Andria: dai daini all’ailanto, esempi di stravolgimento ambientale causati dall’uomo. A distanza di anni, la ricerca di Nicola Montepulciano che fa riflettere

A seguito di episodi di fuga ed incidenti ai danni di daini contenuti un tempo nell’allora fiorente azienda agricola di gestione provinciale e sita nel territorio periferico della città di Andria, il ricercatore ecologista Nicola Montepulciano, ha voluto riproporre il contenuto digitalizzato di una sua personale ricerca, effettuata alcuni anni fa, quando egli ricopriva l’incarico di Presidente della locale sezione del WWF. Attualmente, Montepulciano non rappresenta altro che se stesso e la sua innata passione per la tutela dell’ambiente. Una difesa ambientale che va ben oltre l’atto simbolico, affrontando invece la questione mediante un’ottica prettamente tecnico-scientifica e basata sulla conservazione della biodiversità autoctona, crontrastando invece tutte quelle attività umane capaci di stravolgere potenzialmente (o di fatto) gli equilibri di un intero territorio naturale. Pensiamo oggi ai cinghiali, ma anche, per l’appunto, ai daini e persino ad alcune specie vegetali alloctone e dannose. Sono questi i protagonisti della ricerca che, a distanza di anni, Montepulciano ripropone al blog di VideoAndria.com:

Nella foto: l’ecologista andriese Nicola Montepulciano

“Nell’Azienda agricola provinciale di Papparicotta di Andria, sita sulla Provinciale per Canosa, è esploso il caso dei daini cresciuti in soprannumero rispetto alla sostenibilità dell’area loro dedicata. Trascurando la descrizione del come e perché siano stati introdotti inopportunamente nell’azienda, entriamo subito nel merito. Il daino è un ungulato della famiglia dei cervidi. Gli ungulati (dal latino”ungulatum”, cioè “provvisto di unghie” intese come zoccoli) sono mammiferi che poggiano il proprio peso corporeo sulla punta delle dita, hanno sviluppato, cioè, le unghie a mo’ di zoccoli per proteggersi dall’usura. Il daino non è una specie europea e, di solito, per indicare che una specie animale o vegetale, si trova in un luogo diverso da quello di origine si dice che è una specie “alloctona” o “esotica”. Il daino proviene dalla Turchia, ma diverse fonti riferiscono essere pure originario di Paesi circonvicini. Circa il periodo di introduzione in Italia le fonti sono discordanti. Alcune sostengono essere stato introdotto dagli antichi romani, altre dai normanni (!),etc. La presenza del daino in Italia è sicuramente accertata a partire dal Medioevo”osservava Nicola Montepulciano che, nella sua analisi sulla questione daini ad Andria, proseguì così:

“Come tutte le introduzioni avventate sia di specie vegetali che animali, prima o poi risulteranno dannose per l’ambiente in cui sono stati introdotti, e la natura, come suol dirsi, prima o poi presenterà il conto. In ambito vegetale possiamo citare l’esempio della palma (Phoenix canariensis ma anche altre specie) che introdotta qualche secolo fa in Italia ora è attaccata dal punteruolo rosso (Rhyncophorus ferrugineus . Olivier, 1790), insetti che non trovando in Italia nemici naturali, i cosiddetti “fattori limitanti”, sta facendo strage di palme, con inutili tentativi di lotta da parte degli esperti. Secondo il mio modestissimo parere, prima o poi potrebbero sparire dall’Italia. Speriamo bene. Altro esempio di introduzione di specie vegetale che è si rivelata dannosissima per la flora italiana è costituito dall’ailanto (Ailanthus altissima (Miller ) Swingle), originario della Cina. E’ fortemente competitivo con moltissime specie vegetali italiane sino agli 800- 1000 m e poco alla volta si sta sostituendo alle nostre querce, sicchè non avremo più querceti ma “ailanteti”. Ecco cosa si legge a pag. 92 del mensile “Airone”n. 35 marzo 1984 a proposito dell’isola di Montecristo, dichiarata “Riserva Naturale biogenetica” dal Consiglio d’Europa:”…l’ailanto introdotto nell’isola oggi risulta gravemente infestante e costituisce un esempio evidente del profondo sovvertimento ambientale che l’introduzione di una specie esotica può provocare. L’eliminazione dell’ailanto è un problema tra i più seri ed urgenti da risolvere nel quadro generale degli interventi volti al ripristino ecologico. Se la pianta dovesse continuare a svilupparsi si arriverebbe a ottenere in pieno Mediterraneo un’isola ricoperta da una vegetazione maleodorante, caratteristica dell’Estremo Oriente”. E Fulco Pratesi su Airone n. 37 del 1984 a proposito dell’isola scrive: ”… secondo me l’ailanto ha quello spaventoso sviluppo perché non trova la macchia mediterranea a contrastarlo. Dato che le capre appetiscono il leccio ed il corbezzolo e non gradiscono lo schifoso ailanto è chiaro come quest’ultimo abbia preso il sopravvento. Se si arrivasse a ridurre drasticamente il numero della capre di Montecristo, la macchia riprenderebbe fiato e per l’ailanto non ci sarebbe più spazio”. Sin qui gli esperti. Personalmente, sulla possibilità che la macchia natia mediterranea possa contrastare da sola l’ailanto, ho molti dubbi. Posso citare esempi di alcune nostre aree protette dove l’ailanto è entrato con successo in competizione con specie locali” – riportò Montepulciano che, nella sua ricerca, proseguì così:

