Ripristinare i querceti nella Murgia di Andria senza tanti soldi? Si può fare! Ecco i tutorial a basso costo di Montepulciano – VIDEO

Nicola Montepulciano posa sotto la grande quercia situata in Contrada Maccarone – Femminamorta (Andria)

“Dopo l’incendio che ha colpito marginalmente il bosco a pineta di Castel del Monte è stato annunciato che si assumeranno vari provvedimenti, alcuni del tutto antiscientifici, antiecologici. Ci sono state poi proteste da parte dei villeggianti per la presenza di rifiuti nel bosco e per altri motivi. Carta, vetro, plastica, metalli, etc., rifiuti che vanno rimossi non perché causa di incendio, ma perché offrono un bruttissimo spettacolo e dimostrazione di mancanza di rispetto della cosa pubblica e della Natura, e non solo da parte dei cittadini!” – a dirlo è l’ecologista andriese Nicola Montepulciano che, nella sua analisi, ha poi proseguito:

“Questi rifiuti sono abbandonati anche ed essenzialmente da chi va a farsi grigliate nel bosco (cum feris gustibus!), con grande rischio di incendio, residuando, pure, pietre annerite, resti di legna non del tutto bruciata, cenere, il tutto ad accrescere lo squallore. Ma a chi tocca vigilare contro questo malvezzo con conseguente abbandono di rifiuti, alla Polizia locale o alla Forestale? E la rimozione dei rifiuti dal bosco a chi tocca? Non ci si riferisce a quelli civilmente conferiti negli appositi contenitori. E  chi deve vigilare per impedire l’accensione di fuochi per un qualsiasi motivo? Una volta accesi, poi, non è possibile non vederli, e nel caso delle grigliate anche l’olezzo può indirizzare verso il fuoco, caso mai non lo si vedesse! Ci sono precisissime  leggi che vietano l’accensione di fuochi come la Legge 6 dicembre 1991 n. 34 che all’Art. 11, lettera m) vieta “ l’uso di fuochi all’aperto”. Sono state mai comminate le severe sanzioni previste per tutti questi reati?” – ha ricordato il nostro concittadino ecologista che ha quindi aggiunto:

“E’ stato annunciato che si vogliono mettere a dimora querce dopo la rimozione di rami e tronchi secchi. Benissimo la piantumazione di querce, malissimo la rimozione di rami e tronchi secchi “per favorire il rinnovo spontaneo delle specie quercine autoctone”. E’ possibile spiegare come rami e tronchi impediscano il rinnovo spontaneo? Già sul finire degli anni ‘80 noi del WWF frequentavamo il bosco per osservazioni e notavamo plantule quercine in buon numero, la maggior parte, però, secche per mancanza d’acqua. In breve, fra i vari provvedimenti possibili per favorire lo sviluppo delle plantule se ne adottò uno che poi descrissi in un articolo pubblicato sui vari network locali e sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Scelta una plantula scavammo una buca accanto per introdurre un tubo di cartone onde versare acqua, che arrivasse alle radici, durante l’estate. L’acqua doveva essere versata una volta alla settimana, frequenza, tuttavia, non proprio rispettata. Fatto sta che a fine estate la plantula raggiunse l’altezza di 1 metro e dopo il secondo anno 2 metri circa. Dopo lasciammo la quercia allo sviluppo naturale (alquanto più lento). Questa modalità può essere adottata sicuramente dall’Ente Parco che ha le risorse per praticarla per tante plantule a costi ridottissimi” – ha ricordato Montepulciano. Proprio in base a questi preziosi consigli, già alcuni anni fa, VideoAndria.com aveva divulgato le informazioni chiave per un tutorial finalizzato alla coltivazione e piantumazione delle piccole querce con una spesa economica ridottissima:

