Letterati andriesi. III-IV. Angelo Zagaria e Riccardo Zagaria, di Giuseppe Brescia

Dopo Giuseppe Ceci e Consalvo Ceci, Vito Sgarra e Raffaele Sgarra, Pasquale Cafaro e Alfonso Leonetti, propongo di soffermarsi sui pressocché sconosciuti, o gravemente dimenticati, Angelo Zagaria e Riccardo Zagaria ( 10 ottobre 1879 – 27 maggio 1937 ), scrittori e critici, eruditi ed accurati filologi e compulsatori di fonti, di rilievo non solo locale ma nazionale ed europeo. Il primo dei due, docente di Italiano nelle scuole e negli istituti di istruzione secondaria, esordì con un pregevole studio sullo ‘scapigliato’ milanese Carlo Alberto Pisani Dossi, autore importante per le sue “Note Azzurre”, ripubblicate dalla Casa Adelphi a cura di Dante Isella, e per la “Vita di Alberto Pisani”, concepita sulla scia del “Werther” di Goethe e dell’ “Ortis” foscoliano, ma in forma innovativa per ‘la catarsi artistica di tutte le confuse aspirazioni di un giovinezza esuberante’, ‘sfogo di irrequietezza giovanile’ ( come ben dice lo Zagaria nell’ opera Carlo Dossi.

Saggio critico, Edizioni Arti Grafiche “Gentile”, Fabriano 1935, alla pag. 16 di complessive 128 ). Il libro è dedicato a importanti letterati di scuola fiorentina, o pugliesi che colà avevano studiato con lo Zagaria: “A Giansiro Ferrata A Stefano Lombardi A Gino Morrone A Tommaso Pazienza A Renato Poggioli A Vincenzo Verginelli e a Tutti gli Amici delle giornate fiorentine” ( p. 3 ). Angelo Zagaria si dimostra lettore bene informato, sensibile e colto interprete del Dossi. Si sofferma sul carattere di “contraddittore” dello scrittore “scapigliato”, sui “Ritratti umani”, sull’ “Altrieri”, sulla critica letteraria accreditata, da Gian Piero Lucini a Croce ( pp. 62-63 ), dal Gargiulo ( p. 86 ) a Mazzoni e Francesco Flora ( pp. 115-116), in una prosa sempre elegante che veniva preparando la successiva composizione poetica. E fu quando Angelo Zagaria ritrovò dei “motivi lirici che aveva annotato, durante e dopo una lunga malattia, tra i silenzi della villa paterna”, che raccolse e riordinò i propri “appunti”, appunti che lo “tentavano come un mistero, un manoscritto d’ignoto che ci sia capitato tra le mani per un caso imprevisto”.

Così scriveva nella Notizia introduttiva, alla pag. 3 di Un nuovo giorno ( Motivi lirici ), Editori G. Bignotti & Figli, Castiglione dello Stiviere, Mantova 1947. Trattasi di dieci Canti, dal Primo ( p. 7 ) al Decimo ( p. 87 ), di cui propizio la ripubblicazione, per portare a conoscenza del nuovo pubblico il nome e l’opera di un poeta affatto sconosciuto ( la nuova “Letteratura” ). Dipintura paesistica; solitudine; silenzio; rimpianto per i viaggi e i mondi vissuti o non ancora visitati; la campagna pugliese; la villa; il giardino; il sogno e la guarigione; il “risveglio”: sono questi i motivi ispiratori della Musa di Angelo Zagaria. Ne porgo, quindi, essenziale florilegio. “Partito alla ricerca del tempo perduto, come Proust, ho riportato dal viaggio settanta pagine di poesia” ( premette lo Zagaria, a p. 4 ) E nel Canto Primo: “ Dolcezza d’ affidarmi a un nuovo giorno / e di guardare in lenta meraviglia / questo riposo d’alberi e di colli, / come si guardan terre di morgana, / così belle, / così vane, / che un velo d’ombra sùbito le annulla. / Ora, / soltanto. / Nel cielo del mattino / caldo stupore filtra e si diffonde / in una luce strana di leggenda.” ( p. 9 )
Ma soprattutto: “Un nuovo giorno, / un miraggio di gioia che rinasce. / Approdo nuovamente alle tue rive, / vita che sempre inviti e ci deludi, / come ad isola ignota,/ alta nel volo d’alisei leggeri./ Quale città nasconde nel suo verde / questo profilo morbido di colli ? / Da quale fresca vena di montagna / discende questo fiume di giunchiglie ? / La sera, quando prossime e remote / ghiaie canore frangono il silenzio, / nuovi disegni e battiti di stelle guardano il mondo”. ( p. 15 )
E’ la lirica che dà il titolo alla raccolta, felicemente. Si apre con l’inno alla “vita che sempre inviti e ci deludi” e si conclude con il puro “senso del celeste”, a noi caro: “nuovi disegni e battiti di stelle guardano il mondo” ( cfr. Italo Calvino e Andria. Variazioni del senso del celeste, Andria 2017 ).

