I nuovi “Ossessi”, di Giuseppe Brescia

Nel periodo tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento, si segnalò l’opera di traduttrice dei grandi scrittori russi della poetessa Enrichetta Capecelatro Carafa Duchessa d’Andria ( Torino 12 settembre 1863 – Napoli 5 marzo 1941 ), di nobili natali, discendenti per parte di madre da Antonio Ranieri, passata a Roma nel 1877 e poi a Napoli nel 1885, dove sposò Riccardo Carafa, conte di Ruvo e Duca d’Andria, nonché Senatore del Regno e studioso  di storia patria. Socia della napoletana Accademia Pontaniana, Enrichetta fu poetessa nelle Rime del 1892 e specialmente in Aliga verde  e Sogno d’alba ( come riconobbe il Croce in “La Critica” del 1911, IX, pp. 16-20 ); nelle Fiabe ( Parigi, s.d., ma 1906 ) e in Le favole comuni e meravigliose ( Napoli 1918 ), sino al romanzo Rovine di stelle  ( Napoli 1928 ) e alle importanti memorie ‘ pontaniane’ Spigolature nietzschiane ( “Atti”, LV, 1925, pp. 6-20 ) e Una famiglia napoletana nell’Ottocento ( “Atti”, LVI, 1926, pp. 37-57 ). Amica dell’andriese Giuseppe Ceci e del Croce, tradusse instancabilmente tutto Tolstoj; le Novelle di Anton Cecov; i Ricordi della casa dei morti del Dostoevskij; Taras Bulba e Il cappotto di Nikolai Gogol; il Boris Godunov di Puskin, dando un fondamentale contributo alla reciproca conoscenza delle culture latina e slava. Tale apporto investe appieno la storia delle idee.

In Occidente, da noi, la ‘generazione’ degli anni Settanta del secolo scorso conosceva singolarità tragiche, esattamente a cent’ anni dalle prove altrettanto cruciali, vissute per il terrorismo e il nichilismo russo, artisticamente rappresentate da Padri e Figli di Ivan Turghenev e dai Demòni, o  gli Ossessi che dir si voglia, di Fedor Dostoevskij.

Già in Memorie di una casa morta  (1850), Dostoevskij ( 11 novembre 1821 – 9 febbraio 1881 ) aveva definito: “Ci sono persone simili a tigri assetate di sangue. Chi ha provato una volta questo potere, questa illimitata signoria sul corpo, il sangue e lo spirito di un altro uomo come lui, fatto allo stesso modo, suo fratello secondo la legge di Cristo; chi ha provato il potere e la possibilità senza limiti di infliggere il supremo avvilimento a un altro essere che porta su di sé l’immagine di Dio, costui, senza volere, cessa in certo qual modo di esser padrone delle proprie sensazioni. La tirannia è un’ abitudine; essa è capace di sviluppo, e si sviluppa fino a diventar malattia. Io sostengo che il migliore degli uomini può, in forza dell’ abitudine, farsi ottuso e brutale fino al livello della bestia”. (1) Dove Dostoevskij si riferiva al comportamento assunto dalle guardie nel periodo di deportazione in Siberia, dopo l’arresto subìto nel 1849, per aver preso parte – con il gruppo Petracevskj – al circolo dalle idee progressiste, e quando era stato inaspettatamente ‘graziato’ dalla minaccia di fucilazione comminatagli. Ma, da autentico ‘spirito religioso’, riconosceva un tratto universale della abiezione dis-umana, la aspirazione “tirannica”, come “abitudine, capace di sviluppo e che si sviluppa fino a diventare malattia”, qualificando una fenomenologia comune alle condotte terroristiche estreme.

Il filosofo e teologo Romano Guardini, nel suo Il mondo religioso di Dostoevskij, (2) dirà: “Nell’opera di Dostoevskij non vi è nessuna figura di un certo rilievo, nessun avvenimento di una certa importanza per la vicenda narrata che non siano, immediatamente o mediatamente, pieni di significato religioso. In ultima analisi, i personaggi di Dostoevskij sono determinati da motivi o da potenze religiose; le loro decisioni più profonde vengono di là”.

