L’importantissimo bioma della “Murgia andriese”, la ricerca di Nicola Montepulciano

Non è una “steppa” ma nemmeno una “foresta“: si tratta di un ambiente più unico che raro, caratterizzato dalla presenza di centinaia di specie autoctone (e, purtroppo, ultimamente, anche alloctone) tra animali e vegetali. E’ la nostra Murgia, quella andriese. Quella porzione di Alta Murgia che non vede solo la presenza di Castel del Monte, ma anche di molte realtà naturali e rurali che spesso non vengono nemmeno prese in considerazione dagli esperti, oltre che dagli appassionati. Si tratta di un patrimonio da difendere ad ogni costo, poiché fulcro di un’attività naturale fondamentale per tutti, anche per gli esseri umani. A ricordarlo è stato ancora una volta il ricercatore ecologista Nicola Montepulciano. L’ideologia conservazionista del nostro concittadino si conferma in una nuova analisi che si concentra proprio in quella che egli definisce “Murgia andriese”:

“La “prateria murgiana” bioma importantissimo per l’espletamento di molte funzioni ecologiche fra cui assorbimento di anidride carbonica (CO2), stabilità del suolo, fonte di vita per moltissime specie animali e vegetali (biodiversità). Sono in molti ancora a considerare di scarsa importanza quella parte di Murgia ricoperta da estesa formazione vegetale erbacea. Questa formazione in senso molto generico si indica come prateria. “In senso stretto, vengono indicati come praterie quei territori originariamente privi di boschi, cioè quelle superfici ricoperte da formazioni erbacee fin dall’inizio, di tipo primario, per distinguerle da formazioni secondarie, cioè derivanti dal taglio del bosco”. La formazione erbacea della nostra Murgia sembra appartenere, in parte, a quest’ultimo tipo, in parte al tipo primario. Dette praterie sono diffuse in tutti i continenti in climi diversi (temperati, subtropicali, etc.), con nomi diversi a seconda delle regioni geografiche ma con variazioni di specie vegetali con prevalenza di Graminacee xerofile (capaci, cioè, di vivere in ambienti aridi, con prolungata siccità) e di Geofite (piante provviste di fusti sotterranei)” – osserva Montepulciano nella sua ricerca, proseguendo così:

“Come praterie primarie, cioè nate su superfici mai ricoperti da alberi, si ha in Russia la steppa, in Ungheria la puszta, in Africa meridionale il veld, in Argentina la pampa, in Australia lo scrub pur se ricoperta quest’ultima anche da cespugli bassi. In America settentrionale, invece, le vaste distese pianeggianti con rivestimenti erbacei sono chiamate semplicemente praterie. Taluni fanno rientrare in questa categoria anche la savana. A dirla con l’ecologo E. Odum “Una comunità di prateria ben sviluppata comprende specie adattate a diverse temperature, con alcune che crescono nel periodo fresco (primavera e autunno) ed altre nel periodo caldo (estate). La prateria, vista come un insieme, tampona le variazioni di temperature, estendendo così il periodo di produzione primaria (cioè delle erbe, n.d.r.)”. Ed è quello che, in pratica, succede sulla nostra murgia. Per mia osservazione posso dire che vi sono alcune erbe che crescono per quasi tutto l’anno purché vi sia acqua, pioggia, come il grespino comune (Sonchus oleraceus L.), sivone, che ho visto crescere rigoglioso durante una estate piovosa degli anni novanta (bei ricordi!)” – ricorda Montepulciano che continua:

“Ma perché la prateria della nostra Murgia non ha un nome ben preciso? C’è chi la definisce parasteppa, pseudosteppa, substeppa, o altro. La formazione erbacea, e un po’ arbustiva, murgiana in buona parte è successiva all’abbattimento, durante i secoli, di immense distese boschive esistenti in Puglia, (quindi prateria secondaria) ma ci sono state radure erbacee, non piccole, intercalate, di tanto in tanto, fra boschi. Queste radure dovevano necessariamente esistere altrimenti non si può spiegare l’esistenza di alcuni animali che avevano bisogno di due ecosistemi per vivere: bosco e radura, cioè prateria primaria abbastanza ampia. Dette radure erano considerate come bosco e nessuno mai, che io sappia, le ha studiate dandoci la possibilità di conoscere le entità vegetali di cui si componevano e nessuno mai si è preoccupato di darne un nome preciso, identificativo. La situazione attuale, quindi, è ritenuta, in toto, una condizione di degrado boschivo. Ne è venuta fuori, comunque, una particolarissima quanto ricchissima formazione erbacea, con varie differenze da luogo a luogo e, prescindendo da queste, si spiega così: La vegetazione italiana è la più ricca d’Europa, vanta, infatti, 5599 specie vascolari, pari al 50% di quella europea. La Puglia da sola ospita 2500 specie di piante (il 42% di quelle nazionali) e fra queste 59 sono quelle endemiche, cioè che vegetano solo in Puglia. Delle 2500 si stima che nelle province Bari e BAT vi siano circa 1800 piante” – ha ricordato Montepulciano, continuando così la sua analisi/ricerca:

