“Caro don Agresti, gli infami non dobbiamo temerli”

A seguito della notizia delle minacce subite da don Riccardo Agresti, parroco di periferia della città di Andria, il signor Vincenzo Santovito ha voluto inviare alla nostra redazione un messaggio:

“Percorro vie, t’incontro. Tu mi conosci, anch’io conosco te. Tu percorri vie diverse dalle mie. Io sono sempre in cerca di anime da salvare, tu no. Ho voglia di fuggire oltre le terre dei peccatori. Ogni volta che sento voci che parlano ignorando tutto il baccanale. Innanzi tutto nonostante abbiano la casa piena di icone beate che infatti tra loro il colmo della perfezione consiste nel possedere un ritratto di lucifero o di satana”.

“Vi sono, per fortuna, vicoli che non abbondino di questi miserandi osceni. Tu che mi minacci, come osi prendertela con le nefandezze degli altri? Tu che sei la più nota cloaca tra i delinquenti della tua specie? Ispida è la tua presenza volgare, con tutta quella selva di peli sporchi sulle braccia e gambe, da dimostrare un cuore cruento e indomabile ma poi dallo spelato fondo schiena il tuo medico ridicchia e ti taglia natte grosse come fichi d’india, non accorgerti che chi sta veramente male sei proprio tu, figlio d’imbecillità. Sono rare le parole di chi ha la mania del silenzio, è molto più sincero di un pervertito ignoto che non vuol farsi riconoscere e non è colpa sua se la malattia che gli traspare nel cervello e dalla faccia il modo in cui cammina. Non è colpa sua ma dell’imbecillità che lo pervade nel midollo osseo. Di gente come lui fa pena e della sua stessa follia difficilmente da perdonare. Gentilissimo don Riccardo. Tali energumeni che offendono la dignità di gente come voi sono peggiori di coloro che si gettano contro tali vizi, con gesti e parole erculee che dopo le belle parole sulle virtù fanno ballare le natiche agli stolti come loro”.

Gli infami non dobbiamo temerli quando scondinzolano la loro coda. Un uomo diritto non minaccia, non deride uno storpio o un bianco e non schernisce un uomo di colore che non ti comprende. E non è giusto, dunque, che anche i peggiori viziosi disprezzino questi finti nobili e rimproverati da loro li ripaghi con la stessa moneta. Con occhi torbi costoro non fanno altro che esclamare: o legge, dove sei, dormi? Come questa gentaglia può reclamare una legge se hanno fame come donne di liberi costumi? Mai tra di loro si troveranno esempi così deplorevoli. Le loro ombre si infondono nell’oscura nebbia dei loro peccati cercando ripari nei loro vili, nei campi solitari che non troveranno mai più smarrendosi nel loro ego, cercando lentamente il ritorno sui loro passi erranti. Stimatissimo don Riccardo, siamo circondati da gentaglia che ignora l’arte di amare.
Tuo stimatissimo, umile servo Vincenzo Santovito”.