Nassiriya, il maresciallo andriese sopravvissuto: “i responsabili sono stati promossi e premiati, sparite le telecamere si sono dileguati”

“I responsabili sono stati promossi e premiati” – sostanzialmente è il messaggio diffuso in un articolo su FanPage che ha voluto rimarcare il Maresciallo Riccardo Saccotelli, andriese, uno dei sopravvissuti della strage causata da un attentato terroristico 15 anni fa. Gli unici ad essere considerati ‘eroi di Nassiriyaʼ sono i responsabili della morte di tante persone”. Saccotelli ha 28 anni quando arriva nel capoluogo della provincia meridionale di Dhi Qar, dove si era stabilito il contingente italiano dell’operazione Antica Babilonia. “Avevamo compiti di vigilanza a strutture civili e militari tipo ospedali, caserme e pozzi petroliferi dell’Eni – spiega il sottufficiale – dovevamo addestrare la polizia irachena e da qualche parte sicuramente erano previsti anche compiti ‘umanitariʼ”.

Dopo venti giorni dal suo arrivo nel Paese mediorientale, due kamikaze a bordo di un camion bomba si fanno esplodere all’ingresso della base che ospitava i carabinieri della Msu (Multinational specialized unit). Il bilancio dell’attentato è pesantissimo: 19 italiani morti, tra cui 12 carabinieri. Saccotelli, il giorno della strage, era di guardia all’entrata della Maestrale. “Erano le 10.30 circa quando all’ingresso ci fu una raffica. Breve. Immediata. Non ebbi il tempo nemmeno di girarmi e urlare buttatevi giù”, è il suo ricordo dei drammatici momenti che seguirono l’esplosione. Riccardo Saccotelli rimane gravemente ferito, vomita sangue. “Fui l’ultimo ad arrivare a Tallil nell’ospedale militare da campo della Croce rossa – continua – nessuno voleva dirmi in che condizioni fossi. Il sangue mi colava dagli occhi, dal naso e dalle orecchie”.

“Due buchi nelle gambe in cui potevo infilare le dita. Ho schegge nel corpo. Una nella gamba che mi dà perennemente dolore. Le ferite nelle mie gambe si sono rimarginate, eppure io quei buchi li vedo ogni giorno pieni di sangue. . Vivere è più difficile che morire. Sopravvivere è devastante. La gente comune pensa che sei un fortunato. Ma non esiste palestra che ti rimetta in piedi dopo una cosa del genere. Nonostante il mio udito peggiori e stia quasi scomparendo tutte queste ferite sono nulla rispetto alla consapevolezza di essere stato tradito dal mio Paese”.

“Squilli di trombe e rulli di grancassa. Poi, sparite le telecamere, si sono dileguati e sono corsi a cancellare le loro responsabilità. Ad oggi gli unici eroi di Nassiriya sono proprio loro, i colpevoli. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo: hanno spacciato croci e medaglie commemorative “di oro” elargite con gran fretta e generosità a chi si è prestato al gioco della retorica, ma le vere onorificenze le hanno avute sono gli imputati, che sono stati addirittura promossi di grado”

“Quella era una guerra. Ed era sotto gli occhi di tutti. Siamo stati considerati vittime fasciste perché ci hanno identificati con la destra al governo che, con l’apparente missione umanitaria, voleva dare una spinta alla retorica populistica, patriottica e nazionalistica di cui si nutre. Non potevamo essere vittime di guerra, perché per la sinistra italiana non eravamo servitori dello Stato ma occupanti mercenari al servizio di un governo di destra. Ricordate i 10, 100, 1000 Nassiriya! Una sola opzione restava possibile: dimenticare Nassiriya e l’Iraq. Lo Stato ne sarebbe uscito comunque salvo, grazie ad una tenace condotta omissiva adottando tutte le misure necessarie per rendersi immune. Sentenze alla mano, ne resta oggi una perfetta e democraticissima auto-assoluzione non priva però di dimostrata colpevolezza. L’Iraq, insomma, è diventato un brutto ricordo da seppellire e rimuovere in fretta e di cui evitare di parlare. Perché la vergogna politica pian piano è diventata bipartisan. Condivisa e coperta dalla legge”  – riporta Saccotelli nell’intervista

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