“Personalmente ho potuto censire, in un certo periodo, un centinaio di piante presenti sulla Murgia “andriese”, ma, con tutta onestà, devo dire che non sono in grado di riconoscere le tantissime, forse migliaia, ivi ospitate. Durante le mie escursioni nella “Murgia andriese” non ricordo di aver trovato formazioni riferibili alla macchia e gariga, ma soltanto vegetazione erbacea. Che nome dare allora alla vegetazione di questa parte di Murgia? Per tutto quanto detto sopra, la mia risposta è prateria murgiana. Le nostre terre erbose sembrano semplici come Habitat, ma in realtà sono complesse, ricchissime di biodiversità vegetale ed animale, e sono, purtroppo, sottoposte ad una fortissima azione di danneggiamento, o meglio distruttiva, da parte dell’uomo. Dice l’ecologo Kai Curry-Lindahl: “Se non si studia a fondo l’ecologia di una savana, di una prateria, di un veld prima che l’uomo incominci a sfruttarle si corre il rischio di sprecare la fatica (e soldi pubblici n.d.r.) e di ottenere risultati disastrosi, cioè deserti, con i progetti di sviluppo. E’ una regola fissa che non conosce eccezioni”. (“Conservare per sopravvivere”, pag. 139)” – ha ricordato Montepulciano, che ha quindi aggiunto:

“Ciò significa che le varie istituzioni pubbliche debbono prendere coscienza e decidersi ad avere, come assessori o consulenti, ecologi e geologi e non affidarsi a periti agrari, agronomi e, peggio ancora, a commercialisti, avvocati e poltronisti in genere. Altrimenti si rischia di devastare ulteriormente la Murgia come è stato fatto da moltissimi anni a questa parte, anche con leggi permissive. Non bisogna più concedere permessi per spietramenti (le leggi che li permettono vanno abolite), costruzione di inutili strade, concessioni di cave, costruzioni di capannoni (a che servono in piena Murgia?), assurde ristrutturazioni di antichi manufatti, come per es. le masserie e quelle casette a forma di trullo, che in effetti vuol dire stravolgimento e delle caratteristiche originali non resta nulla. Una volta estratte con lo spietramento le radici dal terreno restituiscono una gran quantità di carbonio all’atmosfera che diventa anidride carbonica contribuendo al cambiamento climatico. Speriamo non succeda mai più, altrimenti…BLA, BLA,BLA. A questo, poi, si aggiungono i gravissimi danni arrecati dai cinghiali: mangiano tutto ciò che trovano e, per giunta, scavando il terreno con il grugno divorano quanto è per loro commestibile: radici, bulbi, anche di orchidee e alla fine dopo il loro passaggio resta il deserto” – ha detto Montepulciano, che ha così concluso:

Nicola Montepulciano, promotore di iniziative finalizzate a tutelare le querce autoctone del territorio

“E’ augurabile che dopo aver eliminato totalmente questi fattori desertificanti la natura della Murgia torni ad instaurarsi. Un contadino mi disse che le pietre che si trovano nei vari campi, quindi, anche sulla Murgia, erano chiamate “spizzaiacq“, cioè frenano l’effetto dilavante delle piogge quando violenti, che portano via il terreno coltivabile. Sempre sulla Murgia mi capitò di vedere una piccola quercia nata fra due grosse pietre incassate nel terreno, con rametti striscianti al suolo. Rimasi alquanto perplesso. Poi riuscii a darmi la spiegazione. Era successo che una ghianda, portata lì da un uccello da un bosco piuttosto lontano, germogliò e le radici si collocarono sotto le pietre rimanendo così al fresco e godendo anche dell’umidità. Ma non poteva crescere normalmente perché le capre mangiavano i germogli e si ridusse ad una crescita molto stentata. Frequentando la prateria murgiana quasi sempre percepivo un profumo gradevolmente penetrante e stimolante: secondo le mie ricerche quel profumo è determinato dall’insieme di queste erbe: mentuccia nepitella (che nella tradizione andriese è detta “menta della Madonna”), santoreggia pugliese, timo. Chi o cos’ altro ci può regalare un’aria così profumata? Ai lettori le riflessioni sulla nostra prateria murgiana – ha concluso il ricercatore ecologista e conservazionista.

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