E nel Canto Secondo, con eco vichiana del “tuono”, si afferma il senso del “silenzio” ( pp. 17 sgg. ): “Per non so quale forza di mistero, / un silenzio leggero, / un tepido e chiaro silenzio, / ha conquistato lo spazio, / ha illuminato il mio volto, / ha dato nuovo splendore a tutta la terra”. (..) “Forse la vita è anelito al silenzio, / a un tacito fluire di millennii / ove si spenga l’armonia discorde”. “Prima del tempo, certo fu il silenzio, / illesa forma, / circolo perfetto, / sfera lucente lieve come raggio / che mai velò pulviscolo di stelle. / E in quel silenzio l’unità di Dio / gettava i suoi pensieri a mille a mille,/ come vediamo nelle notti estive / in alto mare plurimi baleni / illuminare nuvole giganti./ (..) Ma un giorno il cerchio immenso fu spezzato, / s’infranse l’unigenito cristallo, / e una fiumana rapida di suoni / rovinò per lo spazio senza freni, / invase i cieli, / dilagò nel mondo, / decadde in cupo rugghio di saette, / in tonfi, in rombi, in laceranti stridi, / in fragorìo selvaggio di metalli. / E nacque il tempo, / nacquero l’albe e i fuochi dei tramonti / e gli astri che si schiantano nell’urto, / si sdoppiano, si eludono in ellissi, / rosseggiano di fiamme e di faville, / si sfarinano in veli di comete. // Il Tempo, la morte del silenzio, / l’avvento di Caino e di Babele” ( p. 18 ). Questa vena di poesia ‘cosmica’, e della originarietà del silenzio, spiega un motivo filosofico sempre vivo e attuale ( si veda il saggio recente Il dogma del cogito e la libertà del silenzio di Erika Ranfoni, in “Filosofia e nuovi sentieri”, agosto 2013 ). Nel Canto Quarto, è, di nuovo, la freschezza del paesaggio: “Mùrmure lento, / fremito di ghiaie / lungo il frangente candido di spume: è un mattino che odora d’alghe vive, / fresco, perlato, vergine mattino. / Rivedo i segni, conosco la magìa / della sua luce piena di finezze” ( p. 31 ). Non mancano echi da testi biblici e classici, da Leopardi, Pascoli e D’Annunzio. Nel Canto Quinto ( p. 39 ): “Un’ora ? / Sono passati centennii / da quando ho visto l’aurora / nascere avvolta in luce di leggenda. Ma dopo quanti millennii / torna quest’ombra convulsa / che tenne in angoscia il mio cuore / nella geènna di nebbia ? / Cento, duecento millennii ? / Quasi mi penso eterno, / vissuto dall’evo degli evi, / se rivedo la terra senza tempo, / le nude e grige lande dei confini / ove la vita è luce che si sbianca, / sempre più tenue nel gran cerchio d’ombra”. Anche se “La vigna d’oro è fola da romanzo”, – scrive lo Zagaria nel Canto Sesto – si può cogliere nell’aria un’eco di canti, un richiamo di vita ( p. 49 ). “Ad onde alterne un pòlline sonoro / sciama nell’aria mite senza vento, / quasi un’eco di canti, / di campane, / di treni lontanissimi nel rombo, / quasi un richiamo di perduti elisi, di vita svolta in limpido rigoglio”. “Chiudere gli occhi ?” ( pp. 52-54 ): meglio si vedono, allora, come “ad occhi aperti”, “il vellutello tenero dei grani”; “i frastagli che fa l’ombra del noce”; “stormi di corvi baccheggiar tra i rami / e dai cieli cangianti di penombre / code di pioggia scendere sui colli / sfavillando nel sole in fili bianchi, / allontanarsi lenti