“Ha passait marz i nund m’ha fatt…” – il vecchio detto andriese che “prevedeva” il meteo nel periodo della transumanza

Un tempo “pazzerello” a quanto pare, non solo a marzo. E i vecchi pastori dell’Alta Murgia (andriesi compresi) ne erano già consapevoli, così come documentato da alcuni detti popolari ancora oggi ben noti a chi, come il nostro concittadino conservazionista Nicola Montepulciano ci ha ricordato. A tal proposito, vogliamo convididere con voi una sua interessante analisi pubblicata sul web già alcuni anni fa ma sempre attuale:

“Un detto sulla transumanza. Vi sono detti, proverbi popolari che in poche righe racchiudono tanta storia reale, tante vicende umane, vita vissuta fra tanti sacrifici e sofferenze. Uno di questi, che si dice in Andria, riguarda la pastorizia legata alla transumanza, ed è così recitato: “Ha passait marz i nund m’ha fatt. Marzo risponde: Aprile mio cortese, dammi 5 giorni del tuo mese, quando do gusto all’abruzzese “. Questo detto è comune a molte città della Puglia con diverse varianti. A Minervino Murge per es. mi è capitato di sentirlo in questa versione: “ Aprile mio cortese, prestami 5 giorni del tuo mese, per far morire le pecore all’abruzzese. Aprile risponde: Marz galand, pigghitill tutt quand “. Soffermandoci su come lo si dice in Andria vengono fuori alcune considerazioni. Il primo periodo del detto è citato in dialetto andriese, tutto il resto in italiano: fatto inusuale per i nostri proverbi. ( Anche quello che si dice a Minervino contiene una parte in dialetto e si trova nell’ultimo periodo ). Nella parte in italiano vi sono tre parole che fanno rima:

cortese, mese, abruzzese, ma nel nostro dialetto non fanno rima. Infatti “ mese “ si pronunzia “ mais “, e “ abruzzese “ viene pronunziato “ abruzzeis “, rarissimamente “ abrzzais “, che così fa rima con “ mais “ ma è molto cacofonico, rozzo. La parola “ cortese “ non è usata nel nostro dialetto, non esiste. Per tutte queste considerazioni il detto non può essere citato interamente in dialetto andriese. E’ chiaro, allora, che si tratta di un detto di “ importazione “. Quando nacque, chi lo scrisse e il vero luogo di origine è difficile saperlo. Nei secoli scorsi gli scambi commerciali in occasioni di fiere per ricorrenze, feste patronali, commemorazioni, etc, costringevano i commercianti a sostare per molti giorni in diverse città. C’era, perciò, tutto il tempo per assimilare termini, detti, proverbi di quei luoghi e si finiva per importarli nella propria città, dove si apportavano varianti o adattamenti più o meno congrui. Ultima considerazione linguistica riguarda la frase “ quando do gusto all’abruzzese “, per dire “ quando gliela faccio vedere io “ nel senso di rivalsa, vendetta. Il “ do gusto “ per significare azione vendicativa in italiano non è molto usato. Si usa invece “avere, provare gusto matto “soprattutto per le disgrazie altrui. Il detto rivela tutta l’ansia del pastore che spera nella fine di marzo senza subire perdite di pecore. Perché sa che spesso così non è. Con il mese di aprile ci si aspetta un miglioramento del clima rispetto al mese di marzo, che, come si sa, è contrassegnato da un andamento climatico alquanto bizzarro:

vi possono essere giornate di forte vento, ( per forte vento è da intendersi “forte velocità del vento” e, come per la siccità, è dovuta alla mancanza di ampie distese boschive, perché queste frenano la velocità dei venti), pioggia, poi giornate di sole tiepido, che farebbero preannunciare l’arrivo della primavera, seguite da giornate di freddo e neve. A volte questi fenomeni si possono verificare nel breve volgere di una giornata. Spesso questa bizzarria climatica prosegue nei primi giorni di aprile e si spiega col fatto che, trovandosi la fine di marzo e l’inizio di aprile nel periodo di transizione dall’inverno alla primavera, assumono ed esprimono la caratteristiche delle due stagioni. Nei giorni iniziali di aprile si possono, dunque, avere giornate di forte vento, freddo, pioggia, etc. La Puglia, oltre che essere definita “siccitosa“ ( “siticulosa Apulia “ dice il poeta latino Orazio ), è anche definita “ ventosa “, come possiamo verificare quasi quotidianamente e, almeno nel nostro territorio, il vento è più forte di notte. ( Per questo la Puglia è disseminata di torri eoliche che sfruttando la forza del vento per far girare le eliche, mettono in moto le turbine e producono energia elettrica). Nel mese di marzo il vento, di solito, è più forte che negli altri mesi. (I due mesi più ventosi in Puglia sono marzo e novembre, il primo più del secondo). Per tutte queste caratteristiche il mese di marzo e l’inizio di aprile erano temuti dai pastori transumanti. E nell’ immaginario dialogo il pastore abruzzese esprime tutta la sua contentezza per aver superato il mese di marzo senza che il suo gregge abbia subito perdite, cioè, moria e altro. Il dialogo immaginario prosegue con l’intervento di marzo, che altri non è se non il contadino che augura al transumante abruzzese di subire gravi danni nei primi giorni di aprile” – ricordava Montepulciano che aggiunse:

