Il messaggio del Vescovo di Andria per la Quaresima 2026. Dalle Ceneri alla Comunità: ritrovare l’essenziale nel deserto quaresimale

Carissimi presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, seminaristi, sorelle e fratelli tutti, il prossimo 18 febbraio riceveremo sul capo le ceneri. E un gesto antico che ci ricorda la nostra fragilità, ma che quest’anno vi invito a vivere come un appello vibrante a “lasciare il superfluo” per riscoprire ciò che davvero ci edifica come Chiesa. Non è solo un rito di penitenza, ma l’inizio di un cantiere: il passaggio necessario da una fede di abitudine a una fede di relazione. In comunione con il Santo Padre Leone XIV, che nel suo messaggio dello scorso 5 febbraio “Ascoltare e digiunare. La quaresima come tempo di conversione”, ci esorta a ricordare che «l ‘ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione», riprendiamo il sentiero della nostra Lettera Pastorale: Incontrare, Testimoniare, Servire. Se la Quaresima è un “deserto”, è un deserto che il popolo di Israele ha attraversato unito. Non ci si salva da soli; ci si salva diventando comunità di volti e di mani.

INCONTRARE. La preghiera non è un soliloquio, ma un incontro tra due libertà. Come ci ricorda il Papa, «la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro». Troppo spesso riduciamo Dio a una lista di richieste. Siamo chiamati invece a passare da una “pastorale del fare” – fatta di numeri ed efficienza – a una “pastorale del volto”, dove l’unica misura è la profondità dell’incontro. Nelle nostre parrocchie chiediamoci: ci guardiamo negli occhi o siamo solo vicini di banco? Frequentare le liturgie come “utenti” ci trasforma in estranei. Incontrare l’altro non è un’opzione, è il fondamento della Chiesa. Ritagliare momenti di silenzio oggi è un atto di resistenza spirituale: significa stare davanti alla Scrittura in ascolto nudo, permettendo che essa metta in crisi le nostre sicurezze di “cristiani da sempre”.

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TESTIMONIARE. Il digiuno cristiano non è una dieta, ma un atto di liberazione. Scegliere di digiunare significa testimoniare che la nostra dignità non dipende da ciò che consumiamo, ma da ciò che siamo capaci di donare. Oggi il digiuno più urgente è quello dall’indifferenza digitale. Facciamo nostra l’esortazione di Leone XIV a «disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato e alle calunnie» sui social media. Testimoniare significa mostrare che il Vangelo entra nel portafoglio e nell’agenda: la nostra sobrietà deve diventare una profezia. Lo spreco nelle nostre mense è un grido che sale a Dio se accanto a noi c’è chi non ha il necessario. Donare tempo a chi è solo è il digiuno più prezioso in una società che corre senza meta.

SERVIRE. L ‘elemosina non è un pedaggio per rassicurare la coscienza, ma il braccio concreto della fede. Servire il povero è un atto di adorazione: è toccare la carne di Cristo. Dobbiamo vigilare sui protagonismi: quando il nostro ruolo in parrocchia diventa un piedistallo invece di un asciugatoio, stiamo servendo noi stessi. Dobbiamo compiere un salto di qualità: passare dal fornire un aiuto al generare una relazione. L’assistenza risolve un’emergenza; la relazione restituisce la dignità. Una comunità che “eroga servizi” è un’agenzia; una comunità che “genera legami” è una famiglia. Come scrive il Pontefice, la conversione deve riguardare «lo stile delle relazioni e la qualità del dialogo» affinché le nostre comunità siano luoghi dove il grido di chi soffre trova accoglienza.

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Al termine di questi quaranta giorni, l’invito che rivolgo a me e a voi è di non tornare agli stessi stili di sempre. Il tempo post-Giubilare ci chiede il coraggio di essere una Chiesa che non teme il vuoto lasciato dal “superfluo”, perché sa riempirlo con la carità. Non accontentiamoci di “fare la Quaresima”; cerchiamo di “diventare Quaresima”: un popolo che prepara lo spazio per la luce del Risorto. Buon cammino a tutti, con la mia benedizione”. + Luigi Mansi Vescovo.

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