Un esemplare adulto di ailanto (fonte foto embed: wikipedia.org)

Nell’area protetta della dolina carsica di Gurgo di Andria, allorquando nel 1992-93 conducemmo un censimento delle piante presenti nell’area, non v’erano ailanti e la vegetazione era rigogliosissima. In un podere contiguo alla dolina, in seguito, chissà come, si svilupparono alcuni ailanti. Oggi la dolina è letteralmente invasa da giovani alberi di ailanto. Nella dolina, protetta dal Corpo Forestale dello Stato, non c’è pascolo. E non è la sola area invasa dall’ailanto. Ora sta attaccando quasi tutti i boschi di querce roverella nel territorio di Andria. Bisogna eliminarlo completamente e l’unico modo è quello sostenuto dal direttore della Riserva Naturale di Montecristo: eliminarlo del tutto. E, secondo me, vanno estirpate anche le radici perché la capacità pollonifera di questo albero è spaventosa. Un altro esempio addirittura dannoso per la salute umana è rappresentato dall’introduzione di cipressi americani e dell’Asia orientale, che provocano in milioni di italiani allergia da pollini di cipresso, proprio nel periodo autunnale e invernale. Questa concomitanza temporale ha fatto si che i medici impazzissero nel porgere le giuste cure ai pazienti perché convinti che si trattasse di raffreddore e non di rinite allergica da pollini di cipresso. Fintantochè un medico barese ha scoperto il tutto, proponendo le giuste cure, fra cui, oltre al vaccino, quella di eliminare più che si può i cipressi alloctoni. E’ diventato il maggior esperto di allergie da pollini di cipresso, venendo consultato in tutta Italia nei vari congressi. Domanda:

Se il WWF si batte per la difesa dell’ambiente, lo fa per migliorare la qualità della vita dell’uomo. Ma se per difendere una specie animale o vegetale si producono danni all’uomo, come si può sostenere di migliorare la qualità della sua vita?
Un esempio di completa eliminazione di una specie animale esotica ci proviene dall’Inghilterra. Come in Italia, anche in Inghilterra fu introdotta la nutria dal Sud America per ricavarne pellicce (castorino). Sfuggita agli allevamenti la nutria si insediò lungo le rive dei fiumi, massacrando piante ripariali e alterando le rive. I danni sono stati così ingenti che si decise di eliminarla completamente e così fu fatto. Se non sbaglio, gli stessi danni sta producendo sulle rive del Tevere. Che si aspetta ad intervenire? Ancora. Vari anni fa fu introdotto in Italia lo scoiattolo americano, diverso per colore della pelle e per abitudini alimentari da quello italiano. In pochi anni ha quasi distrutto lo scoiattolo italiano e per l’opposizione degli animalisti non si può procedere alla eliminazione di quelli americani e si corre il gravissimo pericolo di perdere la nostra specie di scoiattolo. Potremmo, così, avere l’Italia piena di scoiattoli americani, abbondantissimi in America, e con la specie italica estinta. E’ giusto far estinguere una specie animale per sempre per fanatismo o incompetenza? Questo per spiegare i danni che possono derivare dall’introduzione di specie animali o vegetali esotici. E il daino è una di queste specie esotiche: non ha un proprio habitat definito, si adatta a qualsiasi ambiente, ma preferisce aree boschive di latifoglie nelle quali siano presenti radure o spiazzi aperti, mentre evita le zone montane innevate. La sua diete varia a seconda delle disponibilità stagionali:

Un esemplare maschio di daino (foto embed: wikipedia.org)

erba, germogli, foglie, frutta nel periodo primaverile- estivo, ma anche funghi di ogni specie sia velenosi che mangerecci. Ama cibarsi della corteccia di giovani alberi e questo lo rende dannoso nelle zone di rimboschimento e ovunque vi siano giovani alberi. Il daino viene allevato in cattività sia per uso culinario, sia per essere tenuto come animale ornamentale da giardino. Una alta densità di popolazione determina nell’areale di presenza ingenti danni alla vegetazione. E’ una specie a basso rischio di estinzione. In Europa la maggior parte delle popolazioni vive in aree protette; solo in alcune aree del Regno Unito e dell’isola di Rodi si trova ancora allo stato selvatico. In pratica si può affermare che la quasi totalità della sua attuale distribuzione geografica è dovuta all’uomo ed è per questa ragione che il daino lo si trova in moltissimi Paesi introdotti di recente. E’ stato introdotto in Canada, Cile, Isole Fiji (pazzesco), Sud Africa, Nuova Zelanda, Australia, Peru’, Uruguay, Piccole Antille, Stati Uniti. Questo perché è una specie estremamente adattabile. Ma mentre lo stato della popolazione nei Paesi un cui è stato introdotto tende sempre a superare i limiti della sostenibilità dell’ambiente in cui su trova, in Turchia, il suo paese di origine, è quasi sull’orlo dell’estinzione. Infatti, rimane solo una popolazione di 30 individui nel Parco Nazionale di Termessos e circa una decina di individui allo stato brado (questa popolazione ha una particolare rilevanza perché rappresentante dell’intero popolo anatolico di daini). Anche nell’isola di Rodi il daino è a rischio in quanto è molto attivo il bracconaggio e gli incendi ogni anno ne uccidono una buona quantità. In Italia le cose stanno così. Il daino si è rivelato una specie iperpascolante e anche brucante. Si nutre con questa progressione: normalmente di erba e di tutto ciò che offre la terra. Quando vi è scarsità si nutre di arbusti, esauriti questi può nutrirsi delle foglie e dei frutti che trova sui rami più bassi che può raggiungere con insistiti salti, brucando rami situati più in alto della sua statura. Tutto questo unito alla sua grande prolificità porta alla desertificazione del territorio in cui viene incautamente introdotto” – osservò Montepulciano, che proseguì:

E’ molto competitivo nei confronti di tutti gli altri ungulati. Se in un dato territorio abitato da un certo numero di cervi di specie autoctona si introducono i daini , dopo diversi anni si assiste ad un decremento del numero di cervi e ad un aumento di quello dei daini. Nell’alto Medioevo il cervo era diffuso nell’intera penisola italiana, quindi era presente anche in Puglia. La crescita demografica, i diboscamenti, l’espansione dell’agricoltura, l’allevamento, la caccia hanno ridotto la distribuzione e la consistenza del cervo. Nel Rinascimento i cervi scomparvero da gran parte di pianure e colline e nel XIX secolo con l’uso delle armi da fuoco, il cervo scompare nell’intera penisola,tranne che nelle zone paludose del delta del Po ed è qui che sopravvive l’unico nucleo del cervo italiano autoctono. Nelle Alpi, scomparsi i cervi autoctoni, sono tornati per ricolonizzazione spontanea dalla Svizzera, Austria, Slovenia. La zona in cui sopravvive l’unico nucleo autoctono è quella del “Gran Bosco della Mesola” gestita dal Corpo Forestale dello Stato. Ma anche qui il numero dei cervi tipicamente italiani è in continuo calo. Perché? Perché fino al 1965 ci furono ennesime discutibili introduzioni di daini sicché nel 1970 si arrivò ad avere 250 daini e appena 40 cervi. Nel 1972 una dozzina di cervi riuscì a penetrare in un’area centrale della Mesola dove la mancanza di daini, i pascoli più estesi permise ai cervi di stabilizzarsi su una cinquantina di capi fino al 1988; ma una sciagurata penetrazione di daini ed il bracconaggio ridusse a tutto il 1988 i cervi da 50 a 15. Domanda:

“ E’ giusto perdere la specie italiana di cervo per una specie alloctona come il daino”? L’aspetto gentile e indifeso del daino porta ad un senso di protezione da parte dell’uomo, in questo spinto dalla pluriennale diffusione di sdilinquenti cartoni animati disneyani, in cui il Bambi, cioè un piccolo di daino, si trova sempre in pericolo, e alla fine, dopo aver versato abbondanti lacrime, i genitori riescono a ritrovarlo. Tutto questo ha portato ad un “tenerume d’accatto” nei confronti del daino e animalisti e non, lo difendono senza che abbiano mai studiato la sua etologia ed ecologia. E proprio questo sta succedendo in Andria per i daini dell’azienda di Papparicotta. All’annunzio di voler eliminare diversi daini per gli enormi guasti che hanno procurato nell’ambiente in cui vivono, abbiamo assistito ad una insensata opposizione di associazioni ambientaliste, i cui componenti si sentono in grado di poter dire la loro sol perché hanno una tessera, e di privati cittadini, tutti, ovviamente, a digiuno di studi sui daini. Si è pensato, allora, di affidarli a masserie didattiche e ad agriturismi, sotto controllo periodico degli organi preposti. Idea per niente accettabile (e non ha funzionato) per vari motivi. Una vera masseria didattica non dovrebbe avere animali esotici, diversamente dovrebbe chiamarsi “Piccolo zoo”. Una buona masseria didattica dovrebbe seguire in tutto e per tutto l’esempio della “ Masseria Carrara” del WWF, sulla validità della quale mi sembra inutile soffermarsi. Altro motivo che rende impraticabile l’idea di affidarli a masserie didattiche e agriturismi è costituito dal fatto che si vorrebbero sottoporli a controlli. Come se non bastassero i gravosi e numerosi obblighi burocratici. Aiuterebbero la Provincia a liberarsi da costi economici gravosi, e li si vorrebbero sottoporre a controlli! Assurdo. E tutto questo trascurando altre osservazioni. Il parco dell’Alta Murgia ha manifestato l’idea di volersi prendere cura dei daini procedendo alla sterilizzazione. Mi sembra poco convincente per le grandi spese per la sterilizzazione e poi aspettare che dopo anni e anni muoiano. A parte i danni per la vegetazione nella territorio loro riservato, ci sono spese per la recinzione. Ogni daino ha bisogno di un ettaro, i daini sono 171 quindi si dovrebbero recintare 171 ettari. Tutto questo senza contare il controllo periodico delle condizione di salute.” Quando poi arriva il momento di fine vita non si potrà certo lasciarli morire in lenta agonia. Sarebbe crudeltà. E allora si ricorrerà al veterinario per l’eutanasia e via con altre spese per la carcassa. E tutto questo fino a quando non sarà scomparso l’ultimo daino. Ci si rende conto di quante spese si devono affrontare per degli animali che non appartengono alla nostra fauna?” – riportò ancora Montepulciano nella sua ricerca, che continuò così:

“A meno che, dopo averli sterilizzati, non vengano messi in libertà per essere cacciati dai predatori. E quali? Il lupo? Mi sembra poco probabile visto che di lupi ce ne sono ancora pochi. Più probabile mi sembra possano finire preda di cani randagi e così si darebbe loro buona carne e tanta salute per continuare a figliare nuovi randagi. Secondo me ci sono varie ipotesi tutte praticabili. Si possono regalare daini agli agriturismi e masserie, si fa per dire, didattiche senza obbligo di spesa alcuna, salvo il trasporto a loro carico e senza controlli e loro poi decidono cosa farne. Se ne possono dare altri agli allevatori, tanto, checché se ne dica, in Italia si vende la carne di daino ad uso buongustai. Si può decidere, inoltre, per un abbattimento selettivo da parte degli esperti e non dei cacciatori. Tutto questo sino alla loro completa eliminazione. Leggo sul quotidiano “Primapagina” che nel 2012 una quindicina di capi finirono in aree dell’Osservatorio faunistico di Capitanata. Per me è un errore. Non c’è alcuna necessità di studiare proteggere i daini. Non ci appartengono, punto e basta. Tornando al Parco dell’Alta Murgia , tutti i soldi che si vogliono spendere per i daini è più utile spenderli per studiare la possibilità di introdurre una coppia di caprioli garganici e una di cervo italico, specie in pericolo di estinzione. Ma accanto a questi animali si dovrebbero impiegare soldi per salvare la “gallina prataiola” (Tetrax tetrax), tipica abitante della nostra Murgia, se ancora ve n’è qualcuna. Altrimenti si dovrebbe provvedere alla reintroduzione dopo accuratissimi studi e ricerche. E questo il WWF lo sa fare benissimo, perché se ne occupa da molti anni, e può ben offrire collaborazione al Parco. Battiamoci per questi scopi” – concluse l’allora Presidente del WWF, Nicola Montepulciano. Sempre il ricercatore ecologista – ancora oggi autonomamente attivo nell’ambito della diffusione di comunicati relativi alla conservazione della biodiversità autoctona, citò poi alcuni studi dell’ecologo KAI CURRY-LINDAHL tratti dal capitolo settimo “GLI ANIMALI” paragrafo “ Gli habitat” a pag. 180 del suo libro “ CONSERVARE PER SOPRAVVIVERE “:


“La sopravvivenza degli animali selvatici è subordinata alla conservazione degli ambienti che rispondono alle loro esigenze vitali. Nel linguaggio ecologico e zoologico il termine habitat, o biotopo, indica il tipo d’ambiente in cui vive un dato organismo. Il fatto che ogni specie preferisca un habitat particolare dice generalmente che quella data area rappresenta, se non l’optimum delle condizioni ambientali, per lo meno quelle più favorevoli possibile per le sue necessità. Del resto sono ben poche la specie che trovano in un habitat le condizioni ottimali per tutte le loro funzioni.
Di solito uno stesso habitat ospita una miriade di specie o di popolazioni animali, le quali sono collegate da svariati rapporti reciproci e tutte insieme formano una comunità. Interrelazioni analoghe le mettono in rapporto con le piante e con gli organismi non viventi che si trovano nel loro habitat. Non solo, ma ogni specie funziona come una componente del sistema di conversione entro il proprio habitat. Ed è questa complessità a spiegare il motivo per cui è virtualmente impossibile prevedere nei dettagli quello che accadrà quando un habitat viene perturbato o alterato artificialmente.
In condizioni naturali lo sviluppo consecutivo che ha luogo negli habitat segue un proprio corso spontaneo e culmina di frequente nella fase definita climax. Là dove predomina l’influenza dell’uomo, per contro, si instaura un processo consecutivo innaturale, che non di rado si conclude con la distruzione d’una biocomunità altamente organizzata. Troppi esempi offerti da ogni parte del mondo dimostrano in quale modo gli habitat e gli ecosistemi vadano in rovina per effetto dei fattori umani come ad esempio l’eliminazione degli animali selvatici , l’introduzione di specie esotiche sia vegetali che animali (come pini, cipressi, ailanti, eucalipti, palme e cinghiali,daini nel nostro caso [N.d. r.]), il ricorso agli incendi, i metodi agricoli e l’ipersfruttamento a pascolo per il bestiame cui si aggiunge l’eccessivo calpestamento del terreno. Come si diceva nel capitolo precedente, è facile che gli habitat sottoposti all’azione di uno o di parecchi fattori innaturali degenerino e che l’erosione del suolo li riduca alla sterilità ( ciò che sta succedendo a causa dei daini a Papparicotta [ N. d. r.]. Alcune riflessioni finali espresse allora da Montepulciano:

“fino ad alcuni anni fa si vendeva la cosiddetta pelle di daino per pulizie domestiche ed anche per pulire le auto. Oggi, per gli stessi usi, si vendono pezzi di stoffa artificiali, frutto di ricerca scientifica di nuovi materiali, non so quanto smaltibili o riciclabili. – Non è raro sentire da parenti e amici che visitano i paesi del Nord che in quelle regioni si nutrono anche di carne di daino” – aggiunse l’ecolosta andriese. Ancora una volta, il blog di VideoAndria.com ringrazia il nostro concittadino, nell’auspicio che i suoi sforzi possano essere oggetto di riflessione da parte dell’intera comunità e delle istituzioni territoriali.

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