All’ospedale di Andria sempre meno reparti. Cittadini allarmati: “chiuderà?”

“Stanno smantellando l’ospedale di Andria togliendoci un reparto alla volta” – l’allarme, ancor prima che politico, è civile. Nelle ultime ore, alcuni esponenti politici locali hanno diffuso un filmato per fare il punto della situazione dell‘ospedale “Lorenzo Bonomo” di Andria, almeno negli anni passati considerato un fiore all’occhiello del territorio in ambito sanitario. Tanti traguardi, missioni compiute, tanti medici professionisti, sono passati da quell’ospedale, i quali reparti hanno servito anche i comuni limitrofi.

- Prosegue dopo la pubblicità -

E ora? Ora, come diffuso anche da alcune fonti giornalistiche locali, si parla persino di chiusura del reparto oculistica nell’ospedale di Andria. Il tutto mentre si discute del “nuovo ospedale di Andria“. Vi è dunque un paradosso: discutere di nuovi ospedali mentre a quello esistente i reparti vengono chiusi. 

- Prosegue dopo la pubblicità -

“All’ospedale di Andria sempre meno reparti, alla fine lo chiuderanno?” – si chiedono alcuni cittadini, che, allarmati dalle ultime notizie diffuse anche dai giornali, hanno provveduto a scrivere alla nostra redazione (a tal proposito, ricordiamo inoltre che scrivendo un messaggio al numero 353 3187906 è possibile effettuare segnalazioni e partecipare al gruppo Whatsapp per seguire tutte le news in tempo reale oppure iscrivendosi al gruppo Telegram cliccando qui o anche iscrivendosi al gruppo Facebook cliccando qui).

Accade così che, mentre i nostri politici continuano a discutere, gli ospedali continuano a chiudere reparti. E si tratta di un fenomeno ben radicato in tutta Italia. Dunque, la responsabilità politica locale c’è, ma il “disegno” sembra nazionale. E’ notizia dello scorso 25 gennaio, ad esempio, quella della Regione Campania che ha chiuso il reparto di terapia del dolore al “Cardarelli”. Un reparto importantissimo, chiuso manco fosse una pizzeria. Totnando in Puglia, lo scorso ottobre, una donna alla 34esima settimana di gravidanza si è presentata con le doglie all’ospedale di Casarano, ma è stata respinta – secondo fonti sanitarie – perché non ritenuta un caso urgente, così come previsto dal blocco dei ricoveri imposto dal piano di riordino sanitario: la partoriente, però, non ce l’ha fatta a trattenere il parto e la sua bimba è nata davanti all’uscita del nosocomio. Sempre in Salento, chiude Pediatria a Casarano, e i bambini rimangono senza risonanza magnetica. Questo senza menzionare i continui disagi riscontrati in merito alla riorganizzazione dei reparti in tutta la Puglia, nord barese compreso.

- Prosegue dopo la pubblicità -

Cosa rimane quindi, a parte le solite polemiche politiche? Cosa resta ai cittadini oltre alla lamentela? Le cause, evidentemente, sono anzitutto riconducibili in ambito regionale ma poi anche in ambito nazionale. Lo  Stato non dovrebbe consentire che simili situazioni avvengano alla luce del sole, come se a chiudere fossero attività opzionali e non luoghi adibiti a curare i cittadini, nell’interesse pubblico. Una situazione preoccupante che, al di la dei partiti che si accusano a vicenda per ottenere consensi prima e dopo le votazioni, lascia il dubbio di un preoccupante disegno nazionale di svuotamento del pubblico a favore del privato

Mentre con la scusa del fenomeno della corruzione certi “politici di professione” discutono dell’eliminazione del denaro contante così da fare un grande regalo alle banche internazionali, non pochi cittadini preferiscono sempre più spendere anche più soldi andando dal privato di turno. Perché tra liste di attesa e chiusura dei reparti, i cittadini si sentono abbandonati e preferiscono fare di testa propria. Sarebbe un piano perfetto per i privati, intenzionati a guadagnarci sopra, così come accaduto per l’acqua, gestita perlopiù da enti privati o società per azioni. 

Solo nel 2012, la Puglia era al 16° posto tra le regioni con più richieste di servizi sanitari privati, mentre oggi i cittadini si rivolgono ancor di più ai medici privati, portando la Puglia all’11° posto nazionale e favorendo quasi inconsapevolmente gli interessi di singoli privati a quelli della sanità pubblica, ingiustamente colpita da disservizi, malapolitica, scandali e chi ne ha più ne metta.

