Il Palazzo Ducale di Andria: un enorme scrigno culturale? Oggi sigillato, inaccessibile. E domani?

Che simbolo monumentale può rappresentare una città?E’ a questo quesito che ha cercato di rispondere Gianluca Leonetti. In questo periodo le sue attenzioni si sono focalizzate su una grande struttura presente nel centro storico andriese: il Palazzo Ducale. Queste le sue riflessioni in merito:

“Una risposta a questo dubbio non si fa attendere e rispondo subito. Sicuramente il potere della vita amministrativa e governativa di una città è testimoniata da un palazzo o un edificio con carattere maestoso destinato a tale scopo. La società cambia nel tempo il suo aspetto e la sua cultura, in continua simbiosi con le altre forme internazionali e spesso ha necessità di ricercare le proprie radici culturali e tradizionali. Per far questo c’è bisogno di poteri forti, di cui il popolo o il semplice cittadino è il protagonista principale. Un diritto e un dovere di un cittadino è quello di appropriarsi di un bene collettivo ereditato dalla storia, testimone della cultura del presente e del futuro, avendo costantemente una coscienza attiva e contribuendo alla sua diffusione. Oggi questa condizione sociale epocale e globale, nella quale una città, una regione e un territorio, per poter essere al passo con i tempi, avviandosi verso la giusta strada del progresso, devono fare emergere la propria cultura, la propria tradizione e i propri beni materiali e immateriali connessi”.

“Spesso quando si passeggia in qualsiasi centro storico cittadino, non ci si pensa mai subito di essere circondati da edifici unici con le proprie storie, e questo avviene nelle tante città italiane, uniche nelle loro forme estetiche, con il loro tipico profilo storico-paesaggistico-naturalistico, e la propria bellezza custodita”.

“Quest’ultimo contenuto andrebbe approfondito e accurato in ogni sua parte senza tralasciare i dettagli pregnanti per capire i significati e i messaggi conservati in molte opere costruite dall’uomo. Uno tra gli edifici più imponenti che fu adibito ad attività governativa è proprio sotto gli occhi di tutti, quando si attraversano le varie viuzze del centro storico di Andria e improvvisamente ci s’impone un enorme costruzione monumentale. Ciò che appare in tutta la sua maestosità è il Palazzo Ducale, situato nel cuore cittadino su un livello alto e in tutta la sua forza espressiva di rappresentanza del potere”.

“In questa riflessione, vorrei proporre un viaggio immaginario, un percorso a ritroso nel tempo, in un’epoca nelle quali le corti signorili delle varie città italiane, o Università, animavano il loro multiforme carattere culturale e che certamente, il Palazzo Ducale di Andria, non mancava di esprimere la sua autorità sul territorio. Provando ad immaginare quel clima di primissimo Rinascimento, precisamente nel periodo angioino e del governo della famiglia Del Balzo, un tempo signori di Andria e in particolare nel periodo del governo del Duca Francesco II Del Balzo, in questa dimora si concretizzava tutto quel rigore estetico e quel brio caratteristico di quell’epoca di dominio filofrancese. Con la fantasia, dovremmo immedesimarci in visitatori momentanei o ambasciatori di qualche città lontana ed essere invitati a corte dalla famiglia governante. Che cosa avremmo visto? Sicuramente una città/feudo molto diversa da oggi e con elementi architettonici identificabili ancora oggi per le vie del centro storico. Dopo aver attraversato alcune vie, ci si imponeva alla nostra vista, il Palazzo Ducale in tutto il suo splendore ed entrando nel cortile, avremmo visto dei sorveglianti o soldati in divisa, con i loro cavalli, forse qualche ospite illustre in attesa della sua udienza ufficiale, oltre alla servitù in piena attività. Come nel Palazzo Ducale di Urbino, una scala d’onore arricchita di stemmi nobiliari della casata, avrebbe indirizzato il nostro cammino verso le ignote stanze di rappresentanza. Arrivati in cima in una sala del trono, con la sua funzione di ricevimento per gli ospiti o adibita a banchetti ufficiali, balli, concerti e spettacoli, gremita di gente, nobili con abiti meravigliosamente ricchi di stoffe colorate e pregiate, consiglieri e personale della servitù, eleganti e ospitali, avrebbero omaggiato e accolto la nostra visita, con tanto di presenza del Duca e della sua famiglia in abiti di elegante rappresentanza. Un legato fidato della famiglia, avrebbe avuto un incarico molto importante. Sarebbe stato il nostro Cicerone di turno e avrebbe dedicato il suo tempo a mostraci le meravigliose stanze piene di affreschi, quadri, sculture e arredi lussuosi e forse qualche curiosità antica, ricercata e ammirata dal Duca. In questa dimora dovremmo immaginare anche momenti idilliaci di feste e cerimonie di nozze, di nascita, e dichiarazioni di incarichi importanti e anche momenti strazianti come la morte di un membro della famiglia ducale”.

