
Convertire le aree verdi urbane e boschive sostituendo gradualmente le conifere con alberi di latifoglie autoctoni: un mantra negli anni ribadito in molteplici occasioni dall’attivista ecologista andriese Nicola Montepulciano che i cittadini più attenti ricorderanno ma che la politica, invece, ha compreso soltanto negli ultimi anni. Nei decenni passati era infatti uso comune a livello istituzionale quello di piantumare nel territorio numerosi alberi di pino e di specie affini – alloctone – trascurando l’identità botanica nonché le potenziali conseguenze sulla biodiversità. Seppur ufficialmente nobile, l’iniziativa (evidentemente, all’epoca dei fatti realizzata priva di consultazioni tecnico-scientifiche di alto spessore) ha causato nel tempo il contrasto delle nascite di piante invece autoctone (anzitutto le varie sottospecie di querce native, ma non solo) con l’impoverimento dei terreni e conseguenze sul clima e sulla salute pubblica (i lettori ricorderanno anche i numerosi casi di allergia da cipresso in città, sempre segnalati da Montepulciano in un precedente approfondimento). Una piantumazione indiscriminata – quella avvenuta nei decenni precedenti – che ha visto crescere in molti casi, alberi troppo vicini uno dall’altro, con radici troppo grosse per essere sopportate sia dai terreni che dall’asfalto limitrofo e con conseguenti e pericolose cadute delle grandi piante, quasi puntuali ad ogni caso di maltempo estremo. Sempre lo storico attivista andriese, attraverso precedenti interventi, aveva dimostrato, nei fatti, la possibilità di contribuire alla diffusione delle querce autoctone attraverso stratagemmi a bassissimo costo (non servono, quindi, cospicui fondi per salvare le querce). Ora, a distanza di anni, la ricerca scientifica continua a confermare la tesi di Montepulciano:
«Una ricerca (che riporto in sintesi) del Politecnico di Zurigo (ETH) con la partecipazione dell’Italia grazie all’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo del Consiglio Nazionale Ricerche di Perugia (CNR- ISAFOM) evidenzia che le latifoglie come querce e faggi siano più efficaci delle conifere (pini, cipressi, abeti etc) nella lotta contro i cambiamenti climatici. La ricerca ha interessato, tra l’altro, aspetti biogeochimici (assorbimento di carbonio) e biofisici (albedo, cioè la capacità di riflettere, respingere la radiazione solare, cioè il calore e la evapotraspirazione, che rilascia vapore acqueo nell’aria e la rinfresca), per comprendere i modi più validi per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico. Si è scoperto, così, che non tutti i boschi sono uguali quando si prende in considerazione il loro effetto positivo sul clima, perché i boschi di conifere, che hanno chioma più scura, assorbono quantità di energia solare, cioè calore, maggiore rispetto a pascoli e campi coltivati. Questo vuol dire che un pascolo, un prato, un campo coltivato sono meno caldi di una pineta. Un particolare della ricerca riguarda il confronto tra boschi di latifoglie e quelli di conifere ed il risultato è stato che le latifoglie come querce e faggi mantengono le temperature estive più basse, più fresche rispetto ai pini, cipressi, abeti etc. (che possono andar bene nei luoghi di origine. Una specie adatta alle Alpi non può andar bene in Puglia e viceversa). Questo per una serie di fattori:
– Le latifoglie hanno foglie larghe e questo permette di riflettere (respingere) meglio la luce solare, cioè calore
-Le latifoglie hanno, rispetto alle conifere, maggiore evapotraspirazione, cioè rilasciano più vapore acqueo, che favorisce migliore regolazione termica (raffrescamento). Una foglia di quercia contiene 100.000 stomi per cm2. Dagli stomi, invisibili ad occhio nudo, le foglie emettono ossigeno e vapore acqueo: quanti stomi può contenere un ago di pino e di conifere in genere? (ndr)
– Le chiome delle latifoglie fanno ombra molto più efficace delle conifere.
Ma, oltre all’evidenza che le latifoglie nei confronti delle conifere ci danno un sostanziale raffrescamento del clima e consentono buona mitigazione delle ondate di calore, vi è da aggiungere che i boschi di latifoglie presentano una notevole biodiversità, come possiamo osservare confrontando uno dei nostri piccoli residui boschi di roverelle con il rimboschimento a pini di Castel del Monte: qui non esiste neanche un filo d’erba nel sottobosco per lo meno d’estate, un deserto» – ha ricordato Montepulciano che ha così concluso:

«La ricerca ha evidenziato anche che la sostituzione di boschi di conifere con boschi di latifoglie può ridurre in modo significativo la temperatura media del mese di luglio fino a 0,6 gradi Celsius. Sembra poco, ma è tantissimo. La ricerca sostiene, ancora, che molte pinete impiantate nel Novecento oggi presentano pesanti limiti nei confronti delle nuove situazioni climatiche. Le conifere, in determinate condizioni, riducono il respingimento delle radiazioni solari e portano, di conseguenza, un aumento locale della temperatura. Ridurre di solo mezzo grado la temperatura di un’area boscata (ma anche di quella nostra sottospecie di villa piena zeppa di pini e cipressi, quasi una “conifereta”) porta a mitigare il caldo estivo, a difendere la flora e la fauna sensibili al forte caldo, mantenere più elevate riserve idriche per la maggiore umidità trattenuta dal suolo grazie all’apporto delle latifoglie con vantaggio per la produzione agricola, e ridurre il rischio di incendi boschivi. Ma non finisce qui perché dai vantaggi climatici che ci offrono i boschi di latifoglie per il nostro clima, si possono ottenere risparmi energetici dovuti a minore necessità di raffrescamento sia in città che in zone rurali e incidere positivamente sulla salute pubblica. La ricerca ci dice che bisogna convertire le pinete in latifoglie, ma questo deve avvenire con specie autoctone, che ci assicurano adattabilità e resistenza (oggi si usa dire “resilienza” orribile parola mutuata dalla tecnologia dei metalli) e per il nostro territorio vuol dire mettere a dimora roverelle (Quercus pubescens) nostra specie autoctona; i pini non appartengono alla flora pugliese, vanno eliminati. Con le roverelle avremo molti vantaggi: maggior diversità di specie, resistenza agli attacchi patogeni, adattabilità ai cambiamenti climatici, migliore regolazione delle risorse idriche, effetti positivi sul paesaggio e sull’economia locale. Da anni sostengo quanto comunicatoci dai ricercatori sopra menzionati. Da amici, conoscenti, parenti, studiosi, associazioni anche non ambientaliste ho ricevuto e ricevo riconoscimenti per le mie ricerche, ma mai da politici e tecnici. Concludo dicendo che in villa sono state piantate due querce di cui una sicuramente roverella, come ho potuto leggere dal cartellino. Bene, questi due alberi saranno oggetto delle mie attenzioni: mi sarà facilissimo dare loro acqua quando sarà necessario» – ha concluso l’attivista ecologista andriese, Nicola Montepulciano. La ricerca dell’Università di Zurigo è stata menzionata anche in un approfondimento pubblicato sul sito web ufficiale del Cnr italiano. Di seguito, riportiamo i link utili:
- Il link diretto allo studio scientifico pubblicato sulla piattaforma online della rivista Nature: https://www.nature.com/articles/s41467-025-64580-y
- L’approfondimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche: https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/13906/foreste-europee-e-clima-l-importanza-della-scelta-delle-specie-arboree
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