“Ai nostri cari defunti” – di Vincenzo Santovito

“Per tantissimi giovani, ragazzi e ragazze come un’ombra fragile il loro destino nel fragor della loro beltà si infrangeva sulle onde invisibili di un amor di vita non ancora nato, periva. Nel mese dedicato a chi non c’è più tutti si dovrebbero destare dai propri ego e presentarsi alle porte dei propri cari che non ci sono più” – lo ricordava nel mese di ottobre appena passato il signor Vincenzo Santovito. 

“Questo mese tutti sentiamo il desiderio di essere veramente accanto ai nostri cari scomparti e, assopiti e addolorati, nella speranza di sentire un loro dolce sussurro e inebriandoci lo accetteremmo molto ben volentieri. Mentre stiamo seduti ai bordi dei viali, aspettando una loro ombra e sentire la brezza che passa, per noi sarebbe un’immensa gioia. Per tantissimi gli anni si sentono già di dosso, col tempo si sono appesantiti e come anziani vorremmo trovarci accanto ad un rio di acqua cristallina seduti e stanchi a raccontare all’acqua che scorre lentamente verso il mare, i nostri fumidi ricordi”.

“Fumi di ricordi andati, portando alla realtà le nostre pene trascorse. I nostri cari scomparsi sono stati, per pochissimo tempo, la nostra fonte sorgiva ove stillavano dei candidi respiri. Noi ci dissetavamo, placando il nostro ansimante amore, sorseggiando il loro liquido profumato, saziandoci quanto bastava. Voi carissimi siete stati le nostre lucciole. Nel vivo dei vostri anni verdi tramavamo per il vostro futuro. A volte sentivamo il desiderio di vagare nella notte per le vie ma non trovavamo ciò che cercavamo”.

“Sibili di venti freddi sfioravano i nostri volti ad ogni angolo di strada. Ora che non ci siete più si annaspa nel vuoto buio. L’amore che cercavamo non si riesce più a trovare. Una flebile lucina che ci guida il cammino”.
“Si arriva alla vostra porta socchiusa e, attraverso una piccolissima fessura, vi ammiriamo mentre un piccolissimo alone di luce flebile lunare timidamente riflette i vostri bei volti, rimanendo ammirati mentre siete allo specchio, rimembrando i vostri e i nostri ricordi di qualcuno che non c’è più”.

“Con cuori palpitanti appoggiamo le nostre mani a quella porta. Si cerca di aprirla ma un fruscio, un sibilo di vento freddo ci chiude quella porta, impedendoci di entrare”.

“Volevamo solamente accarezzarvi leggermente, appena appena con le nostre mani tremanti di gioia i vostri volti. Tantissimi giovani nella pienezza della loro gioventù sono stati strappati con violenza da un crudele destino. Ragazzi e ragazze aitanti, pieni di vita hanno smarrito la propria strada, lasciando inebriati di dolore immenso coloro che li aspettavano”.

“Per chi riposa in un luogo di dolce e tenera freschezza si dedichi ad un delicato e silenzioso atto d’amore. Le strade che ci hanno divisi sono labili ed ombrose. Le abbiamo percorse. Noi andavamo loro venivano. Neanche un addio ci siamo dati. Suoniamo e risuoniamo alle vostre porte, nessuno le apre. Coloro che attendavamo non hanno fatto più ritorno”.

“Non celiamo nel segreto dei nostri cuori i nostri carissimi defunti. I loro ricordi sono tollerabili spine trafitte dentro di noi e sono dolcissime da sopportare. Brevissima è stata la loro felicità. Le sciagure, malattie, incidenti e vecchiaia hanno sbarrato le nostre strade.
Potremmo parlare di persone salde nel loro dolore sino alla fine e degni di ogni lode che viene tributata ad illustri eroi. Se vi fosse un rifugio per le anime dei giusti dove asseriscono i sapienti, le loro anime non periranno mai. Questo sia il vostro degno, eterno riposo”.

“Possiate voi richiamare tutti noi, vostri cari da vani rimpianti, da lamenti non degni di persone al fine di condurci alle vostre virtù davanti alle quali dolori e lamenti diventano peccati. La vostra storia verrà scritta per la prosperità e per voi essa vivrà. Se potevate scriverci delle lettere saremmo invasi dalla gioia nel riceverle le leggeremmo con soavi e dolcissimi tormenti” – conclude Santovito.