sugli ulivi / col pestìo sordo di un gregge che cammini, / folto e compatto, in polvere di strade”; e “Brillare sul gelso e sul melo / puri diamanti e petali di gelo / stagliati contro la luce / che inonda i prati dopo folta neve” ( ai paragrafi IV-VIII del medesimo Canto Sesto ). Certo, subentrano la notte, l’angoscia e il delirio, indotti dalla malattia. Al Canto Settimo: “Benché la terra odori di germogli / e il vento porti nuvole d’aromi, / l’anima mia è triste senza fine” ( p. 65 ). “E una pietà profonda mi convince, / per me, per la mia sorte, per la sorte / che grava sulla stirpe dei viventi, / per la vita dolorosa che li attende, / sempre malcerta, fragile, sfuggente, / come un riflesso che tremola sull’acqua, / come i sentieri che tracciano nell’aria / gli àlbatri lenti sull’ ànsito del mare” ( p. 67 ). Rinasce tuttavia, con la virtù della “pazienza”, la speranza, nel Canto Ottavo ( p. 73 ). “So come l’acqua che altissima zampilla / torna nel’ombra, paga se un istante / godette al sole il candido suo riso, / e so come nel limo si rattrista / salendo ansiosa per algenti giorni, / finché a velo dell’acqua si dischiude / ninfea che splende in petali di neve. // Perciò non temo: attendo che fiorisca / dalla radice amara di quest’ora / ninfea fulgente in petali di neve. / Paziente: per chi nasce sulla terra / saper vivere è arte di pazienza, / e l’arte è lunga, non avrà mai fine”. “Pazienza nei cieli e nei mari, pazienza per le stirpi dei viventi” ( p. 74 ). E: “Se l’alba ci promette una vittoria / che poi la sera sempre ci dinega, / vinca pazienza gli sconforti umani, / perché pietosa l’anima richiami / un nuovo inganno al giorno che ritorna” ( p. 75 ). “Attendi: non sono distrutte, non sono ancora bruciate / le fresche e dolci sorgenti che nutrono il cuore del mondo” ( pp. 76-78 ). Nel Canto Nono, campeggiano “il dèmone segreto” ( “d’istinti, di preghiera / sorte di meteora splendente, / di fatica, di stenti, di rapina”, che è poi la solitudine ( “Oh questa pena d’essere me stesso, / d’udire sempre la mia voce sola” ); e la nostalgia dei viaggi, i sogni ai confini del mondo. “Diversa e più felice la mia vita / se fossi nato in isola remota,/ un’isola d’eterna primavera / dove la terra si dissolve in luce, / la luce in onde, l’onde in fuochi bianchi, in trasparenze attonite e leggere. / Grande ninfea salita dagli abissi, / laggiù, nel Mar dei Coralli, / sola, felice, l’isola si gode / il lungo aprile delle sue stagioni” ( p. 82 ). Ancora, fondendo il superamento della solitudine con fantasticheria di mondi affascinanti e remoti ( p. 83 ): “ Oh questa pena d’essere me stesso, / d’udire sempre la mia voce sola. /Non poter essere un altro, l’uomo dei cento mestieri, / quello che vide nel mondo soltanto un libro di viaggi, / vendette noci di cocco nei porti di Lima e di Rio, / fu mozzo sopra le navi che fanno scalo a Shanghai, / a Ceylon, a Valparaiso, all’isola lunga di Flores, / vide le albàsie di latte, / le scie di fosforo ardente, / fu attore nel Cile, amò le ragazze di Maiu / e porta nel petto villoso due nomi: – Conchita y Vicente – / incisi a colpi di spillo intorno ad un cuore trafitto” ( p. 83 ).

