Perché c’è siccità in Puglia: Nicola Montepulciano ricorda fiumi e laghi scomparsi “serve rimboschimento per facilitare precipitazioni”

Nella foto, il ricercatore ecologista andriese Nicola Montepulciano.

Perché in Puglia siamo costantemente a rischio siccità? Perchè fiumi e laghi che potrebbero aiutarci nel colmare la richiesta di acqua (ed al contempo aiutare l’agricoltura e il prolifelarsi di flora e fauna locale) sono ridotti per numero e dimensioni se non addirittura scomparsi del tutto nell’arco delle ultime epoche storiche? Perché la presenza di alberi è proporzionalmente collegata al fenomeno della mancanza d’acqua? A queste domande risponde ancora una volta il ricercatore ecologista andriese Nicola Montepulciano il quale ci ha aiutato nuovamente ad aprire gli occhi, consentendoci di riflettere nuovamente sull’importanza dei rimboschimenti a favore della sopravvivenza di un’intera regione. Le riflessioni di Montepulciano sono arricchite da molteplici ricerche menzionate in questo suo intervento che pubblichiamo integralmente qui sotto. Non mancano menzioni storiche sulla città di Andria e su alcuni comuni del barese. Questioni che tutti dovrebbero conoscere non solo per non dimenticare il passato ma anche per aiutarci, al contempo, ad individuare possibili soluzioni alle sfide che ci riserva un futuro per nulla facile dal punto di vista ambientale:

“Quando si vuole affrontare il problema della siccità molti vanno alla ricerca di soluzioni rapide, a base di cemento, e non si preoccupano di risalire alle cause che l’hanno provocata, onde adottare vere soluzioni. Dimostrano così di non capire niente di ecologia. Si pensa semplicemente alle “carenze infrastrutturali, reti colabrodo che fanno perdere l’89% della pioggia, aree a rischio in Puglia”…, e ancora: “ servono interventi di manutenzione, risparmio, recupero e riciclaggio dell’acqua” ( che, sebbene poco per volta, si stanno realizzando, n.d.a.) e poi si arriva alla “proposta di un piano infrastrutturale per la creazione di invasi che raccolgano tutta l’acqua piovana (se e quando piove) che va perduta e la distribuiscano quando ce n’è poca”. Ma ci si è mai chiesti perché non piove, qual è la causa prima della siccità?” – si chiede Montepulciano che ha poi aggiunto:

“Le risposte ce le danno gli ecologi e gli storici. Kai Curry Lindahl, ecologo svedese di fama mondiale, nel suo libro “Conservare per sopravvivere” (1974), dice:<< L’acqua dolce, per quanto si autorigeneri incessantemente e sebbene sia distribuita su tutto il pianeta, si rinnova attraverso un processo assai complesso, che si collega con gli elementi fisici e biotici (ecosistemi n.d.a.) della terra. Questo significa che lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali influisce sulle precipitazioni atmosferiche. La siccità si va diffondendo. Regioni che in passato ricevevano abbondanti piogge annuali oggi sono minacciate dalla scarsità d’acqua. E’ un fenomeno che si verifica in tutto il mondo, tranne là dove esistono grandi boschi. Può darsi che vi sostenga la sua parte anche il mutamento climatico, però è difficile che sia soltanto quest’alterazione ad avere effetti tanto catastrofici. L’uomo ha aggravato le ripercussioni negative distruggendo le risorse rigenerabili (es.: ecosistema bosco, n.d.a.) e riducendo la resistenza che l’ambiente era in grado di opporre alla siccità>>. L’ecologo americano Eugene P. Odum nel libro “Basi di ecologia” (1992, ristampa), dice << L’eliminazione del manto vegetale (boschi n.d.a.) e pratiche di sfruttamento del terreno che lo hanno impoverito, ne hanno distrutto la struttura (es.: spietramento n.d.a.) e incrementato l’erosione, ne hanno accelerato a tal punto il dilavamento che regioni con piovosità normale sono diventate zone desertiche. La costruzione di bacini artificiali per aumentare le scorte d’acqua e l’irrigazione, utili quanto si vuole, non devono essere considerate come sostitutive di sane pratiche agricole e gestionali del patrimonio forestale…. Chi pensa che ogni straripamento ed erosione e ogni problema relativo all’uso dell’acqua possa essere risolto costruendo dighe o qualsiasi congegno meccanico, potrà conoscere l’ingegneria ma non conosce l’ecologia>>. Il poeta latino Orazio definì la Puglia povera d’acqua. Le mie ricerche, riflessioni, accanto alle ben più importanti notizie degli studiosi di storia smentiscono l’affermazione di Orazio. In “La sete in Puglia da Orazio al 1914” del Prof. Vito A. Sirago, Ord. di Storia Romana presso l’Università di Bari (Convegno EAAP 1992), si legge:

