I volontari andriesi che continuano a ripulire le spiagge della BAT

“Perché raccogliete rifiuti da terra, se sapete che domani li troverete di nuovo qui?”. E’ forse la domanda più quotata nel corso dei nostri cleanup, i volontari come me lo sanno bene. La risposta è sempre la stessa: quello che facciamo è nel nostro interesse, ma anche nell’interesse di chi ci fa queste domande e di chi, poco dopo, abbandonerà l’ennesimo rifiuto esattamente dove noi avevamo pulito” – comincia così il post di una volontaria ambientalista rilanciato dall’associazione andriese 3Place. Un post che mira a sensibilizzare l’animo ecologista anche al di fuori della nostra città:

“E allora perché continuiamo a esporci alla curiosità di sconosciuti (e qualche volta persino alla derisione) mentre compiamo un gesto apparentemente bizzarro? Lo abbiamo fatto anche ieri, quando abbiamo intrapreso un’azione collettiva post-lockdown e, seppur mantenendo mascherine e distanziamento, abbiamo ripulito un tratto di spiaggia a Bisceglie. E come lo facciamo noi, lo fanno tantissime altre persone nel mondo. Se però rimuovere quanti più rifiuti possibili dal suolo è l’obiettivo principale, c’è anche qualcos’altro che ci spinge a farlo. Sappiamo perfettamente che, purtroppo, i nostri cleanup non sono la soluzione definitiva ai danni che l’essere umano può creare e che quel pezzo di spiaggia, di strada o di bosco che abbiamo ripulito non rimarrà così, perché probabilmente qualcuno tornerà a sporcarlo. Chi fa i cleanup conosce fin troppo bene i limiti della sua azione. Anche ieri, mentre rimuovevo i rifiuti incastrati tra i ciottoli della spiaggia, mi sono sentita impotente di fronte all’impossibilità di rimuovere un numero di rifiuti che spesso risulta difficile da eliminare non solo per la quantità, ma anche per le dimensioni. Quando si abbandona un bicchiere di plastica in spiaggia, o un pezzo di polistirolo o del vetro, non si pensa forse a come gli agenti atmosferici lo trasformeranno. Quindi quello che succede è che mentre si cerca di rimuovere un rifiuto rimasto magari incastrato sotto le pietre, quest’ultimo è ormai diventato fragile e si frantuma, rendendo impossibile recuperare tutti i piccoli pezzi che resteranno lì, alla mercé del vento e del mare che alla prima mareggiata li ingoierà. E cosa faranno tutti quei piccoli pezzi di plastica, di vetro, di polistirolo una volta in mare, lo sapete? Finiranno nella pancia dei pesci e delle creature marine, uccidendoli o danneggiando gli ecosistemi”. Dunque, l’appello:

“E se non siamo abbastanza sensibili da preoccuparci per ciò che accade “in fondo al mar”, lontano dalla nostra terraferma, pensiamo al fatto che il pescato che finisce sulle nostre tavole attinge proprio da quegli ecosistemi marini. Che la bontà del turismo che mantiene in salute l’economia delle aree costiere dipende dalla qualità delle acque marine e delle spiagge. Che persino la salute dei bagnanti dipende dalla salute del mare. Eppure, la consapevolezza dei nostri limiti non ci arresterà. Ci vedrete ancora chini a raccogliere mozziconi di sigaretta, fazzoletti usati, bottiglie di vetro dal contenuto maleodorante e bicchieri di plastica in cattivo stato. Follia? No, è speranza. La speranza che nasce, per esempio, quando arrivi in spiaggia e non hai ancora tirato fuori buste e guanti per il cleanup, che già qualche bagnante ti si avvicina con in mano corde (portate dal mare, residuo di qualche rete?) e pezzi di plastica, chiedendoci “Ragazzi, dove posso buttarli? Io quando posso do volentieri una mano”. O quando stai ripulendo la spiaggia e alcuni turisti ti porgono rifiuti, ti chiedono informazioni sull’associazione, il che fa sempre piacere anche se alla fine decideranno di aderire a iniziative più vicine al proprio paese, perché quello che conta è agire”. Il post rilanciato da 3Place si conclude così:

“E soprattutto, la speranza che nasce quando durante il cleanup tre bambini che sono lì con i loro genitori decidono spontaneamente di mettersi anche loro alla ricerca di rifiuti, porgendoti pezzi di plastica, tappi di bottiglia e persino delle foglie secche, che accetti comunque perché nel loro piccolo il messaggio che hanno afferrato è: “questi oggetti non hanno niente a che fare con il mare, quindi non devono stare qui”. Speranza che nasce quando alla fine di tanto lavoro ci si sente felici per aver ammucchiato delle buste di spazzatura, che di sicuro non sono la fonte di gioia più consueta ma sono piene di inquinamento risparmiato al mare. Quindi sì, forse in quanto ambientalisti sembriamo tanti Peter Pan che, vestiti di verde, sognano l’Isola che non c’è. Il paragone mi sorge spontaneo, anche considerando quante volte mi è stato detto di lasciar perdere perché tanto “non interessa a nessuno”. Ma la risposta positiva alla sensibilizzazione è in crescita, ce ne accorgiamo quando facciamo queste azioni. Quindi sì, l’Isola che non c’è in realtà c’è e più ne saremo a cercarla, più in fretta salterà fuori” – conclude. Il post:

☘️Gli ambientalisti e il sogno di Peter Pan☘️.👉“Perché raccogliete rifiuti da terra, se sapete che domani li troverete…

Pubblicato da 3Place su Martedì 11 agosto 2020

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