“Dopo avere visto capitolare la propria città e subito dopo rimpossessarsi del feudo, il Duca d’Andria, Francesco II del Balzo, ebbe una promozione importante, uno tra gli incarichi più dignitosi e responsabili del Regno di Napoli: la carica del Gran Connestabile del Regno e Presidente del Regio Consiglio. Sicuramente con le cariche acquisite sarebbero entrati in città e nel Palazzo Ducale, diverse delegazioni da molte città del Regno, con i propri doni e documenti scritti”.

“Dovremmo anche immaginare un Duca che si accingeva alla lettura nei momenti di ozio e tranquillità, nel suo studiolo, con i suoi volumi e stampe. All’epoca circolavano testi e stampe di Vitruvio, Filostrato e Pausania, e il Duca pare che fu considerato un modesto letterato, dedicandosi alla sua Historia sul santo patrono della città di Andria. Fu proprio il 23 Aprile 1438, dopo il ritrovamento delle ossa di San Riccardo, che promosse la Fiera d’Aprile e che ancora oggi si ripete annualmente. In questo palazzo avremmo visto il Duca accompagnato oltre che dalla moglie Sancia di Chiaramonte, sorella della moglie del re di Napoli, con la sua schiera di artisti, cortigiani e consiglieri, ecc., che venivano incaricati di operare nella città e ridisegnare le forme artistiche più in voga dell’epoca, con un gusto tipico della cultura angioina e paragonabili a quelle spendenti corti ducali di Urbino o di Ferrara o di Mantova. Pensiamo alla sontuosità dei costumi anche tra i pittori di corte; con l’affermazione del Rinascimento italiano, un pittore veneto, Paolo Pino, elogerà la cura e la buona immagine che un pittore, con spirito ameno, deve seguire attraverso un ragionamento cattolico. Questi principi possono essere affiancati al pittore più conosciuto ad Andria, Tuccio d’Andria o come lo scultore Francesco Laurana e la sua equipe di artigiani e aiutanti specializzati che lavoravano per i Del Balzo. Forse le diffuse regole di un giovanissimo Leon Battista Alberti non erano ancora definite, come il concetto già trasmesso dall’antichità; il corpo umano come modello di struttura organica ideale dell’opera d’arte compresa l’architettura. Ma un senso armonico fra arte figurativa e architettura era già integrato con l’ambiente paesaggistico delle campagne circostanti, stabilendo un equilibrio e uno sposalizio durato per secoli”.

“Ma oggi? Cosa è principalmente cambiato?”

“Si, il palazzo ha ancora diverse di queste caratteristiche descritte, ma appare come un fantasma del passato. Una vita che non c’è o meglio un apparente vita si presenta solo nello spazio circostante in particolare nelle ore serali e notturne della città. Una vita che non rilascia abbastanza lustro a quel luogo e che quotidianamente diventa sede di teatro di strada per “carrozze elettromeccaniche”(automobili) diffusori di musica acuta e vibrante inquinante e dannosa per un straordinario Centro storico. E che dire sul paesaggio dipinto nelle tavole di Tuccio D’Andria custodite nel Museo Diocesano? Il mio giudizio critico è fin troppo duro e aspro. Il solo sguardo verso un orizzonte occultato da edifici squallidi in cemento, con l’annesso sfruttamento dell’ ambiente naturalistico, ne soffoca e aggredisce un paesaggio storico, artistico e naturalistico unico, limitando quella graziosa geometria stabilita secoli fa tra uomo e natura. Un male colossale ma sappiamo che è il simbolo di un mutuare continuo del tempo e di generazioni ma il problema resta. E’opportuno o doveroso conservare la bellezza ereditata. E per quanto riguarda il Palazzo Ducale di Andria?”

“Come ci insegnano i tanti casi italiani sugli edifici in stato di abbandono prima e successivamente recuperati e valorizzati, possono essere il volano di crescita di un territorio. Non spetta a me ricordarlo; basta solo leggere i periodici e critici articoli incisivi del prof Salvatore Settis. Il desiderio più grande e che ci sia più coscienza collettiva per un bene monumentale come patrimonio del cittadino e che il Palazzo Ducale diventi davvero un polo, non solo museale della regione Puglia, ma anche contenitore culturale d’eccellenza fruibile a tutti. Questa è una battaglia sicuramente rivolta a una vecchia cattiva politica nazionale che “forse” ha capito in ritardo le potenzialità attrattive dei beni culturali delle città, incrementando così una crescita lavorativa, culturale ed economica di un distretto territoriale”.

“Il mio intervento vuole essere un semplice auspicio per diffondere l’interesse verso questo originale e abbandonato monumento, strategico per una città e persino una regione intera e invitare ad accelerare la maledetta faccenda burocratica di questo paese”.

“Le idee, brillanti e meno brillanti, ci sono e ci saranno ma spetta alla politica territoriale e soprattutto alla mobilitazione dei cittadini (giovani in particolare), evitare i rallentamenti e acconsentire la facilità di fruizione anche a semplici cittadini e turisti”.

“Con questo auspicio, auguro un nuovo anno sereno e produttivo a tutta la redazione di VideoAndria e ai suoi lettori.

Gianluca Leonetti”