Kant e Schelling: la genesi della ‘filosofia positiva’ nel saggio sul ‘male radicale’, di Giuseppe Brescia

Kant-e-SchellingKant e Schelling: la genesi della ‘filosofia positiva’ nel saggio sul ‘male radicale’, di Giuseppe Brescia. Nelle dense pagine de “Il male radicale nella natura umana”, Prima parte de “La religione entro i limiti della semplice ragione” (1792, tutto sommato, data l’importanza, non molto commentate nella letteratura italiana sul tema, ad eccezione di Piero Martinetti 1928-1942; Ada Lamacchia 1965-1969; don Italo Mancini 1975 e poi nelle nostre edizioni A. Poggi-Marco Olivetti 1941-1980, G. Durante 1943-1990, Piero Chiodi 1970 e Massimo RoncoroniVincenzo Cicero 2001 ), sta scritto: “Se invece si ritiene che la natura umana possa essere conosciuta meglio nello stato di civiltà ( nel quale le disposizioni umane hanno la possibilità di svilupparsi in modo più compiuto), non si potrà fare a meno in tal caso di ascoltare una lunga e malinconica litania di lamenti dell’umanità: contro la subdola falsità che s’insinua persino nell’amicizia più intima, tanto che la moderazione nelle confidenze reciproche, anche dei migliori amici, viene annoverata fra le massime universali della prudenza nei rapporti sociali abituali; contro una tendenza che spinge colui che ha ricevuto un beneficio a odiare il suo benefattore, per cui chi fa del bene deve sempre rassegnarsi a essere odiato; contro una cordiale benevolenza, la quale tuttavia non manca di osservare che ‘nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è qualcosa che non ci dispiace del tutto’; e contro molti altri vizi nascosti sotto la maschera della virtù, – per non parlare poi dei vizi esibiti alla luce del sole, al punto che ormai si definisce uomo perbene un uomo cattivo della classe sociale superiore-: e alla fine si troveranno così tanti vizi della cultura e della civiltà (i più offensivi e umilianti di tutti), che volentieri si distoglierà lo sguardo dal comportamento degli uomini per non cadere noi stessi in un altro vizio: la misantropia” ( ed. Bompiani ci., p.103).

Ora Kant, per cui persiste la dottrina cristiana del “peccato originale” e l’antitesi tra il “principio buono” e il “principio cattivo” nella natura umana, in questo luogo direttamente o indirettamente allude ad Aristotele, Cicerone e ai moralisti francesi del Seicento, segnatamente al La Rochefoucauld del frammento sulla cosiddetta “gioia del male”, non a caso testualmente riferito con le virgolette interne: “Nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è qualcosa che non ci dispiace del tutto”.

Ma i commentatori non risalgono alle fonti e non delucidano il complesso contesto. Lucrezio nel “De rerum natura” aveva dipinto lo spettacolo del naufrago cui assistiamo – beati – a volte dalla riva ( “Suave mari magno”..). La Rochefoucauld spiega questa disposizione scoprendo che noi sentendoci esenti dal male sopportato dagli amici possiamo poi esternargli conforto, e dunque metter in risalto la nostra benevolenza ! Magmatica disposizione del manzoniano “guazzabuglio del cuore umano” ! Croce, nei “Frammenti di Etica”, in “Etica e politica”, dedica un paragrafo al gran tema. In fondo, ha ragione il filosofo triestino Carlo Antoni, quando definisce il Seicento la “grande stagione intermedia, etnografica e psicologica, tra Umanesimo e Storicismo”: stagione di cui appunto il La Rochefoucauld ( con La Bruyere e Vauvenargues, ma anche con gli andriesi Ettore Tesorieri e Torquato Accetto, ed il bolognese Malvezzi ) è gran testimone ( cfr. i miei “Questioni dello storicismo”. I-II, Galatina 1980-81; “Tempo e Libertà!, Manduria 1984 e il progetto de “I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male”). Ma qui si vuole porre l’accento sul paragrafo IV. “L’origine del male nella natura umana”, dello stesso saggio kantiano ( saggio che costò, tra l’altro, gravi rischi di reprimende e censure al filosofo di Koenigsberg ). Ed è il punto in cui si dice: “”Essa può essere considerata o come origine razionale o come origine temporale.

Nel primo significato si considera semplicemente l’esistere dell’effetto; nel secondo l’accadere dell’effetto, il quale perciò, in quanto evento, viene riferito alla sua causa nel tempo” ( op. cit., 117). Ma dire: “l’esistere dell’effetto” equivale a rispondere, teoreticamente, alla domanda: “Che cosa è una cosa?” ( l”essenzialismo’ superato, appunto, dallo Schelling; e poi sapientemente criticato nella modernità da Popper e dalla scuola austriaca di economia, Von Mises e von Hayek in testa ). E dire invece: “l’accadere dell’effetto” ( dunque il riferirsi alla “sua causa nel tempo”, che va inteso – diceva Rosario Assunto – come “temporaneità” non “temporalità” ) significa rispondere alla domanda: “Come si attua una cosa?” Dunque, il grande Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, quando nel 1809 scrive le “Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana e gli oggetti ad essa connessi”, oltre che al mistico Baader risale a Kant (cfr., tra l’altro, l’edizione Strummiello, Bompiani 1996, p. 173 ).

Prof Giuseppe BresciaMa il punto, che non è stato finora adeguatamente notato, è proprio che dall’analisi della fenomenologia del male ricava la enucleazione della sua “filosofia positiva”, quella del “secondo” Schelling ( Croce ) o dell’ultimo periodo del filosofare, attenta cioè a vedere “in atto” come si attui una cosa; non più soltanto “in potenza” come si definisca una realtà. Certo, agisce qui anche il retaggio della “Metafisica” di Aristotele, con la differenza tra potenza e atto; ma in un senso diverso, di inaugurazione della moderna “fenomenologia”, e poi di venature “esistenzialistiche”, che verranno per la prima volta assorbite dal danese Soren Kierkegaard, stanco ascoltatore del filosofo idealista in Berlino, all’epoca della grandiosa “Filosofia della rivelazione”, dove con ritmo triadico Schelling vedeva dispiegarsi l’opera di Dio nelle varie forme del mito e della religione. “Hanno mangiato del mio pane!”, amava ripetere il vecchio Schelling, in proposito. Ma nella infinita catena della deduzioni e diramazioni concettuali, egli pure aveva “mangiato il pane” dell’orologiaio di Koenigsberg: solo che aveva filtrato in trasparenza metodologica i due aspetti del male, ricavandone uno spunto geniale per la interpretazione complessiva del “mondo della vita” ( cfr. il mio “Il vivente originario”, Albatros, Milano 2013 con prefazione di Franco Bosio, “Alle fonti della vita”).

Giuseppe Brescia – Libera Università ‘G. B.Vico’ – Andria