“Come sempre la politica continua a creare solo conflitti nel tentativo becero di affermare una posizione predominante di una parte politica rispetto ad un’altra, magari nel maldestro tentativo di strappare qualche consenso o peggio di difendere l’indifendibile, a sostegno solo dell’aspetto economico piuttosto che ambientale”  – dichiarava infatti in un comunicato l’attivista ambientalista Montepulciano“In nessun comunicato si è considerata la grande valenza ambientale che quel rimboschimento rappresenta, né, tantomeno, ci si è preoccupati di indicarne un’adeguata gestione ecologica. Ed è questo che ci interessa non la difesa degli aspetti speculativi, i contratti, le vicende burocratiche e giudiziarie. Perciò ci permettiamo di dare qualche suggerimento tecnico sulla futura gestione. Il bosco di Finizio non è naturale, ma artificiale, essendo un rimboschimento realizzato, circa 40 anni fa, a conifere e non solo, e come tale va trattato. Ha bisogno di cure particolari. E’ paragonabile ad una coltivazione ad uliveto, a piante da recisione, a particolare produzione di pregio etc, dove la presenza di conduttori specializzati è essenziale”. Video:

“Un bosco artificiale a conifere nel territorio andriese è soggetto ad una lentissima quanto delicatissima evoluzione dovuta al fenomeno della “rinaturalizzazione”, e significa che, pian piano, attraverso delicati interventi fatti, gratuitamente, dalla Natura, si insediano piante tipiche del territorio in cui è stato attuato un rimboschimento. Significa anche un probabile, augurabile ritorno alle condizioni ambientali che vi sarebbero state prima degli sconsiderati interventi dell’uomo: tagli, incendi, pascolo eccessivo, caccia, etc. La pianta boschiva del nostro territorio è la specie quercina roverella (Quercus pubescens Willd, 1805) che da noi forma boschi puri, cioè di sole roverelle. Con questa specie sta avvenendo la “rinaturalizzazione”, fenomeno osservato in tutti i rimboschimenti nel nostro territorio. Con un particolare. In un rimboschimento realizzato vicino ad un bosco di querce roverelle si registra la presenza di numerose plantule quercine che non in quello più lontano. Quello realizzato a Castel del Monte ne presenta moltissime perché ad centinaio di metri vi è un bosco rado di querce. Pochissime a Finizio. Ed è questo l’aspetto che bisogna curare nei due rimboschimenti, e negli altri. Si vieta la caccia, il pascolo per non danneggiare il delicato sviluppo delle plantule”.

Anche la frequentazione umana viene ridotta il più possibile. Per questo si realizzano discreti percorsi pedonali obbligati e si impediscono attività dannosissime quali corse campestri, ciclocross, motocross, pic-nic. Suggeriamo un modo molto semplice per favorire lo sviluppo più veloce delle plantule quercine spontanee che, per vari motivi, legati all’ambiente in cui nascono, crescono lentamente e spesso deperiscono. Molto vicine a queste si inserisce nel terreno un tubo di cartone pressato per introdurre una modestissima quantità d’acqua, che così va direttamente alle radici. In un rimboschimento è sufficiente trattare in questo modo 7-8 plantule ( o di più, se è possibile), ad una distanza minima di 10m l’un l’altra, per 3 o 4 anni. L’acqua va introdotta 1 o 2 volte alla settimana nel periodo che va da maggio ad agosto. Attorno ad ogni plantula così trattata vanno tolte tutte le piante conifere, grandi o piccole che siano e più ancora gli eventuali eucalipti perché sono piante che succhiano acqua da tutte le parti togliendola alle piante vicino, facendole deperire. I risultati sono sorprendenti perché dopo 3 o 4 anni le quercine possono superare anche i 2 m di altezza, dopodiché non avranno più bisogno di aiuto. Dopo altri anni ancora, queste cominceranno a produrre ghiande dalle quali nasceranno nuove plantule. Questo per le generazioni future. E per i piccolissimi di oggi. Anche noi, però, compresi questi ultimi, stiamo già godendo molti vantaggi. E’ un modo, inoltre, per lasciare un pezzo di mondo migliore di quanto lo abbiamo trovato. Come si può notare, le spese sono molto ma molto contenute. Ciò detto, si possono fare tante considerazioni. Ci limitiamo a queste: manca una cultura ambientale vera e spesso predominano interessi e speculazioni di vario genere. Lo stesso Bosco Finizio è attrattivo di finanziamenti che lo rendono appetibile” – concludeva Montepulciano. Non solo: sempre attraverso VideoAndria.com, Montepulciano dimostrò la facilità del riutilizzo di piccoli quantitativi di rifiuti organici privati per la concimazione naturale del terreno:

mandorle-malliTra la moltitudine di rifiuti inspiegabilmente abbandonati per le campagne di Andria e nelle zone periferiche, molti di questi, oltre a dover essere gettati negli appositi contenitori anziché per strada o nelle apposite isole ecologiche, potrebbero diversamente essere riutilizzati dallo stesso soggetto che invece, a causa evidentemente di ignoranza e pigrizia, decide in maniera irresponsabile ed insensata di gettarli per strada. VIDEO:

A parte la questione degli oggetti di plastica che possono facilmente essere riutilizzati anche per altri scopri, o persino della carta attraverso originali creazioni, anche le bucce della frutta potrebbero facilmente essere riutilizzate.  Risulta importante ribadire quest’ultimo concetto,  in base alla cattiva abitudine di diversi agricoltori o sedicenti tali che, noncuranti dell’ambiente in cui vivono, durante le operazioni di raccolta decidono di gettare i resti organici di frutti come le mandorle al fine di sbarazzarsene senza troppi problemi. Bucce che, se utilizzate, potrebbero invece donare nuova vita anche alla stessa piantagione. E’ in questo contesto che il noto ricercatore ed ambientalista Nicola Montepulciano torna a parlare di problemi e risoluzioni circa la qualità e le risorse ambientali del nostro territorio. In una lettera ricevuta dalla nostra redazione, Montepulciano ci spiegava che: “Siamo nel periodo di raccolta delle mandorle e come ogni anno si assiste all’abbandono dei malli (la scorza verde che copre il guscio legnoso) in alcune zone periferiche della città. Non ci è dato sapere quanto antica sia questa pratica rozza, dura a morire, che sta a dimostrare la relativa ignoranza di taluni mandorlicoltori o chi per questi”.

Montepulciano-bucce-compost-andria

“E’ possibile” – prosegue Montepulciano – “che non ci sia stato mai qualche perito agrario, agronomo, o chi altro, che si sia preoccupato di spiegare a costoro che i malli sparsi nei loro fondi sono un buon concime? Dopo due mesi, al massimo, dei malli non rimane la minima traccia perché si sono trasformati in humus, terra. Non solo. In tutto questo periodo i malli svolgono una discreta funzione pacciamante, proteggono, cioè, il terreno dalla insolazione e riducono la crescita di erbe infestanti, fungendo da diserbante naturale. I malli, ancora, costituiscono un buon ingrediente per mangime dei bovini e sicuramente dei maiali e fors’anche di altri animali fra cui i daini ( e i maledetti cinghiali ! ). La nostra mandorlicoltura al momento è in crisi e per questo sono poche le zone periferiche cosparse di malli, ma se dovesse ritornare redditizia dovremmo assistere al demoralizzante spettacolo di quasi tutte le periferie piene di malli? A quei mandorlicoltori che ancora adottano questa rozza pratica si consiglia di comprarsi qualche libro o rivista sui malli per capire come smaltirli naturalmente. Oppure rivolgersi a qualche perito agrario purché competente. Aggiornarsi è cosa buona e utile. A chi di competenza, poi, diciamo che non è affatto difficile acciuffare chi maltratta le nostre periferie, purché lo si voglia. Per ultimo, si invita chiunque non accetta questi suggerimenti a portare i malli all’ isola ecologica. Ma disfarsene così di questo elemento naturale, che è un bene e non uno scarto, è da rozzi e ignoranti in materia” – conclude Nicola Montepulciano.

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