Diritto e crisi della Giustizia. A Raffaello Franchini (Napoli 1920-1990), di Giuseppe Brescia

La grave crisi attuale della Giustizia ha fatto evocare recentemente a Tullio Bertolino, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Trani, l’esclamazione dell’ Enrico VI di Shakespeare: “Uccidiamo tutti gli avvocati !” ( “Let’s kill all the lawyers !” ). In effetti, e posto anche che la crisi della Giustizia non sia principiata da alcuni decenni, almeno dal caso Tortora in poi, ossia con la progressiva “occupazione” della Giustizia come una delle “casamatte della società civile” e dei successivi contraccolpi ( ma non vanno dimenticati il caso Piccioni degli anni Cinquanta del secolo scorso, il caso Verdiglione, il caso Muccioli e altri ), di questi tempi abbiamo via via assistito alla eliminazione dei termini di scadenza della prescrizione, il che comporta un allungamento dei processi di secondo grado quasi sine die; senza che si sia provveduto a rendere breve e certa la durata dei processi. Quindi ci troviamo Procuratori della Repubblica ( Taranto ) agli arresti domiciliari; e già Procuratori della Repubblica ( Trani ), nelle medesime condizioni per favoraggiamento in pressioni su giovani magistrati; Procure competenti di Perugia, che indagano su colleghi di Roma, e di Potenza su altre Procure; uso e abuso di intercettazioni di parte e controparte; Consiglio Superiore della Magistratura in crisi, per la decomposizione delle correnti e della propria autorevolezza; una marea di contenziosi tra indagati per ipotesi di reato e magistrati coinvolti in altre occasioni di reati, e così via dicendo e rassegnando.

Ora, la crisi della Giustizia nell’ambito dello Stato di diritto ben può corrispondere – a mio modesto avviso – al peccato della pedofilia nell’ ambito della Chiesa cattolica; quel “meglio sarebbe per voi non essere mai nati” di evangelica memoria, come cioè la violazione più intima e profonda del carattere più “sacro” e “proprio” della rispettiva autorità o nobile missione, in ambito laico o in ambito ecclesiale. Se cade la Giustizia, cade lo Stato, e con esso la famiglia, la società civile ed economica, il funzionamento delle istituzioni, il senso di appartenenza al “Diritto universale” e al “De Constantia jurisprudentis” dei nostri maggiori.
Quanto è bello questo richiamo altissimo, degli avvocati e giurisperiti del periodo unitario, quale Enrico Cenni ( Vallo della Lucania 1825 – Napoli 1903 ), cui Croce dedicò la Storia del Regno di Napoli; e Roberto Savarese ( Napoli 1805-1875 ), ai cui Scritti Forensi ( Marghieri, Napoli 1876 ) lo stesso Enrico Cenni premise un elegante ‘libro nel libro’, con il Profilo di CIII pagine, Della mente e dell’animo di Roberto Savarese. Studio di Enrico Cenni, Avvocato napoletano.

Piace, a contrasto con la lacerata ‘attualità’, riscoprire il messaggio che si colloca al polo opposto di persino celestiale ‘idealità’, il forum poli di cui parlava Kant, come lascito che privilegio per un’ opera anche di “Bibliografia vichiana”, ignota nel 1947-48 a Croce e Nicolini ! Coniugando la lezione vichiana e la funzione civile forense, a proposito della Legge 14 del Codice De Advocatis, il Cenni infatti sancisce: “Gli avvocati, essa dice, che dirimono le ambigue sorti delle liti, mercé la potenza della loro difesa, tanto ne’ negozi pubblici che ne’ privati, rialzano le sorti cadute, restaurano le travagliate, soccorrono all’uman genere non meno che se dalle battaglie e dalle ferite salvassero la patria e i genitori. (..) Ne’ tempi più nefasti e calamitosi della nostra storia, quando la tirannia infuriava alla impazzata, la libertà trovò sempre un asilo nel foro. Non vi ha esempio in qualsivoglia rivolgimento politico, che le difese dell’oppresso contro l’oppressore non fossero prese e strenuamente sostenute. Forse per questo più di un governo ha avuto in uggia l’ordine degli avvocati, reputandolo soverchiamente proclive alla opposizione, ed a torto. Chi esercita quel nobile ministero dee parteggiare per la libertà e per l’ordine, ma promuovere sopra ogni altra cosa la osservanza del diritto. L’avvocato nelle disputazioni forensi lascia l’arena politica, non ha colore, accoglie tutti, guelfi e ghibellini, e difende il diritto e la giustizia dove li trova.E se la sua libera voce talune volte dà noia a’ governanti, non è sua colpa. I governi, ancorché ottimi, hanno qualche volta le unghie lunghe, e i sacerdoti della giustizia non comportano che sia torto un capello ad alcuno quando non lo comandi la legge” ( op. cit., pp. LXXII-LXXV ).

