Andria: quando Halloween non esisteva c’era “addij addij all’urt…”

Ricordo d’infanzia di Michele Guida, (Vice Presidente della Pro Loco di Andria), “quando non esisteva, per noi, Halloween ma addij addij all’urt…”:

“Quanto sopra per la riscoperta delle nostre antiche tradizioni in uso fino agli anni ’50/60

Quando non si conosceva ancora la festa di Halloween, la nostra tradizione popolare ci ricorda quello che succedeva durante il mese di novembre, mese di commemorazione dei defunti. In questo periodo dell’anno, gruppi di bambini si riunivano la sera per girare le strade della città, intonando il seguente ritornello: Addij addij a l’urt, ascenn l’alm d’ l’ murt, c’ na’ la vu dè, mou la vengh a begghiè!!!”

“Solitamente i ragazzini si recavano davanti alle abitazioni degli zii, dei nonni, degli amici di famiglia, dei conoscenti, ed è qui che intonavano questa simpatica filastrocca. La nenia era accompagnata dal suono, o meglio dal rumore, di un inconsueto e rudimentale strumento musicale “u zinnannè” costruito con i fondi in stagno dei lumini votivi, recuperati nel cimitero, oppure con le scatolette vuote dei lucidi per le scarpe. Se ne schiacciavano i bordi fino ad ottenere dei dischetti ai quali si creava un foro al centro servendosi di un chiodo, scelta una buona quantità di questi, si infilavano in un filo di ferro resistente e si chiudeva la sommità ad uncino per mettere di infilarvi un dito che serviva a scuotere l’aggeggio, ecco fatto “u zinnannè”.

 

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“A questo strumento molto spesso si aggiungevano altri ricavati sottraendo dalle cucine delle proprie mamme dei coperchi di pentole che venivano battuti a mò di piatti (della banda) e qualche vecchio tegame (u’ cacavid) che rovesciato veniva battuto, come un tamburo, con un pezzo di legno. Tutti questi rumori servivano a dar forza al canto della nenia per richiamare l’attenzione dei padroni di casa. Ovviamente, se la porta non si apriva alla prima intonazione del canto, si insisteva con una seconda ed una terza aumentando il volume ed il rumore degli arnesi con i quali ci si accompagnava. Quando finalmente la porta si apriva, generalmente la padrona di casa, riconoscendo nel gruppetto il nipote o il figlio di amici “u k’mbaridd”, lo si faceva entrare in casa e gli si metteva nella bisaccia una manciata di fichi secchi, mandorle, noci, un paio di melegrane, melacotogne e persino qualche carruba (l’ p’stazz). Quando la bisaccia risultava ormai ricca di queste delizie, tornati a casa, si organizzava u’ ch’ c’ nidd, ovvero, ci si riuniva intorno al fuoco per gustare insieme i doni ricevuti”.

“Attualmente, questa nostra antica tradizione, che durava durante tutto il mese di novembre, è stata sostituita dalla notte di Halloween, ovvero la sera che precede la festa di tutti i Santi. Quest’ultima tradizione ha avuto risvolti consumistici, i ragazzini infatti girovagano travestiti da zombie, streghe, mummie, ecc e al grido: “Dolcetto o scherzetto?”, ricevono, nella migliore delle ipotesi, merendine e cioccolate delle migliori marche, dimenticando i sapori e profumi della nostra tavola”.

“Perché permettiamo che la nostra storia locale venga offuscata dall’introduzione di feste che non appartengono alla nostra cultura? Alla fine, cosa ha di più Halloween rispetto a “addij addij a l’urt? A questo punto dovremmo chiederci: quale delle due festività è nata prima? Come diceva “qualcuno”: ai posteri l’ardua sentenza!”

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