Andria, il ricordo una famiglia guarita: “oltre che dal virus, fummo colpiti dalla cattiveria e dall’ignoranza…oggi doniamo il plasma”

“Era il 4 aprile quando il nostro incubo ebbe inizio,abbiamo conosciuto il Covid come il piu’ spietato dei nemici,ci ha messi k.o. tutti….il piu’ grave lui mio marito…mentre lui era in ospedale e lottava per vivere, le nostre foto giravano sui social come degli untori che andavano in giro ad infettare, cosa mai fatta, siamo stati trattati come degli appestati, per mesi anche dopo aver superato la malattia….” – comincia così il post di una cittadina andriese a distanza di mesi dalla positività al virus Sars-CoV-2 che colpì violentemente la sua famiglia con lunghi giorni di cura per il marito. Ma alla malattia causata dal nuovo coronavirus non fu l’unico disagio riscontrato in quel periodo. Come sottolineato dalla nostra concittadina, infatti, al danno della malattia si aggiunse la beffa di una comunità rivelatasi in parte poco o per nulla solidale e piuttosto presuntuosa nei loro riguardi:

 

“Abbiamo sofferto la sofferenza della malattia che ci ha causato,la sofferenza psicologica della solitudine, combattendo oltre un mostro anche la cattiveria ed ignoranza….Oggi i ruoli si sono invertiti, Andria e’ piena di untori, quelli veri,quelli che stanno male e tacciono,quelli che hanno positivi tra i contatti e non si dichiarano,quelli positivi che pensano di essere furbi ed escono a fare la spesa….e si oggi siamo pieni di questa gente che sta mettendo in ginocchio la citta’ facendo diffondere il virus senza un briciolo di umanita’, per i piu’ deboli,gli anziani, gli ammalati,per i medici, infermieri,oss che vivono in prima linea questo incubo per salvare vite umane…..oggi mio marito per la seconda volta ha donato il plasma….questo e’ il nostro riscatto….oggi quell appestato puo salvare una vita nonostante tutto…..” – ha concluso la nostra concittadina. Abbiamo voluto condividere queste sue parole per lanciare un messaggio: essere malati non vuol dire essere “colpevoli” ma semplicemente vittime di una sofferenza dalla quale è possibile uscirne soltanto con un aiuto reciproco dell’intera comunità.

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