Retaggio nobile da leggersi e rileggersi oggi nelle scuole, negli istituti, sui giornali e nei consigli, nei congressi e dentro le adunanze degli ordini forensi e delle magistrature, in parlamento e per le riforme civili, come sintesi del “diritto al diritto” e della “religione della libertà”, anche se il Croce non accettava in toto la tesi di Enrico Cenni, per cui la religione della libertà sarebbe stata promossa e originata dal ceto forense, meridionale in specie, e grazie alle sue conquiste ( cfr. i miei “1994”. Critica della ragione sofistica Laterza, Bari 1997; Enrico Cenni e Croce. Il diritto al diritto, in Generazioni del tempo, Matarrese, Andria, 2018, pp. 92-101, rivisitato negli ‘Atti’ del Convegno sul Riformismo, a cura della Società di Storia Patria per la Puglia e con l’approvazione della Giunta Centrale per gli Studi Storici, Bari 2020, voll. I-II; Legalità e diritto al diritto, in “pannunzio magazine”, Torino, 23 maggio 2020 ). Vero è che gli avvocati napoletani seguivano anche interessi economici e difendevano al tempo stesso i baroni contro il re o il re contro le pretese dei baroni, fregiati per questo della dicitura poco elogiativa da “paglietta” o “Azzeccagarbugli”; e che quindi – come notava il Croce – non potevano accreditarsi a pieno ed esclusivo titolo di una funzione patriottica e civile. Ma qui e ora, di fronte alla gravità della ragione sofistica e dell’incancrenirsi del malaffare, di fronte alla lunga eco del grido shakespeariano “Let’s kill all the lawyers !”, ricordato all’inizio, sembra opportuno e doveroso appellarsi alla missione di “sacerdozio civile”, rivendicata dalla scuola di nobili giuristi napoletani e italiani dell’Ottocento ( Cenni, Savarese, Winspeare, Pisanelli ), e magari del secolo dei lumi ( quali l’antenato Benedetto Croce seniore, Onorato Croce, Nicola Nicolini, Giuseppe De Thomasis e altri ).

“La libertà trovò sempre un asilo nel foro”, ricordano i nostri maggiori. “La libertà non si conquista che col ferro e non si mantiene che col coraggio”, aveva ammonito il martire Mario Pagano, autore del Progetto di Costituzione della Repubblica Partenopea del 1799 ( Brienza 8 dicembre 1748 – finito sul patibolo, Napoli 29 ottobre 1799 ). Si badi ancora che già centocinquant’anni addietro, il Cenni aveva sperimentato le “unghie dei governi”, ossia le riforme legislative tese a contenere i ruoli e le prerogative del ceto forense, l’ “uggia” per l’ordine degli avvocati, forse perché ritenuto – ma “a torto” -“Proclive alla opposizione”. Esperienza del duro conflitto di “Ethos” e “Kratos”, di straordinaria modernità e persino tagliente attualità, nella insegna della missione civile del diritto. Mi permetto sommessamente di associare la memoria di siffatto còmpito alla sensazione di grave “sconcerto” e “deplorazione”, attestata in queste ore dal Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella, nell’indicare la strada di un profondo rinnovamento etico e giuridico agli organi amministrativi della giustizia italiana, come un ritorno ai princìpi da cui non poter derogare.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia