I nuovi “Ossessi”, di Giuseppe Brescia

In Occidente, da noi, la ‘generazione’ degli anni Settanta del secolo scorso conosceva singolarità tragiche, esattamente a un secolo di distanza dalle prove altrettanto cruciali e decisive, vissute nel terrorismo e nel nichilismo russo, e rappresentate artisticamente da Padri e Figli di Ivan Turghenev e dai Demòni, o dagli Ossessi che dir si voglia, di Fedor Dostoevskij. Già in Memorie di una casa morta (1850), Dostoevskij ( 11 novembre 1821 – 9 febbraio 1881 ) aveva definito: “Ci sono persone simili a tigri assetate di sangue. Chi ha provato una volta questo potere, questa illimitata signoria sul corpo, il sangue e lo spirito di un altro uomo come lui, fatto allo stesso modo, suo fratello secondo la legge di Cristo; chi ha provato il potere e la possibilità senza limiti di infliggere il supremo avvilimento a un altro essere che porta su di sé l’immagine di Dio, costui, senza volere, cessa in certo qual modo di esser padrone delle proprie sensazioni. La tirannia è un’ abitudine; essa è capace di sviluppo, e si sviluppa fino a diventar malattia. Io sostengo che il migliore degli uomini può, in forza dell’ abitudine, farsi ottuso e brutale fino al livello della bestia” ( nella traduzione di Alfredo Polledro, per la gloriosa “B.U.R.”, Milano 1950, alla p. 243 ). Dove Dostoevslij si riferiva al comportamento assunto dalle guardie nel periodo di deportazione in Siberia, dopo l’arresto subìto nel 1849, per aver preso parte – con il gruppo Petracevskj – al circolo dalle idee progressiste, e quando era stato ‘graziato’ dalla minaccia di fucilazione comminatagli; ma, da autentico ‘spirito religioso’, riconosceva un tratto universale della abiezione dis-umana, la aspirazione “tirannica”, come “abitudine, capace di sviluppo e che si sviluppa fino a diventare malattia”, qualificando così una fenomenologia comune alle condotte terroristiche estreme.

Il filosofo e teologo Romano Guardini, nel suo Il mondo religioso di Dostoevskij ( Morcelliana, Brescia 1951 ), dirà: “Nell’opera di Dostoevskij non vi è nessuna figura di un certo rilievo, nessun avvenimento di una certa importanza per la vicenda narrata che non siano, immediatamente o mediatamente, pieni di significato religioso. In ultima analisi, i personaggi di Dostoevskij sono determinati da motivi o da potenze religiose; le loro decisioni più profonde vengono di là”. Ciò è rappresentato nei carteggi e diari, e specialmente nei grandi romanzi d’idee ed uomini Delitto e castigo, la storia dell’assassinio della vecchietta incolpevole da parte di Raskolnikov (1865-1866), L’idiota ( esaltazione dell’idealismo del protagonista, del 1868 ), i Demòni (1871) e i Fratelli Karamazov (1879-1880), nel decennio focalizzato per il proprio “antagonismo filosofico” da Rosario Assunto, in Libertà e fondazione estetica ( Bulzoni, Roma 1974, pp. 131-134 e passim ): come se, cent’anni innanzi rispetto a codeste restituzioni e testimonianze filosofiche, si potessero ben leggere le tracce del movimento nichilistico e terroristico, che venivano ancora infiammando gli anni post-sessantotteschi dello scorso secolo.

Nella figura di Petr Stepanovic Verchovenskj, Dostoevslij ha inteso universalizzare, infatti, la parabola dell’anarchico russo Sergei Necaev. Nel personaggio della nobildonna Varvara Petrovna, è simbolizzata – una volta per tutte – la figura della gentildonna salottiera e à la page, fautrice di idee progressiste ( come lo saranno, poi, donne della nobiltà e dei circoli culturali milanesi o romani, che emargineranno gli intellettuali liberi come Assunto o Macèra, Pomilio e Gianfranceschi, Vittorio Sermonti ed Ellemire Zolla, Francesco Mercadante e Vittorio Mathieu, Indro Montanelli o Alberto Ronchey ). Mentre Nikolai Stavrogin, il figlio di Varvara Petrovna, brillante libertino e viaggiatore annoiato dal mondo che lo circonda, costituisce il prototipo del nichilista, che aderisce al moto cospiratorio, il cui ‘leader’ intellettuale è Sigalev. Questi vagheggia, a sua volta, una società totalitaria, la cui popolazione è asservita ad una cerchia ristretta di dominanti, impossessatasi del potere per mezzo della penna e della privazione della libertà, sempre nella prospettiva della rivoluzione socialistica.

Del gruppo dell’associazione dei “Demòni”, fanno parte anche Ivan Pavlovic Satin, studente sovversivo; e Aleksej Nilic Kirillov, campione di nichilismo, assertore della liceità del suicidio, in prospettiva decisamente anti-cristiana. Asserto ideologico dei Demòni è, pertanto: “l’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente. Anche il mondo si trasformerà, e si trasformeranno le azioni e i pensieri, e tutti i sentimenti”; con una proclamazione di cui alcuni interpreti hanno inteso enucleare le anticipazioni nietzschiane ( Givone, Pareyson, Bachtin ): ad esempio, per la figura del “super-uomo”, in Raskolnikov o Stavroghin; o la “teoria dell’eterno ritorno”, presso Kirillov nei Demòni e lo starec Zosima nei Fratelli Karamazov; e la tesi della “morte di Dio”, in alcune parti e dialoghi dell’ Idiota. Ma, al di là di codesti apporti ermeneutici, la parabola dostoevskiana risulta potentemente attuale oggi, quando – a quarant’anni dall’ assassinio terroristico dell’onorevole Aldo Moro – si è assistito ad un suo “secondo” seppellimento, con atto d’ingiuria verso l’uomo politico italiano e le vittime altrettanto incolpevoli della di lui scorta ( scritte offensive; giustizia ‘riparativa’ ma senza ombra alcuna di ‘pentimento’ da parte dei colpevoli; falso legalismo nel voler riascoltare tutte le campane testimoniali; parole spietate e nichilistiche di alcune componenti della colonna armata delle Brigate Rosse, onde la personalità dello statista rappresenterebbe addirittura “questa figura stramba”, “martire” ma di “mestiere”; e così via).

Secondo Luciano Pellicani, siamo in presenza di sopravvivenze della “gnosi”, ossia della visione palingenetica e dogmatica del mondo, sorretta della ambizione di voler “tutto distruggere”, per poter tutto ricostruire, nel segno di una “utopia” fanatica e totalitaria, onnicomprensiva e empiamente religiosa. Tutto ciò legittima la denuncia dei grandi dissidenti anti-marxisti, quali Vladimir Bukovski e Valerj Buyval, secondo i quali ogni “utopia”, “any utopia”, riveste sempre caratteri illiberali e negativi; persino oltre la pur generosa nostra ammissione della possibilità di discriminazione interna tra Utopia degli antichi – Distopia dei moderni ( Guglielmi, Andria 2002 ). Comunque sia di ciò, “Fanatismo” risponde esattamente a quanto denunziava, da testimone di libertà, Arthur Koestler in Buio a Mezzogiorno ( “Darkness at Noon” ): con prontezza notato dal Croce. Tutt’altra cosa dalla vena autenticamente religiosa di Fedor Dostoevskij, che opponeva un drammatico “Non è così ! Non è così !” al programma anarchico, contenuto nelle lettere di Leone Tolstoj, il quale negava la divinità di Cristo, i dogmi del peccato originale e della religione ortodossa, rivendicando un Cristo solo caritas e amore ( Tolstoj e Dostoevskij. Lettere perdute ( e salvate) sulla fede, in Utopia degli antichi – Distopia dei moderni, Andria 2002, cit., pp. 61-80, in base al Carteggio confidenziale tra Tolstoj e Alexandra Andreievna, la cugina che fungeva da ponte verso il cristianesimo e la vena religiosa di Dostoevskij, Einaudi, Torino 1943 ). Pochi giorni dopo la sconvolgente lettura delle lettere tolstoiane trasmessegli dalla cugina, Dostoevskij stesso morì ( 9 febbraio 1881 ). Aveva dato lo spunto storico della battaglia della Beresina del 1812, citata nelle splendide Notti bianche del 1848 a Tolstoj, per il programma “1805” di Guerra e pace. Aveva tratteggiato i lineamenti del fanatismo e del materialismo nichilistico: “Ha insultato la società! Verchovenskj !”, sentenzia Varvara Petrovna nei Demòni. Dove, per di più: “Sigalev ha inventato l’uguaglianza. – Ciascuno appartiene a tutti e tutti a ciascuno !”; perfezionando così, se si potesse dire, l’affresco storico e psicologico di Ivan Turghenev in Padri e figli ( 1862 ), coniatore del termine stesso “nichilismo”, fondato sul “caso Basarov”. “Guardate cosa fanno i vostri nichilisti !”, si sentì dire l’autore di fronte a un incendio doloso in Pietroburgo, smentendo la profezia di Baden-Baden: “Chi fra venti o trent’anni si ricorderà di tutte queste tempeste in un bichier d’acqua – e del mio nome – con o senz’ombra ?” Chi se ne ricorda, e sempre ricorderà, è il pensiero critico e liberale, non solo negli autori già più volte riscontrati, o magari neanche nelle polemiche giovanili degli anni Sessanta con Stefano Miccolis sulla categoria della politica come regno della “forza” e la categoria dei “distinti” in Croce ( polemica cui alludevo chiaramente, riprendendo in tono diverso il “Non è così ! Non è così !” di Dostoevskij, nelle Lettere perdute (e salvate) sulla fede ); ma anche, e soprattutto, nella critica di Manlio Ciardo alla “politica come categoria onnivora dello spirito” ( Il moderno Principe, Sansoni, Firenze 1974, pp. 103-120 ), donde si liberano i tratti salienti dei “nuovi Ossessi”: falsa idea di “progresso”; “fanatismo”; “spietatezza” come calcolo onnivoro della politica e della egemonia; critica al “cretinismo parlamentare”; premesse assolute, fideistiche e dogmatiche del totalitarismo.

In effetti, a proposito della idea di progresso, “Il quale – Ciardo riprendeva Croce da La storia come pensiero e come azionedel 1938 ( p. 39 ) – non ha niente da vedere con la volgare ricerca del piacere e della felicità; tanto che si potrebbe del pari, se così piacesse, definirlo un progresso nel sempre più alto e più complesso umano dolore”.
Mentre, a proposito del Comunismo dalla teoria alla prassi, è obbligatorio risalire a Lenin ( Manlio Ciardo, cit., pp. 65 sgg. ). ”La forza suprema dell’intelletto di rivoluzionario di quest’uomo consiste, appunto, nella impassibile, fredda, spietata concatenazione delle deduzioni astratte praticizzate”: “L’insegnamento di Marx – così Lenin – è infallibile perché vero, completo, simmetrico, perché offre una visione integrale del mondo, è irreconciliabile con ogni superstizione, con ogni reazione, con ogni difesa dell’oppressione borghese”. Per di più: “L’opera rivoluzionaria di Lenin obbedisce a una logica centrale, che è la logica della società comunista, la quale nasce e deve nascere costitutivamente tirannica, senza mai poter dire se e quando, essa, pur restando società comunista, possa cessare di esser tirannica. (..) E gli eresiarchi e i rinnegati si mandano al rogo, o, com’egli diceva, al muro, sotto il fuoco del plotone d’esecuzione.Cosa, quest’ultima, che egli, com’è risaputo, effettivamente fece, con la freddezza del logico che applica un teorema, con l’inflessibilità del credente nella Necessità – Verità dell’onnipotenza dello Stato, unico redentore degli uomini dal loro inesorabile fato di malvagità; al modo stesso ( si badi ) in cui Ignazio di Loyola, a suo tempo, per il medesimo fine, credette esser Necessità – Verità – l’onnipotenza del Papato” ( Ciardo, cit., pp. 75 sgg. ). Memento sempre attuale, a proposito di talune ricorrenti affermazioni pontificali, connesse alle premesse dogmatiche del totalitarismo comunistico e terroristico.

Notevole rimane, in questa chiave, il drastico giudizio del Lenin sul “cretinismo parlamentare”, espresso tra l’altro nella lettera al Comitato Centrale del Partito del 26-27 settembre 1917 ( cfr. Il marxismo e l’insurrezione, in La rivoluzione d’ottobre, “paperbacks marxisti” n. 5, Newton Compton, Roma 1972 ). “Considerare la Conferenza democratica come un parlamento srebbe l’errore più grave, sarebbe, da parte nostra, cretinismo parlamentare della peggior specie perché, anche se la Conferenza si proclamasse parlamento, e parlamento sovrano della rivoluzione, non potrebbe egualmente decidere nulla: la decisione suprema sta fuori della Conferenza, nei quartieri di Pietrogrado e di Mosca”: ossia nel “proletariato rivoluzionario” ( ibidem ).

Da ultimo, ma non in ultimo, anche a commento delle incredibili affermazioni di ex terroristi, i quali caelum non animum mutant, affermazioni riportate sul “Messaggero” di Roma del 18 marzo 2018, giova ricordare che, se Feuerbach scriveva “”Dove si trova quest’ unione di cuore e di cervello ? La Prussia ha il cervello ma non il cuore, l’Austria ha il cuore ma non il cervello” ( Briefwechsel und Nachlass, I 215 sgg. ); Ciardo esplicita: “Oh, il candido e ingenuo ingegno filosofico del Feuerbach non sapeva che colui che ha la capacità e volontà di farsi capo indiscusso e dogmatico di un popolo, non ha né può avere alcun ‘cuore’ morale, ma, se mai, il ‘cuore’ antimorale del despota, vale a dire, in realtà, solo il ‘cervello’ come impassibile calcolo degli atti che conducono a un potere assoluto” ( pp. 114 sgg. ).