“La bellezza salverà il mondo?” Dostoevskj oggi, di Giuseppe Brescia

E’ diventato sempre più di moda citare, magari senza averlo letto, l’ “Idiota” di Fedor Dostoevskj, nel punto in cui il Principe Myskin pone la domanda: “La bellezza salverà il mondo ?”, senza darvi alcuna risposta in senso negativo né positivo. Alla stessa stregua, molti riprendono o imitano “Il Grande Fratello” di Orwell, senza aver compreso l’importanza del linguaggio capovolto, strumento del totalitarismo, che campeggia sul Ministero della Verità in “1984”. Lo ha ricordato recentemente in Andria lo studioso e colonnello Roberto Riccardi, autore del volume “Detective dell’ arte”, in una ricca relazione nella quale ha negato il fatto che “la bellezza salva il mondo” (dal momento che esiste il male nella storia ); affermando piuttosto che è il mondo a dover salvare la bellezza. Ciò testimonia la nobiltà dell’impegno, mai sufficientemente ribadito, di tutela e salvaguardia del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, sancito all’ art. 9 della Costituzione repubblicana. Ma resta l’interrogativo su che cosa intendesse dire Dostoevskj con la sua vulgata sollecitazione.

E poi: il capovolgimento della stessa nei suoi termini di azione e reazione, può essere considerato un risposta ? Si è indotti a rispondere che è la tensione morale verso la bellezza a poter salvare il mondo, l’autoperfezionamento morale delle forme di attività umana, dall’umile operaio della vigna alle più alte creazioni dell’arte e del pensiero poetante, a nobilitare costante l’uomo e a creare barriere sempre rinnovate avverso la cosiddetta “banalità del male” ( Arendt, anche qui confusa spesso con la “umiltà del male” di scuola sociologica barese ). Il vertice della “Scienza nuova”, dice Vico, è nell’ umana “Pietà”, onde, “se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio”. E Benjamin Constant, duecent’anni fa, nel “Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” , ammoniva i nobili dell’ Athénée Royal: “D’altronde, Signori, è proprio vero che la felicità, di qualsiasi tipo essa sia, costituisca l’unico fine della specie umana ? In tal caso, il nostro cammino sarebbe davvero ristretto e la nostra destinazione ben poco elevata. Non c’ è uno solo tra noi che, a voler abbassarsi, restringere le sue facoltà morali, svilire i suoi desideri, sconfessare l’attività, la gloria, le emozioni generose e profonde, non potrebbe abbrutirsi ad essere felice. No, Signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, quella nobile inquietudine che ci perseguita e tormenta, la brama di ampliare i nostri lumi e sviluppare le nostre facoltà; non è alla sola felicità, è al perfezionamento che il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è il mezzo più possente e il più energico di autoperfezionamento che il Cielo ci abbia dato” ( 1819 ).

L’autonomia e la grandezza e universalità dell’arte rimangono come conquista teoretica della modernità. Ma il senso più profondo della elevazione morale, raggiunto attraverso l’arte, essendo impegno e riconquista di ogni giorno ( diceva Goethe ), possono fornire l’alternativa, quasi la barriera, al dilagare della violenza, del fanatismo, della distruttività umana. “Il male è sempre lo stesso; è il bene che si diversifica perché è creativo” ( assioma della patologia del male ). In questo senso, Dostoievskj, che chiedeva in francese la traduzione della Science Nouvelle data da Jules Michelet, lasciava in sospeso il problema, per dire, che, se anche la pura teoresi come tale non può salvarci, come ricerca di perfezionamento e dunque come tensione morale quotidiana, essa è ben presidio di libertà e costruttività umana.

Giuseppe Brescia Società di Storia Patria Puglia Andria.