“Che fiumi e altri corsi d’acqua funzionassero a dovere è dimostrato dall’archeologia e da varie notizie letterarie: un canale interno navigabile funzionava tra Salapia e Siponto; un emporio esisteva ancora al tempo di Augusto sull’Ofanto a 6 o 7 km da Canosa, permettendo di comunicare col mare aperto; il fiume Pactius scorreva a sud di Trani; il fiume Japix (oggi Picone) funzionava a nord di Bari, scendendo da Minervino e raccogliendo una serie di affluenti tra Palo e Bitetto; il fiume Galeso scendeva nel Mar Piccolo di Taranto (il fiume esiste ancora oggi, ma molto mal ridotto). Al tempo di Orazio tutto questo esisteva ancora. “Esistevano ancora gli invasi di acqua piovana, qua e là all’interno … Palombaio, invaso d’acqua che dissetava volatili ed altri animali. Molti invasi naturali sono ricordati un po’ dappertutto, oggi definitivamente scomparsi, come il Lago della Selvella e il Lagopetto a Grumo. Cioè la situazione idrica della Puglia, malgrado i lamenti di Orazio, era nel mondo romano molto migliore che ai tempi nostri”. Posso aggiungere che in Andria vi era un invaso di acqua piovana detto “Sant’Angelo al Lago” e il fiume (o torrente?) Aveldium, oggi scomparsi” – ha aggiunto Montepulciano che, interpellato da VideoAndria.com, ha precisato come il laghetto pluviale si trovasse all’incirca li dove oggi sorge piazza Caduti di Nassirya (nei pressi di via Murge e non lontano dal transito del canalone Ciappetta-Camaggio):

Straboneprosegue Montepulciano nella sua analisi – “dice che il Salento era ricco di pascoli e di foreste (questo è una notizia importantissima ai fini della presenza d’acqua in Puglia). “Le acque in Puglia ai tempi di Orazio c’erano ma mal distribuite e male utilizzate” a causa delle continue guerre e conseguenti distruzioni e abbandoni di centri abitati, che non permettevano adeguate organizzazioni sociali. Fu al tempo di Nerone (della Gens Domitia) che si diede attenzione alla situazione idrica e sotto i suoi immediati successori si costruì un famoso acquedotto a Canosa, una grande cisterna a Ruvo, Egnatia e altre località. A Brindisi fu utilizzata una “famosa sorgente che sboccava al naturale”. Infine sappiamo di un altro acquedotto costruito a Taranto nel IV sec. Periodo di corretta gestione dell’acqua. E questo fino al VII sec. quando, purtroppo, calarono Longobardi e Bizantini, sfruttatori di popoli, che pensavano solo a ricavare il massimo dalle terre, devastando il territorio, provocando di nuovo siccità. Ma con l’avvento degli Arabi ci fu un ritorno alla floridezza: “introdussero la noria, scavarono pozzi, coltivarono ortaggi, piantarono moltissimi alberi da frutta”, diedero forte sviluppo nella parte rivierasca della Puglia, attirando le popolazioni dell’interno verso la costa. Quando, dopo 27 anni, tornarono Bizantini e Beneventani nel vedere questo ben di Dio pensarono bene di non modificare nulla perché altamente redditizio e questo costituì una forza economica anche per Normanni, Svevi e via dicendo. Comunque, fra alterne vicende, compreso l’atroce sfruttamento del popolo da parte degli Aragonesi, si arrivò sino al Settecento. “L’Ottocento sconvolse ogni regola, in cento anni la popolazione si triplicò, raggiunse i due milioni e mezzo e creò una “infinità di problemi”, soprattutto quello idrico. La crescita demografica provocò fame di terre, il bisogno di allargare le coltivazioni portò a una spaventosa riduzione dell’area verde (boschi n.d.a.) con connessa umidità: spesso nei boschi c’erano invasi di acqua piovana o addirittura sorgiva”. Tutto scomparso, prosciugato. Insomma, l’acqua c’era, ma il diboscamento e l’eliminazione degli invasi naturali ridussero enormemente l’umidità della regione. (Per umidità, in questo caso, si intende l’acqua nelle sue varie forme: invasi di acqua piovana o di sorgive, laghi, laghetti particolari come quelli temporanei di Conversano, tuttora esistenti, protetti dal WWF, fiumi anche di piccolissima portata, sorgenti, polle, acqua trattenuta dalle piante che poi immettono nell’aria mediante l’ evapotraspirazione, etc.). “Si riattarono vecchie e si costruirono nuove cisterne, pubbliche o private, unico sistema di facile esecuzione”. Ma le prolungate siccità per le cause suddette, portavano a secco cisterne e riserve d’acqua. “Sovente avvenivano, verso la fine del secolo, siccità spaventose, che si risolvevano con disperate processioni in onore di una o dell’altra immagine religiosa”. Con la costruzione dell’Acquedotto Pugliese il problema si risolse, ma solo in parte perché comunque l’acqua scarseggia, soprattutto nelle campagne, per mancanza di piogge e, di tanto in tanto, i nostri rubinetti restano a secco, infrastrutture o non infrastrutture. Conseguenza dirette dei continui e pazzeschi diboscamenti furono e sono le alluvioni, ma di questo si parlerà in seguito. Preme qui sottolineare che la prima carenza vera è la scarsità di boschi, bisogna rimboscare a tutto spiano e si deve considerare il rimboschimento come una delle grandi opere necessarie, altrimenti il problema siccità non si risolverà mai e si riverserà non solo sui nostri nipoti, ma anche bis, trisnipoti e oltre. Sarebbe opportuno considerare il recupero delle numerosissime cisterne (“pescare”) disseminate nel territorio pugliese, attuando così anche opera di conservazione del patrimonio architettonico rurale pugliese. Ma il primo pensiero deve essere rivolto al rimboschimento per avere pioggia, perché se non piove come si fa a riempire dighe, cisterne e rifornire laghi, laghetti, pozzi, sorgenti, fiumi, etc?” – conclude Montepulciano.

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