Andria: “l’azienda Papparicotta non va svenduta, va rivalutata con apicoltura per dar lavoro ai giovani” – le osservazioni di Nicola Montepulciano

Da tempo si sta discutendo sul destino dell’azienda agricola “Papparicotta“, un tempo – quando gestita dalla Provincia di Bari – fiore all’occhiello di un territorio cosciente delle proprie ricchezze e oggi vittima di una situazione stagnante che rischia di svendere il grande patrimonio culturale e dall’alto potenziale produttivo. Da struttura finita nel dimenticatoio, l’azienda potrebbe rinascere con l’introduzione di strumenti per l’apicultura (e la produzione di miele nostrano), allevamenti biologici nonchè un possibile centro recupero animali selvatici e ricerche nell’ambito della botanica. Elementi elencati dal ricercatore ecologista Nicola Montepulciano che sollecità così le istituzioni al fine da salvaguardare anche l’occupazione per i più giovani:

“LA VENDITA DELLA “TENUTA” PAPPARICOTTA, OVVERO LADRI DI STORIA DI ANDRIA La decisione di vendere (o svendere?) la storica Azienda Agricola Papparicotta di Andria mostra parecchi aspetti poco piacevoli per noi andriesi. I politici della BAT forse hanno poca cognizione dell’immenso valore di tutta la “tenuta” di Papparicotta e degli enormi vantaggi per i giovani e per l’incremento dell’economia locale. Non è dato sapere il loro grado di conoscenza sull’agricoltura moderna, come anche sulla ecologia pura, classica, quella, cioè, degli ecosistemi e quindi dei servizi ecosistemici, che Papparicotta offre in abbondanza. Ancora. Se è vero che fra i componenti della commissione per la vendita-svendita della “tenuta” non c’è nemmeno uno di Andria, è chiaro che non v’è, come suol dirsi, quel “senso di appartenenza” verso la nostra città, quel sano campanilismo, che, partendo dalla conoscenza, sotto vari aspetti, del nostro territorio, può portare a nuovi sviluppi che possono essere culturali, economici, civili, sociali, etc. migliorando, così, la qualità della vita” – osserva Montepulciano, che ha poi proseguito:

“Il non aver inserito un andriese, o non attendere che vi sia, nella commissione svela menefreghismo, antipatia, se non proprio odio latente nei confronti della nostra città. Come spiegare la triste vicenda del Centro Ricerche Bonomo? Come spiegare quella, pure triste, dell’Istituto Tecnico Agrario? E il tentativo, per fortuna non riuscito, di trasformare in parcheggio auto il podere Agresti necessario per la formazione pratica degli studenti dell’Agrario? Hanno mostrato, cosi, l’alta considerazione che hanno della scuola. Questo per il passato e con altri politici. Ora è la volta dell’Azienda Papparicotta e questa decisione rivela un altro aspetto: la non conoscenza della sua storia e quindi il non rispetto di una parte, alquanto significativa, della Storia di Andria. Brevissimamente. Nel 1872 l’Amministrazione provinciale deliberava di acquistare dal demanio comunale di Andria per la somma di Lit. 358.585,40 (da pagarsi in 18 anni) l’ex convento dei Benedettini, presso il Santuario di S. Maria dei Miracoli, con le “tenute” di “Tavernavecchia” (di ettari 228,26) e di “Papparicotta” (di ettari278,20), per destinarlo a “Colonia agricola” per 150 alunni e i loro insegnanti e sorveglianti. (P. Petrarolo -“Andria dalle origini ai tempi nostri, 1990). Il suolo, molto fertile, fu ricavato, presumibilmente, nel 1865 (salvo mie ulteriori ricerche) diboscando una rara quanto bellissima formazione vegetale a “macchia ad olivastro” con ampi tratti boscati a roverella, quercia tipica, caratteristica di Andria e suo simbolo floristico, formazione che, seppur molto ridotta, possiamo ammirare ancora oggi. Infatti, un tratto a dx della “tenuta”, ci offre un incredibile residuo lembo di bosco con ben 5 colossali superstiti querce plurisecolari, lembo che armoniosamente cede, in un vastissimo spazio aperto, il posto alla rara quanto bellissima macchia ad olivastro, che improvvidi, voraci e dannosissimi daini stanno distruggendo forse definitivamente. Nella “tenuta” vi è un edificio grandissimo con una bella facciata; vi sono tante stanze da poter adibire a vari usi, oltre che ad uffici. A dare un piccolo tocco romantico a questa parte della “tenuta” vi sono resti di costruzione, esempio di architettura contadina che, forse, contiene una neviera e che se restaurata costituirebbe una meraviglia nella meraviglia. Questo angolo della “tenuta” va lasciata intatta e un occhio attento può cogliere un particolare sorprendente:

