Interno. Dopo il caos dei primi tre giorni, il governo interviene nominando il Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che riesce a riorganizzare i soccorsi e a dialogare con i sindaci.

Di fronte a queste catastrofi il sistema dei soccorsi mostra tutti i suoi limiti: si apre un dibattito civile e culturale con l’obiettivo di superare il vecchio assetto operativo. Comincia a farsi strada l’idea che i disastri vadano affrontati dopo averli “immaginati, descritti e vissuti” prima e che occorra dimensionare le strutture di intervento tenendo conto di scenari già elaborati e di misure di prevenzione già messe in atto. Si comincia a parlare di protezione civile non solo come soccorso, ma anche come previsione e prevenzione.
I tempi sono ormai maturi per un cambiamento radicale.

 

Le unità logistiche di protezione Civile con i Volontari e sono i primi ad arrivare sul luogo della catastrofe: unità cinofile da disastro, cani e uomini, perfettamente allenati a calarsi sulle macerie di un terremoto da aerei ed elicotteri (in modo da raggiungere tutti i punti colpiti, anche in caso di inagibilità delle strade).

 

Quello del “protettore civile” è un mestiere poco noto: tutti hanno visto scene di crolli, fiumi di lava che coprono case, lingue di fiamme sulle pinete, ma pochi conoscono i retroscena, le manovre necessarie ai soccorsi. Cosa succede a partire dal momento della catastrofe? Come esempio, abbiamo scelto un terremoto, un tipo di disastro frequente in Italia.

 

L’ORA X: IL TERREMOTO. L’arrivo dei soccorsi si può dividere in 4 fasi.

  1. Il cronometro scatta immediatamente: «L’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia (INGV) in pochi minuti è in grado di registrare, verificare l’epicentro del sisma e di comunicarlo alla Protezione Civile» spiega il dr. Gianni De Trizio.
  2. Se le linee telefoniche della zona colpita non funzionano, può partire un elicottero in perlustrazione. Anche se oggi, «con l’uso diffuso quasi puntuale della rete, in pratica ogni cittadino che vive un evento sismico, è ormai una centralina di ricezione e invio dati (immagini, commenti, ecc.) in tempo reale – continua Gianni -. Così, da alcuni anni, nelle prime ore di un evento calamitoso, la comunicazione è completamente cambiata e di conseguenza è cambiata la risposta operativa». 
  3. Allertati dalla centrale operativa, e provenienti dalle caserme più vicine, entro 20 minuti dall’allarme arrivano sul posto Vigili del fuoco e Carabinieri, seguiti a ruota dai volontari specializzati in calamità naturali e sempre pronti a partire da tutte le organizzazioni di volontariato, avvertiti dalle prefetture.
  4. Dalla sala emergenze della Protezione Civile, a Roma, parte il coordinamento dei soccorsi: si stimano i rischi residui per i soccorritori, i danni economici e il numero di persone in pericolo di vita, si mandano rinforzi di uomini e mezzi, esercito, volontari, nuclei specializzati, unità mediche sempre pronte a partire. E si delinea la strategia, con un preciso ordine di priorità: salvare vite umane, alleviare le sofferenze, salvare l’ambiente, proteggere i beni, mantenere l’erogazione di servizi essenziali.

 

Tempo sul cronometro: circa 1 ora.

 

«Oggi il coordinamento dei soccorsi nazionale è gestito dal Comitato Operativo nazionale della Protezione Civile che decide la strategia da adottare» precisa Galanti. «Riceve in poche ore informazioni e invia indirizzi operativi tramite la Sala Italia. A questo coordinamento si sono aggiunte, in questi anni, le colonne mobile delle Regioni che sono in qualche modo la risposta più ravvicinata e coordinata al territorio colpito. Si tratta di accorciare i tempi tra la comunicazione degli aiuti (quasi in tempo reale per l’uso diffuso della Rete) e l’arrivo dei soccorsi che debbono essere sempre più vicini ai territori».

 

La prima lezione ha dato agli allievi l’importanza di conoscere la Protezione Civile e come ci si deve preparare per poter entrare in questa Organizzazione.

Giovedì 26 si è poi concluso il ciclo dei Saperi della Protezione Civile, attraverso le attività sui rischi, presentati sempre dal dr. Gianni De Trizio. (Il relatore: Prof. Francesco Martiradonna).

Sempre in merito all’importanza della Protezione Civile, il prof. Martiradonna lo scorso 20 gennaio rendeva noto quanto segue:

“Oggi alle ore 8, durante il TG, ho appreso che alcuni quotidiani hanno scritto che la Protezione Civile in alcuni casi e diventata pericolo Civile e/o mala Civile.

Tutto posso dire della Protezione Civile che è l’unica cosa sana che esiste nello Stato Italiano nel passato nel presente è forse nel futuro, ma non che è diventata Pericolo Civile e/o non Servizio Civile.

Ricordiamoci che la Protezione Civile è impegnata a pieno campo logistico, dal mese di Agosto sino ad oggi, in quelle località martoriate dal terremoto e poi dalle avversità di maltempo.

Tutti gli operatori della Protezione Civile, Volontari e Non, stanno rischiando la vita quotidianamente in quelle aree è nessuno si può permettere di dire che sono divenuti delle schiappe e cioè persone incapaci di svolgere quelle attività in cui è dedita la Protezione Civile.

Voglio ricordare che l’organico Dipartimentale e/o chi per esso (volontari), sono persone professionalmente formate in qualsiasi campo logistico e che mettono l’anima a disposizione per aiutare quelle persone che presentano delle difficoltà di vita.

La Protezione Civile non è un pericolo civile, essa è la continuità della vita per quella gente, laddove, si trovano in un momento di difficoltà e quindi prestano aiuto e nel contempo la gente riceve soccorso.

 

Oserei dire “Là dove c’è un volontario & Protezione Civile, c’è umanità e speranza.” 

 

DOTE DEL VOLONTARIO – “L’UMANITA’ intesa come dote, come sentire, dipende dall’immagine ideale che abbiamo dell’essere umano che vive nella Protezione Civile.

La parola dipende è formata da sette lettere, tre vocali e quattro consonanti.

Dote

Infinita

Persistente

Estasiato

Nobile

Divino

Epocale

 

La parola SPERANZA è formata da otto lettere, tre vocali e cinque consonanti.

SPERANZA = Attesa fiduciosa di un futuro positivo.

Umanità e Speranza; due parole che sono le doti di OGNUNO di NOI che operiamo nella Protezione Civile.

 

Esterno su quelli che hanno scritto, che sono i Miscredenti della Protezione Civile che è uguale a: agnostico · ateo · barbaro · bestemmiatore · blasfemo · empio · eretico”.