“Perché c’era tanta rivalità tra il pastore e il contadino? Qui subentra la storia, quella vera. Sul finire del 1400 il Vicerè di Napoli emanò alcune leggi che favorivano la transumanza ma danneggiavano moltissimo l’agricoltura. Infatti, impose la transumanza, per raggiungere i pascoli, dall’Abruzzo verso la Puglia appartenente al Regno di Napoli e non verso il Lazio, più vicino, dove vi erano ottimi e abbondanti pascoli, ricchezza d’acqua, buona viabilità e, soprattutto, si era protetti contro il brigantaggio. Il Lazio, però, apparteneva allo Stato pontificio. Impose, pure, che i terreni migliori fossero riservati al pascolo transumante. Ai contadini, agli agricoltori era, perciò, riservata una limitata estensione di terreno da coltivare e non buono, fatto che rendeva loro la vita stentata, misera. “… venivano, persino, nominati dei vigilanti il cui compito era quello di impedire la piantumazione di qualsiasi specie di alberi nelle aree ufficiali del pascolo ( locazioni ), giacché si pensava che le loro radici seccassero il terreno e danneggiassero la crescita dell’erba. I funzionari della Regia Dogana delle Pecore avevano la responsabilità di abbattere gli alberi… Tutta la politica regia era tesa a privilegiare la pastorizia perché la Corte era interessata a incrementare al massimo le entrate. I transumanti dovevano pagare ingenti tasse per il pascolo delle pecore “. ( “ Le lunghe vie erbose “, pag. 26-27, Italo Palasciano, Capone editore, Galatina, LE , 1984 ). Ma ancora: “ … la Regia Dogana delle Pecore per secoli ha soffocato la vita di uomini e vegetali “ ( Il Paesaggio del Gargano, pag. 121, N. Angelicchio – N. Biscotti – F. Fiorentino, Schena Editore, 72015 Fasano, BR, 1993 ). Da quanto detto si comprende la malvista presenza dei pastori transumanti che non permettevano ai contadini di coltivare le proprie terre , migliorare le condizioni di vita e sperimentare sempre nuove tecniche agricole, visto che le leggi autorizzavano i funzionari ed i pastori ad abbattere gli alberi. Queste leggi non basate su dati scientifici, ma su semplici supposizioni, oltre ad immiserire la vita dei contadini, provocarono enormi danni ecologici, cioè, disastri ambientali, perché, per ricavare pascoli, si distrussero migliaia e migliaia di ettari di boschi con il conseguente aumento della siccità e dela ventosità. Conseguenze che paghiamo ancora oggi. Quei boschi non si sono mai più ricostituiti. ( I boschi attirano le piogge, perciò più boschi ci sono più acqua avremo. E regolano il flusso delle acque piovane). Si crearono, inoltre, mentalità sbagliate perduranti, purtroppo, ancora oggi. Infatti, molti pastori ( e anche molti contadini ) sono convinti che gli alberi impediscano la crescita delle erbe. Quando, sul finire degli anni ‘ 80, vagavo per le campagne e la Murgia, proprio i pastori e i contadini riferivano che gli alberi impedivano la crescita delle erbe e delle piccole piante in genere e mal sopportavano la presenza delle querce. Preferivano piantare pini, cipressi e simili, alberi questi che effettivamente impediscono lo sviluppo delle erbe, al contrario delle querce, che, come la roverella, non solo favoriscono la crescita delle erbe, ma hanno foglie e frutti molto appetiti da capre, vacche, maiali, cinghiali, pecore e da altri animali. Mangime gratuito dato dalla natura” – concludeva il nostro concittadino ecologista conservazionista. A distanza di anni, vogliamo ringraziare Nicola Montepulciano per averci ricordato di questo emozionante viaggio nel mondo della pastorizia, un documento di grande valore storico che provvederemo a rilanciare nuovamente in future occasioni.

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