Storia di Andria: quando la “febbre infernale” uccise 47 sacerdoti e il Duca fuggì in “lockdown” a Castel del Monte. Similitudini tra la peste del 1656 e la pandemia del 2021 in una ricerca di Nicola Montepulciano

In molteplici circostanze, si definisce quella riscontrata in questo periodo storico un fenomeno eccezionale e tendenzialmente senza precedenti. Tuttavia, è ancora una volta la Storia a far comprendere come il fenomeno delle pandemie mortali abbia accompagnato nei secoli anche la città di Andria. Nella sua ricerca personale, il nostro concittadino Nicola Montepulciano ha voluto sottolineare similitudini, non solo metaforiche, riguardanti una tragica moria di peste avvenuta nel corso del 1656 (una delle varie malattie riscontrate nel corso dei periodi storici anche da cronache storiche ma, almeno in questo caso, caratterizzata da descrizioni particolarmente dettagliate anche grazie alle documentazioni più recenti e menzionate da pubblicazioni dell’800 rispetto ai fenomeni pandemici più antichi) e la pandemia riguardante la diffusione del nuovo coronavirus, scientificamente attribuita al fenomeno della sindrome da Covid-19. La ricerca di Montepulciano comincia così:

“L’attuale pandemia (= malattia contagiosa con tendenza a diffondersi rapidamente attraverso vastissimi territori o continenti) trova molte analogie con quella della peste (malattia contagiosa trasmessa all’uomo dai topi e, purtroppo, non ancora debellata) che si verificò nella nostra città nel 1656 e descritta nei minimi particolari dal Canonico D’Urso nella sua “STORIA della CITTA’ DI ANDRIA” (1842):

Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, 1656, Napoli, Museo nazionale di San Martino

” …Ma l’epoca che segue fu l’epoca delle lagrime e dello spavento ( esattamente come quella che stiamo vivendo oggi ). Apparso il flagello l’Agosto del 1656, videsi aggredito il Regno ( di Napoli, ndr ) dalla ferocia di un male che sembrava sbucato dal Tartaro ( luogo dell’aldilà sotterraneo nella mitologia greca e romana, per quello dei nostri giorni possiamo ben dire sbucato dalla Cina) per distruggere l’umanità. Non affacciavasi appena una pustola nerognola detta “bubone”, in qualunque parte del corpo, che subito sopraggiungendo una febbre infernale (oggi diremmo iperpiressia), lasciava il paziente decotto, cadavere. In questa città incrudelì tanto questo flagello, che nello spazio di sei mesi contò la morte al di là di quattordici mila vittime, in modo che Andria, la quale numerava ventidue mila anime, rimase difalcata di due terzi (sopravvissero soltanto 7 – 8 mila andriesi. Parlando del Covid estendendo il quadro in tutta Italia, ad oggi ci sono 133.000 decessi, Andria, purtroppo, ne conta molti). Per arrestare questo torrente non vi fu riparo. I periti dell’arte salutare invano si affaticavano ad escogitare ed applicare rimedii: anzi essi furono i primi a caderci (proprio come ai giorni nostri: tanti infermieri e medici morti per aver contratto il Covid mentre prestavano la loro opera). Contro l’ira del Cielo invano si oppone, e stupida pargoleggia ogni umana scienza! ( oggi, per nostra grandissima fortuna, non è più così: l’umana scienza riesce ad opporsi a molti flagelli seppur dopo molte ricerche che richiedono tempo, anni). Dai rappresentanti della Città si presero tutte quelle precauzioni, che il bisogno in tali sciagure propone (oggi mascherine, distanziamento, pulizia e disinfezione delle mani, igienizzazione degli ambienti, etc)” – ha ricordato Montepulciano, proseguendo così la sua ricerca:

Il medico della peste, acquaforte di Paulus Fürst, 1656 (da J. Columbina). I medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali e guanti protettivi, e adoperavano un bastone per il contatto col malato. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.