Se alcuni anni fa i pugliesi spendevano annualmente una media di poco più di 300 euro, in quest’ultimo periodo la spesa media di un cittadino pugliese per la sanità privata sarebbe salita persino a 505 euro all’anno. “Merito” evidentemente di una sanità pubblica allo sbando, da troppi anni malgestita e poco promettente con servizi non sempre ottimi negli ospedali che spesso vedono una riduzione di reparti se non addirittura di strutture che di certo non aiutano i cittadini a sperare in un servizio ottimale.

Una situazione alquanto preoccupante che in un futuro non molto lontano potrebbe sfociare anche in un sopravento della medicina privata su quella pubblica, favorendo studi di società private, case farmaceutiche private (anche se in realtà queste sono già ben radicate in tutta Europa e nel resto del mondo) eliminando di fatto il diritto ad una sanità pubblica priva di interessi economici e basata esclusivamente sulle capacità economiche dei singoli individui. In parole povere, potrà curarsi solo chi ha soldi. Una situazione che farebbe a tratti anche venire il sospetto di un piano di privatizzazione di massa ispirato a logiche capitalistiche piuttosto che a battaglie per la salute pubblica.

Ma prima di essere definiti degli inutili “gomblottari” vorremmo semplicemente limitarci a menzionare i preoccupanti dati emersi in un nuovo rapporto pubblicato da Sda Bocconi, che dovrebbe far riflettere l’intera nazione, Puglia compresa. E’ inutile nascondere il fatto che in non pochi casi i nostri concittadini parlano di disservizi nella sanità pubblica piuttosto che di migliorie nella sanità privata, legate soprattutto alle tempistiche: dalle liste di attesa eccessivamente lunghe alla visita medica in intramoenia, la questione sarebbe abbastanza preoccupante da richiamare l’attenzione della politica, che invece nella maggior parte dei casi si preoccupa di fare polemiche sterili senza proposte o, nel caso governi, di sottolineare le poche qualità ancora presenti in ambito pubblico. I dati invece parlano chiaro: i cittadini si sentono soli e preferiscono curarsi per conto proprio. Una sconfitta per lo Stato e per l’intera comunità. Al primo posto resterebbero comunque Valle D’Aosta e Lombardia, con una media di spesa al privato che oscillerebbe tra gli 859 e i 700 euro annui, segnale di un problema che riguarda l’intera nazione.

In ultimo, anche se teoricamente evidente, ricordiamo che le ASL fanno parte del servizio sanitario nazionale; sono aziende con personalità giuridica pubblica, dotate di autonomia organizzativa, gestionale, tecnica, amministrativa, patrimoniale e contabile nonché centri di imputazione di autonomia imprenditoriale; infatti secondo l’art. 3 del d.lgs 30 dicembre 1992, n. 502: « in funzione del perseguimento dei loro fini istituzionali, le Unità Sanitarie Locali si costituiscono in Aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale ».

Secondo il tenore letterale della norma esse avrebbero natura di enti pubblici economici; tuttavia dall’inizio del 1993 secondo la prevalente giurisprudenza l’A.S.L. è un organo di competenza delle regioni, che possiede una propria soggettività giuridica con un’autonomia che ha in seguito assunto anche carattere imprenditoriale. Il personale in servizio presso i dipartimenti di prevenzione delle ASL, come medici dirigenti, medici veterinari dirigenti e tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di vita e di lavoro che esplica funzioni di ispezione e vigilanza, svolge attività di polizia amministrativa e, se delegati dalle autorità competenti, di polizia giudiziaria.

La verità è che sino a quanto al governo nazionale avremo dei politici impegnati a non sforare il famoso “3%” chiesto dall’Unione Europea, i tagli e le politiche di austerità proseguiranno. Ci stanno prendendo in giro, con la scusa del debito pubblico, tagliano e ci chiedono sacrifici. I soldi non crescono sugli alberi. Non può esserci una crisi di produzione di soldi. Non parliamo di pomodori. Parliamo di moneta. L’Italia farebbe bene ad uscire da questa trappola e tornare ad una moneta nazionale con una banca nazionale in grado di ridistribuire le ricchezze a livello nazionale, finanziando ospedali, acqua pubblica e le tanto famose ferrovie. L’uscita dall’euro, dai trattati “usurai” sono le soluzioni definitive ad una politica fatta di polemiche sterili. Purtroppo un programma che a quanto pare non è presente tra i punti di chi si appresa a governare.