le maestose querce, che vegetano in quel lembo originario di bosco fra ben visibili massi affioranti di autentica Murgia, sono accanto alla strada provinciale Canosa-Andria e si può sentire il ronzio delle auto ma come molto distante, non fastidioso. Natura e artificio. Notevoli le attività agricole e di allevamento un tempo praticate. Vi si allevava, tra l’altro, una razza pregiata di pecora e mi fu detto da un ex dipendente dell’Azienda che l’intero gregge fu portato altrove da un politico (non mi volle dire il nome), senza motivo alcuno. (Mi parlò anche di “menefreghismo amministrativo e disfunzioni dappertutto”). Qualche anno prima rinvenni nella Biblioteca comunale di Andria un periodico degli anni ‘60 dell’Istituto Agrario dove si descriveva la ricerca di un gruppo di studiosi-ricercatori che ottennero una buona qualità di mozzarella, o altro formaggio, da una miscela di latte bovino – caprino. Sicuramente erano animali allevati nell’Azienda. I ricercatori invitarono pastori e casari a fare altrettanto, ma questi, ingrugniti e diffidenti come sempre, poco inclini al nuovo e alla sperimentazione, rifiutarono. Tre o quattro anni fa, in un programma scientifico televisivo fu dato l’annuncio, con molto rilievo, della stessa identica scoperta fatta da altri ricercatori. Che rabbia! I ricercatori andriesi l’avevano già scoperto da oltre 50 anni. Come si può salvare l’attuale identità dell’Azienda? Prima di tutto allertando tutte le associazioni ambientaliste e tutti quei cittadini che hanno a cuore la sua sorte, per organizzare manifestazioni di protesta e dire a quei politici che sono poco graditi. E come utilizzare al meglio e modernamente la “tenuta”? Senza stravolgere nulla dell’esistente e senza toccare la conduzione agricola, si può invitare una associazione ambientalista (ad es.: LIPU o WWF) per creare un centro recupero animali feriti ed eventualmente un’oasi naturalistica. Queste associazioni sono in grado di ottenere (rozzamente “intercettare”) fondi dalla Unione Europea nell’ambito dei progetti “LIFE 2000”. Migliaia e migliaia di euro e lavoro giovanile qualificato. Vi è spazio sufficiente per invitare i giovani, che lo desiderino, a mettere a dimora, a titolo gratuito, decine e decine di arnie per produzione di miele. Non si produce mai abbastanza miele:

più se ne produce e più ne occorre. Il miele italiano è forse il migliore al mondo. Altro lavoro per i giovani e in luogo protetto dai ladri. Si possono (si devono) riprendere gli allevamenti di animali di razza pregiata e promuovere la ricerca di razze autoctone pugliesi o locali. Particolarmente utile l’allevamento di asine per la produzione di latte d’asina, sempre tanto richiesto e dai prezzi alquanto elevati. Tanto, tanto lavoro per i giovani. Si può dedicare una piccola parte della “tenuta” alla coltivazione di frutti o ortaggi rari di Andria o in via di estinzione. Personalmente sono riuscito a trovare un’antichissima mela di Andria, che matura fra giugno e luglio e se degustata a giusta maturazione ha un sapore fra mela e pera dolce, ma anche gradevolmente acidula” – ha osservato Montepulciano. La foto del melo selvatico in questione:

“Ci fosse stato il Centro Bonomo avremmo, forse, tante belle conoscenze su questo frutto. Se la Natura l’ha creata un’utilità per l’uomo ci dovrebbe essere. Un altro frutto da coltivare, raro ma non in via di estinzione è l’azzeruolo, si dovrebbe reperire la varietà locale. Per un niente mi sono perso altri due frutti in via di estinzione, se non proprio estinti. Siamo nel campo della << diversità genetica delle colture agricole>>. Mi fermo qui, aggiungo solo che Papparicotta potrebbe ospitare periodicamente una o due giornate per lo scambio di semi o piante locali rare o in via di estinzione e deve rimanere pubblica a beneficio dei giovani andriesi coraggiosi e di buona volontà. Ce ne sono” – ha concluso l’ecologista Nicola Montepulciano.

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