“Furono segregati gl’infetti dai sani (oggi, isolamento); ed a questo scopo venne destinato, come per lazzaretto, quel camerone attaccato alla Chiesa de’ Padri Osservanti di S. Maria Vetere( con un po’ di fantasia, diremmo che venne allestito un reparto infettivi ). Ma riuscirono anche inutili questi provvedimenti perché gli assaliti dal contagioso “bubone”, per non essere condannati ai lazzaretti, si celavano e così campeggiava sempre più la strage ( potremmo pensare un po’ ai no vax). Finalmente quando si vide dilatato l’esterminio, si ricorse alle violenze. Dovunque trovansi coloro, che dall’aspetto appariva esserne attaccati, a viva forza erano spinti in quei luoghi. Di continuo si vedevano per le strade i libitinari (addetti ai servizi funebri) raccogliere la messe della sventura (i morti), e correre a depositarla in quegli antichi fossati, o granai, che questa città teneva nel suo dintorno. Ne furono riempite a ribocco (= oltre il limite della capienza ) sette cisterne nelle adiacenze del Carmine ed altre tre nelle vicinanze di S. Lucia (questa descrizione induce a ricordare, in campo nazionale, quelle strazianti riprese televisive delle lunghissime file di camion militari per il trasporto delle bare di morti per Covid, e in campo locale, l’intervento di un impresario di onoranze funebri col quale esternava il suo profondo sconforto e dolore per i tanti morti per Covid nella nostra città, in solitudine, lontani dagli affetti, senza una lacrima versata sulla bara dai congiunti, perché così impone la legge e perché, talvolta loro stessi positivi al virus o in quarantena – “ mai vista una cosa simile” riferiva l’impresario ). Continuando col D’Urso:

“Non è da passarsi sotto silenzio lo zelo, e pietà del Vescovo Monsignore Ascanio, il quale non cessò mai visitare il tugurio ed il burrone e per apprestare il sollievo temporale alla indigenza, e per non far mancare gli spirituali sussidi ( il pensiero va subito alla Caritas e ad altre associazioni di volontariato odierne). Dalla sola Cattedrale si contarono morti quarantasette Sacerdoti (moltissimi sono i Sacerdoti in tutta Italia morti per Covid e purtroppo anche Andria conta Sacerdoti morti per la stessa tragica causa). Tutte le famiglie facoltose, abbandonarono i loro tetti in Città, si ritirarono nelle Casine di Campagna ( lockdown volontario o confinamento); dove furono anche in parte scemate e molte subito si restituirono in patria pel bisogno de’ Sacramenti. La famiglia Ducale, lasciando qui due de’ suoi Uffiziali a dispensare ai bisognosi il vitto, (l’equivalente attuale del Reddito di Cittadinanza, anche se, purtroppo, disonesti, nefandi e turpi individui ne approfittano a scapito di chi è nel bisogno,- Colletta alimentare, etc.) essa tutta confugiò nel Castello del Monte, in unione di molti altri notabili Andriesi, ove dimorò per sei mesi in perfetta sanità ( effetto positivo del lockdown). Non mai si stancava frattanto il pio Pastore col Clero offrir voti all’Altissimo, unico rimedio in tali sventure, affinché avesse liberato queste contrade da un sì acerbo castigo (descrizione che fa ricordare la supplica di Papa Francesco al Signore nel tardo pomeriggio del Venerdì Santo 2020 in piazza San Pietro in una commoventissima celebrazione, trasmessa dalla televisione, sotto un cielo che si tinse di un azzurro intenso). Prosegue il D’Urso:

Il Castel del Monte a fine ‘800: l’aspetto non restaurato dell’epoca si avvicinava molto probabilmente all’aspetto del maniero federiciano nel 1656, anno della moria di peste che colpì Andria.

“Nel Dicembre si scoperse un riparo creduto alquanto efficace, e consisteva nell’applicazione del fuoco sul comparso ‘ bubone’. A molti riuscì con questo mezzo scampare la vita; ma doveva applicarsi all’istante dell’apparizione della pustola; altrimenti non vi era più da sperare. Ma siccome non a tutti affacciavasi in parti visibili, e né tutti sapevano tollerare questa scottatura, principalmente le donne, ne avvenne con ciò che la morte non avesse incontrato un forte ostacolo al suo taglio” ( chi non ricorda i fantasiosi rimedi suggeriti per scampare il Covid tipo bere acqua, il fumo per combattere il virus, etc? ). La descrizione prosegue col miracolo concesso da S. Sebastiano che nel Gennaio 1657 liberò Andria dalla peste “dietro un pubblico voto fatto al glorioso S. Sebastiano, e che perciò ne era stato eletto per Patrono meno Principale, mentre ne’ luoghi limitrofi la strage era nel suo maggior fermento – ha concluso Montepulciano.

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