Ci sono riferimenti a Baudelaire, a Rimbaud, a Proust: sì che nella pubblicazione del ‘Canzoniere’ di Angelo Zagaria, vedo bene come sugli scudi, in copertina bianca, riprodotta, quest’ultima lirica ‘cosmica’, alla maniera stessa con cui la Casa Einaudi usa inaugurare la collezione delle “Poesie”. Collezione che si conchiude al Canto Decimo ( p. 91 ): “Lasciammo lembi d’anima a quei rovi / quanti nascemmo a vivere, né vale / cambiare stella per mutar cammino. / Son questi i doni, che non chiese alcuno / quando venne alla luce del suo giorno. // Son questi i doni. Doni di vera sapienza ? / -Passante, non oltre indagare / e sappi soltanto che vano è ogni grido dell’uomo / come il cadere di un astro e il lento oscillare di un’ombra” ( p. 91 ).
Qualche spunto deriva, come è evidente, dall’ Ecclesiaste e dallo Svevo della “esplosione enorme”, alla fine della Coscienza di Zeno. “Che se dannata per sempre al rito che allieta la giungla / fosse la stirpe felice che vive di pane e di sangue, / benedetta sia l’ora quando un stella di fuoco / schianterà sul suo volo questo rugoso pianeta / che crede per la sua gioia / seminato di luci il firmamento. / Graziosa vista: in atomi fulgenti / di nebulosa svolta in bianchi veli, / finalmente la terra sarà spoglia / d’ombre e di fango, / non nascerà dalla zolla il fiore che olezza e si caria, / dissolti, dissolti per sempre / le ire, le invidie, le stragi, / l’idillio che scade in insulto, / la verminaia strisciante sul frutto caduto nell’erba. / Qualche raggio di stella / sarà l’unico peso / pei nostri corpi librati nell’ ètere immenso.. ( p. 93 ).
Però il moto vitale riprende. E, alla maniera di Joyce nella immensa “Veglia di Finnegan”, alla fine: “Buon giorno, terra. / Buon giorno, mio minuscolo pianeta. / Tu vivi ancora, segui la tua sorte, / puntuale nel tuo giro in bianco e nero / sotto la volta illabile del cielo. / Tu vivi ancora e agli uomini delusi / prodighi ancora doni senza fine: grappoli e spighe, argenti di marine, dolcezza di risvegli e di tramonti” ( p. 94 ). Così: “Ma lasciate ch’io viva ancora un giorno, /che guardi ancora, in dolce meraviglia, / questo riposo d’alberi e di colli, / questa luce volante e questo filo / d’esile vena, solo tra le zolle, / che ascolta, all’ ombra tremula d’un pino, / cantare il vento in mùrmure marino” ( p. 95 ).

Come dissi già, a proposito dei moralisti e poeti andriesi Torquato Accetto ed Ettore Tesorieri, da rivendicarsi in campo nazionale per le storie della Letteratura italiana del Seicento, così ora propongo l’inserimento di Angelo Zagaria nella Storia della letteratura italiana, regionale e nazionale, del Novecento. E di Riccardo Zagaria, meglio noto, si discuta, invece, in àmbito storiografico, negli studi di storia patria o dialettologia e folklore.
Ecco come, infatti, il celebre linguista Clemente Merlo presenta l’amico andriese Riccardo Zagaria, studente alla Università di Pisa, introducendo – alla Nota (1) – il Lessico etimologico del dialetto di Andria, in “Apulia”, del 1913 ( p. 1 di 138 ).”Nel novembre del 1909 ebbi la fortuna di conoscere di persona in questa Pisa un giovane egregio, il Sr. Riccardo Zagaria di Andria, venuto a compiervi gli studi letterari. Egli era, qual è, pieno di santi sdegni, pieno d’amore per la terra natale, per l’intero mezzogiorno che vorrebbe grande e felice; io ero, qual sono, assetato di suoni, di forme italiani meridionali. E però fu facile l’intenderci. Dalla sua bocca, in molti e lunghi interrogatori, raccolsi buona messe di voci; molte altre ebbi in seguito da lui, fatto esperto nella trascizion dei suoni, in un lungo carteggio sommamente caro all’animo mio. Di poterle pubblicare in “Apulia”, nella Rivista alla quale augurai con tutto il cuore fin dall’inizio il miglior avvenire, son grato all’ Egregio Direttore. Io spero che sarà per venirne un salutare risveglio degli studi dialettologici in codesta regione che già conta più d’un valente illustratore; spero che da ogni parte delle Puglie non tarderanno ad arrivar quei materiali, copiosi e sicuri, senza dei quali non è possibile di chiarire, o tentar di chiarire, i molti punti che ancor rimangono oscuri. Il nostro vuol essere soprattutto un lessico etimologico del dialetto di Andria; ma, poiché lo studio dei suoni è il necessrio e natural fondamento di ogni ricerca linguistica, fo precedere alcune notizie d’ordine fonetico”. Seguono le venti pagine di “Note fonetiche”, con il testo ancora fondamentale.

