Il cielo stellato e la legge morale, oggi – di Giuseppe Brescia

A cinquant’anni dalla missione Apollo 11 e dallo sbarco degli astronauti statunitensi sulla Luna, si propongono alcune riflessioni. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori dal mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza”. Così insegnava Kant sul finire del diciottesimo secolo, a conclusione della Critica della ragion pratica ( 1787) . Da lui prendeva spunto il teoreta Raffaello Franchini, per commentare Il cielo stellato e la legge morale dopo il 21 luglio 1969 ( in Il sofisma e la Libertà, Napoli 1971, pp. 103 sgg. ). La evidenza di queste prospettive – diceva il Franchini – non è di tipo cartesiano o matematico; ma di “ciò che realmente esiste nello spazio e nel tempo e insieme oltre lo spazio e il tempo: il cielo stellato e la legge morale sono il punto di intersezione qualitativa del finito e dell’infinito”. Sì che: “Per quanto Kant abbia cercato di avvicinare i termini della sua celebre diade, soltanto oggi si può dire che il cielo stellato comincia a non sussistere tanto sopra quanto dentro di noi, come consapevole strumento di potere sulla natura, ma soprattutto come oggetto di uno sforzo morale che si appaga di se stesso. (..) E’ una sorta di ‘educazione all’infinito’, di cui si aveva in un certo senso bisogno, in un mondo prigioniero della frenesia dell’utile”.

Ciò è oggi tanto più veritiero, a duecent’anni dal sovrumano idillio L’infinito di Giacomo Leopardi, ove la distanza dal colle Tabor, il limite della siepe e lo stormire del vento segnano i ‘tempi’ musicali della intersezione tra il finito e l’infinito.

Il ‘pericolo’ della tecnica, condotta alle estreme conseguenze, sull’orlo come di un ‘abisso’, era stato anticipato nel 1946 da Martin Heidegger nei Sentieri interrotti ( Holzwege, ed. a cura di Pietro Chiodi, Firenze 1969, pp. 348 sgg. ), a proposito dell’uomo che stava per slanciarsi nello spazio e alla conquista della natura: ‘pericolo’, diceva Heidegger, il cui rimedio sta anzitutto nel sapere che il pericolo ‘c’è’. Ora, il senso del celeste è anche ‘risorsa’ positiva, come indica Italo Calvino nelle Città invisibili e nei saggi, in cui cita il personaggio di Guerra e pace di Leone Tolstoj, Pierre Bezuchov, il quale, fatto prigioniero dalle truppe napoleoniche in Russia, si conforta accertando: “Questo cielo è mio ! ( v. il mio Italo Calvino e Andria. Variazioni del senso del celeste, Matarrese, Andria 2016 ). Classico esempio, cui si accosta il caso di Arthur Koestler, l’ autore di Buio a Mezzogiorno, con il suo appello ai “Drinkers of Infinity”, agli uomini ‘assetati di infinito’, nei periodi di crisi.

Si tratta di vedere se e come i limiti della “volontà di potenza”, con la tecnica e la conquista dello spazio, si collochino, ora, ancora più avanti, in un momento in cui la Cina è approdata sull’ “altro lato della Luna”, a scopo di insediamento di tipo coloniale o neo-coloniale. Che è problema non da poco per la “religione della libertà”, posta di fronte alla drammatica alternativa collettivismo-capitalismo, cyberdittatura o distinzione dei poteri. E si tratta anche di vedere se l’infinito ‘dentro di noi’, di cui parlava il poeta Baudelaire, o il “noi” delle luci spirituali nel film Interstellar di Cristopher Nolan, cambino aspetto – cinquant’anni dopo quella storica data –, in un mondo che dichiara la pretesa di conoscere l’attimo della creazione, il Big-bang, la Genesi dell’universo, in base alla scoperta delle onde gravitazionali, alla individuazione dei buchi neri e di altri infiniti mondi, in un processo filosofico e scientifico che va da Giordano Bruno a Stephen Hawking a Kip Thorne, recente Nobel per la Fisica e ispiratore di Nolan. Nella alternativa tra i ‘pericoli’ della Tecnica ( la ‘Ge-stellung’, o la ‘imposizione’ dell’uomo sulla natura ) e l’assunzione dell’infinito nel mondo degli stessi valori morali, tra i percorsi Heidegger – astrofisica e Kant – metafisica ( per dirla molto in breve ), sono da coltivarsi le “guise”, ossia i ‘modi regolativi’, le ‘maniere’ di attuazione dei progetti più audaci, sempre le ‘guise della vichiana prudenza’. “Quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di queste cose”, tanto più si ripropone la stagione della “complessità”, con la sfera del ‘giudizio’, la scienza giurisprudenziale, intesa non come ‘tecnica’ o ‘incantesimo manipolativo’ ( diceva don Italo Mancini in Filosofia della prassi), bensì jus dicere, senso dell’equilibrio e giusto rapporto dei valori e tra i valori.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria – Andria