“Veglia di Ulisse”: nastri del tempo, secondo Giuseppe Brescia, di Beniamino Vizzini

Giuseppe Brescia, erede della tradizione filosofica italiana, si occupa nel complesso lavoro “Generazioni del tempo” (Matarrese, Andria 2018) di innumerevoli percorsi e discorsi, tra i quali spicca il rapporto tra Vico e Joyce, in particolare il debito dello scrittore irlandese, di cui scorre l’ottantesimo di “Finnegans Wake” (1939), verso la filosofia italiana. Scelgo questo saggio a campione significativo dell’intiero volume. Giuseppe Brescia immagina, sul paradigma del finale del film “Interstellar”, centrato sul contatto tra padre e figlia, che James Joyce venga a parlargli dall’alto della biblioteca, della propria vita e opera, del ritmo e del tempo, della amata figlia Lucia e delle sorti della civiltà.

In questo saggio c’è quasi tutto lo scibile: i Patriarchi e i fondatori nella storia del pensiero; la bibliografia vichiana e joyciana il più possibile accurata e aggiornata; Nino Frank e Samuel Beckett a Parigi e la prima ‘traduzione impossibile’ di ”Finnegans Wake”; gli archetipi; la quaternità; la donna-fiume; la teoria della storia; il “ricorso”; gli “universali immutevoli” ( “Unravelling Universals”); il tempo nell’opera d’arte; la salute e la malattia; il momento culminante nella catarsi tragica, nelle poetiche antiche e moderne, nell’arte di Caravaggio e nel cinema “arte figurativa”, anche sulle tracce della lezione di Giorgio Bassani e Carlo L. Ragghianti; la generazione italiana del tempo vissuto e la teoria fisica del tempo; il circolo infanzia-maturità e i ricordi della più remota età; l’affetto per i figli e l’evocazione dolorosa e smagliante della famiglia ( “Deh, nonna !” ); il valore dei simboli e della “struttura pro-posta” e non “nascosta” nella grande poesia ( Dante, Pico, Ariosto, Cervantes, Baudelaire, Joyce ), per tacer d’altro.

Si resta come sorpresi e colpiti di fronte a tanto lavoro, come se i numerosi fili della interpretazione si separassero e poi raccogliessero di nuovo nella tessitura della ‘narrazione’. Pure, quasi sùbito si vede che il cuor del cuore di tutta l’opera-mondo sia del Joyce che del nuovo interprete e prosecutore è dato dall’affetto per la figlia. “Portami, o daddy, i dolci dalla fiera”, dicono i figli al padre, l’oste di Dublino alla fine di “Finnegans Wake”. Tutto ciò diventa, dentro la foresta vichiana dei rimandi, “Grazie, Lolly, per i doni natalizi !”, con la eco infinita delle memorie. Ed è questo, in fondo, il ‘sigillum’ spirituale dell’opera dell’ Autore, in una difficile fase storica, in cui l’Europa pare inclinare verso l’abisso ( tragedie personali e collettive, fondamentalismi, disastri ferroviari e catastrofi naturali e familiari, crisi economico-finanziarie, neo-infantilismi portatori di estremismo ideologico, “Fuga dall’ Umano” in senso lato ). Peraltro, interviene ancora sul punto la lezione di “enantiodromìa”, elaborata proprio da Carl Gustav Jung, l’analista che ebbe in cura, senza successo, la figlia del Joyce, Lucia.