Gli “sdegni santi”, di cui parla il Merlo a proposito dello Zagaria, si spiegano con la fase di passaggio da una storiografia locale legata alle tradizioni ecclesiastiche ( “Storia” del D’Urso; “Monografie andriesi” del canonico Merra ) ad un approccio basato sulle fonti e sui documenti, interpretati alla luce del moderno metodo scientifico, non senza l’influsso della dottrina dello storicismo. L’allusione ad altri “valenti” studiosi meridionali, pugliesi e andriesi in specie, può ben riferirsi allo stesso Giuseppe Ceci ( 1863-1938 ), l’infaticabile amico e collaboratore di Croce, cui toccò il merito di disegnare un profilo bibliografico dello Zagaria, più giovane ma a lui premorto nel 1937 ( cfr. Elenco degli scritti di Riccardo Zagaria, MSS., cartella in Archivio “Ceci”, della omonima Biblioteca Comunale di Andria: su cui il mio saggio Appunti per la bibliografia degli scritti di Giuseppe Ceci, in “Archivio Storico Pugliese”, XXVII, 1974, fasc. I-IV, pp. 627-632).
La controversia era acuminata dalle differenze sulla identificazione, e relativa datazione, della figura di San Riccardo, patrono e primo Vescovo di Andria, “venuto dall’Inghilterra” in tempi più recenti rispetto alle invenzioni ecclesiastiche ( cfr., dello Zagaria, San Riccardo nella leggenda, nella storia, nella poesia popolare e nella letteratura, Rossignoli, Andria 1929; e, poi, la Sezione su Giuseppe Ceci, nel mio Croce inedito (1881-1952), SEN, Napoli 1984, ad vocem, in pp. 486-501).
E’ impossibile riassumere l’intensa e proficua attività erudita e storiografica di Riccardo Zagaria, attività che meritoriamente pubblica numerosi inediti, carteggi, epistolari e documenti di letterati, scrittori del Risorgimento, patrioti, poeti, artisti ( es.: “A gloria di Domenico Morelli”, “Il pallore e la barba”; “Casanoviana”; “Un’amicizia di Alessandro D’Ancona”; “Intorno ad Alessandro D’Ancona”, “Umorismo contemporaneo”, pubblicato con lo pseudonimo di Guepe; “Lettere inedite di Silvio Pellico e Niccolò Tommaseo”; “Tra Romantici”; “Tra Classicisti e Arcadi”; “Tra Puristi”; “La satira e gli epigrammi di Angelo Maria d’ Elci” (Firenze 1754 – Vienna 1824), in “La Favilla” di Perugia, ottobre-novembre 1909; “Vittorio Imbriani e la donna”; “Spigolature epistolari inedite”; “Appunti di bio-bibliografia di Costantino Nigra”; “Appunti ariosteschi”; “Gabriello Pepe e Carlo Troya”;”Le ammiratrici di Carlo Troya”; “Carlo Bini”; “La parte del Mazzini nel preparare la spedizione di Sapri”; “Per la storia degli esuli italiani in Francia”; “I Lauri”; “Storia di Ruggero di Canne”; “Varietà su Niccolò Amenta”; “La vendita di Andria ai Carafa”; “Flavio Giugno”, a cura e con prefazione di Giuseppe Ceci, in “Japigia”, 1937, fasc. II, pp. 167-177; “Puglia solatìa, per esercizi di versione dai dialetti pugliesi in italiano”, in 3 voll; “Studi e studiosi del Risorgimento in Terra di Bari e d’Otranto”, nel ”Fanfulla della Domenica”, XXXVI, luglio 1914;“Descrizione storico-artistica della Città di Andria”. I. “Andria Sacra” di Giacinto Borsella, Rossignoli, Andria 1927; “Lettere inedite di Giuseppe Mazzini”, in “Rassegna del Risorgimento”, A. VI/3, 1919, pp. 497-521, ultimamente riprese da Giuseppe Brescia, Giuseppe Mazzini e Giovanni Bovio. Relazioni tra pensiero, opere e cultura pugliese, G. Laterza, Bari 2010, pp. 21-41 ).

MI soffermo sull’amicizia con Giuseppe Ceci e Riccardo Ottavio Spagnoletti. Del primo, e della fondamentale Prima Bibliografia dell’Arte Napoletana ( risalente al 1911 ), Riccardo Zagaria si occupava nel “Fanfulla della Domenica”, XXXIV/1 ( 7 gennaio 1912, p. 3 ). Del secondo, e per il secondo, lo Zagaria dettava la Prefazione agli Studi di storia andriese (1552 e 1799), in “Apulia” Editore, Martina Franca 1913 ( ma finito di stampare il 22 marzo 1914: pp. VII-XV ). Ancora, della prefazione di Giuseppe Ceci all’opera di G. Bacile di Castiglione, “Castelli pugliesi” ( Roma 1927 ), Riccrdo Zagaria discute ne “La Puglia Letteraria”, rivista dell’anno II/4 (1932). Dopo di lui, tracce di codesta erudizione bibliografica e critica sono reperibili nel saggio di Gian Paolo Marchi, Lettere di Benedetto Croce a Gioachino Brognoligo ( altro importante critico letterario dei tempi), in “Settanta”( n. 32, del Gennaio 1973, a p. 36 ). Oh la splendida erudizione, inesausta e disinteressata, alla ricerca di inediti ed elementi di prima mano, fonti e carteggi, da interpretare e comunicare agli altri e al pubblico, in quella che Mario Sansone chiamava “La Grande Conversazione”, a proposito della ‘Letteratura della nuova Italia’ !Segnalo, con la proposta di dedicare due vie o piazze di Andria ad Angelo e Riccardo Zagaria, in sede di storia patria, sempre decisiva per le questioni di toponomastica, l’interesse speciale delle ricerche sul poeta umanista andriese “Flavio Giugno”, autore del poema in latino Centum Veneres, seu lepores; e della Vita e opere di Niccolò Amenta (1659-1710), frutto di ricerche di prim’ordine, per gli Editori Giuseppe Laterza e Figli, Bari1913 ( segno dell’ intervento, ed assenso, dello stesso Benedetto Croce, maestro e amico anche per il tramite di Giuseppe Ceci ).

Tutto ciò conferma, in sede storiografica, l’ importanza del Seicento, la grande stagione trattatistica, etnografica e poetica tra umanesimo e illuminismo, giusta la segnalazione del ‘nostro’ Carlo Antoni. In effetti, le date più plausibili per nascita e morte dell’ andriese Flavio Giugno restano inscritte tra il 1560 ca. ed il 1640, integrando la moderna filologia dello Zagaria con le sviste del D’Urso 1842 o delle ‘Memorie’ del Prevosto Pastore, unitamente alla memoria e conservazione delle lapidi nella Chiesa di Sant’ Agostino e dello stemma con i tre piedi di buoi. Insomma, siamo vicini all’altro andriese “nobilissimo”, Ettore Tesorieri ( Andria, 6 giugno 1553 – Foligno, 25 novembre 1638 ), su cui abbiamo sviluppato i primi ed incerti cenni biografici di Giuseppe Ceci ( cfr. i miei La “Penna insensata” di Ettore Tesorieri e “La penna insensata” di Ettore Tesorieri La luce e l’ombra di Torquato Accetto, Giuseppe Laterza, Bari 2000 e 2015 ).

Siamo vicini all’autore delle Rime e della Dissimulazione onesta 1641, riscoperto da Croce e riedito nel 1628, Torquato Accetto (‘Accetto’ o ‘Accetta’, dal medioevale ‘Acceptus’, è nostro nomen, anche risulta irreperibile l’atto di nascita nell’ Archivio di Stato napoletano e qualche interprete propende ad attribuirne la origine nella città di Trani ( S. S. Nigro ). E siamo vicini, allargando gli sguardi, alla complessa parabola di Niccolò Amenta, studioso di cagionevole salute agli occhi ( il “ciclope”, lo definiva scherzosamente Niccolò Capasso ), nato a Napoli il 18 ottobre 1659, nella stagione “vichiana” di giurisperiti e accademici, come Gregorio Messere, Lionardo di Capua ( 1617-1695 ) e il cosentino Tommaso Cornelio (1614-1684). Come ben dice lo Zagaria: “La generazione, alla quale Niccolò appartiene, sta fra due periodi grandi nella storia della giurisprudenza: quello anteriore, di eruditi; l’altro, di pensatori. Affollata e rigogliosa, varia e vivace era la vita napoletana di quel tempo. “ ( op. cit., p. 13 ) In particolare, lo Zagaria valorizza l’opera di avvocatura onesta e disinteressata di Niccolò Amenta; la sua partecipazione all’ Accademia degli Investiganti, nell’arco delle tante Accademie fiorite a Napoli nel Seicento; la reazione dell’Amenta allo spagnolismo insito nell’accettazione incondizionata del teatro di Lope de Vega; la produzione di “Capitoli”, “Rapporti”; “Rime”; “Commedie”; “La Vita di Leonardo di Capua – napolitano”, ispirata al circolo vichiano ma edita nel 1710 in “Le Vite degli Arcadi illustri”; la peculiarità della difesa della lingua italiana e di Dante, anche se la conoscenza dell’altissimo Poeta risulta più piena e diretta per l’ Inferno e, viceversa, convenzionale per la terza Cantica del Paradiso. Immensa è l’erudizione dello Zagaria, sì da menzionare a ogni pie’ sospinto – e doverosamente – gli studi del Ceci di storia napoletana; le opere del Croce sui Teatri di Napoli e la “Napoli Nobilissima”, gli studi su Vico e il 1799; l’ Autobiografia e i passi direttamente espressi dal Vico, a proposito di Leonardo di Capua e delle frequentazioni letterarie e accademiche del tempo. In un punto, addirittura, lo Zagaria corregge Croce. Là dove precisa “E’ l’edizione citata per svista con la data del 1727 dal Croce, Teatri di Napoli, Pierro, 1891, p. 263, n. 1, a proposito della Vita di Niccolò Amenta scritta dall’abate don G. Cito ( Napoli, Nella Stamp. Di G. Muzio, MDCCXXVIII ). Il che Riccardo Zagaria adempie alla p. 9 del Capo I della sua Vita e opere di Niccolò Amenta. In “Epilogo” riassuntivo dell’ importante e dimenticato saggio, ci pare di cogliere un punto velatamente utobiografico dello storico andriese ( pp. 197-198 ). Là dove egli scrive: “Abbiam tenuto d’occhio la società napoletna, piuttosto che quella italiana. Siffatto suo carattere letterario fu non debole efficiente (sic !) della rinomanza da lui conseguita, e derivò dal suo vivere – spirito mite e solitario, afflitto da infermità – sempre in Napoli, in un cantuccio della vita, fra amici concittadini, pago della stima e, più, dell’affetto di essi, incapace di brigare per allargarsi la fama”. Ecco lo spirito di verità della ricerca storica: coscienza disinteressata, contemporaneità ideale, “incapace di brigare per allargarsi la fama”. Ma si pubblichino, dunque, le opere; si titolino le vie; si coltivi la “memoria storica”; si formino all’entusiasmo ed alla complessità degli studi, i giovani e meno giovani; anziché dilapidare risorse, delle quali la più preziosa è sempre il Tempo, mèmori della prolusione pavese di Ugo Foscolo: “O Italiani, io vi esorto alle storie !”; piuttosto che “brigare” e “brigare”, senza peraltro concludere mai niente.