Ciò è rappresentato nei carteggi e diari, e specialmente nei grandi romanzi Delitto e castigo, la storia dell’assassinio della vecchietta incolpevole da parte di Raskolnikov (1865-1866), L’idiota ( esaltazione dell’idealismo del protagonista, del 1868 ), i Demòni (1871) e i Fratelli Karamazov (1879-1880), nel decennio focalizzato, per il proprio “antagonismo filosofico”, da Rosario Assunto, in Libertà e fondazione estetica: (3) come se, cent’anni prima rispetto a codeste testimonianze e restituzioni filosofiche, si potessero leggere le tracce del movimento nichilistico e terroristico, che venivano infiammando gli anni post-sessantotteschi dello scorso secolo.

Nella figura di Petr Stepanovic Verchovenskj, Dostoevskij ha inteso universalizzare, infatti, la parabola dell’anarchico russo Sergei Necaev. Nel personaggio della nobildonna Varvara Petrovna, è simbolizzata – una volta per tutte – la figura della gentildonna salottiera e à la page, fautrice di idee progressiste ( come lo saranno, poi, donne della nobiltà e dei circoli culturali milanesi o romani, che emargineranno gli intellettuali liberi come Assunto o Macèra, Pomilio e Gianfranceschi, Vittorio Sermonti ed Ellemire Zolla, Francesco Mercadante e Vittorio Mathieu, Indro Montanelli o – per tacer d’altri – Alberto Ronchey ). Mentre Nikolai Stavrogin, il figlio di Varvara Petrovna, brillante libertino e viaggiatore, annoiato dal mondo che lo circonda, costituisce il prototipo del nichilista, che aderisce al moto cospiratorio, il cui ‘leader’ intellettuale è Sigalev. Questi vagheggia una società totalitaria, la cui popolazione è asservita ad una cerchia ristretta di dominanti, impossessatasi del potere per mezzo della penna e della privazione della libertà, nella prospettiva della rivoluzione socialistica.

Del gruppo dell’associazione dei “Demòni”, fanno parte anche Ivan Pavlovic Satin, studente sovversivo; e Aleksej Nilic Kirillov, campione di nichilismo, assertore della liceità del suicidio, in prospettiva decisamente anti-cristiana. Asserto ideologico dei Demòni è, pertanto: “l’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente. Anche il mondo si trasformerà, e si trasformeranno le azioni e i pensieri, e tutti i sentimenti”; con una proclamazione di cui alcuni interpreti hanno inteso enucleare le anticipazioni nietzschiane ( Givone, Pareyson, Bachtin ): ad esempio, per la figura del “super-uomo”, in Raskolnikov o Stavroghin; o la “teoria dell’eterno ritorno”, presso Kirillov nei Demòni e lo starec Zosima nei Fratelli Karamazov; e la tesi della “morte di Dio”, in alcune parti e dialoghi dell’ Idiota. Ma, al di là di codesti apporti ermeneutici, la parabola dostoevskiana risulta potentemente attuale, dal momento che – a quarant’anni dall’ assassinio terroristico dell’onorevole Aldo Moro – si è assistito ad un suo “secondo” seppellimento, con atto d’ingiuria verso l’uomo politico italiano e le vittime della di lui scorta ( scritte offensive; giustizia ‘riparativa’ ma senza ombra alcuna di ‘pentimento’ da parte dei colpevoli; falso legalismo nel voler riascoltare tutte le campane testimoniali; parole spietatamente nichilistiche di alcune componenti della colonna armata delle Brigate Rosse, onde la personalità dello statista rappresenterebbe addirittura “questa figura stramba”, “martire” ma di “mestiere”; e così via ).

Secondo Luciano Pellicani, siamo in presenza di sopravvivenze della “gnosi”, ossia della visione palingenetica e dogmatica del mondo, sorretta dalla ambizione di voler “tutto distruggere”, per poter “tutto ricostruire”, nel segno di una “utopia” fanatica e totalitaria, onnicomprensiva ed empiamente religiosa. Tutto ciò legittima la denuncia dei grandi dissidenti anti-marxisti, quali Vladimir Bukovski e Valerj Buyval, secondo i quali ogni “utopia”, “any utopia”, riveste sempre caratteri illiberali e negativi; persino oltre la pur generosa nostra ammissione della possibilità di discriminazione interna a Utopia degli antichi – Distopia dei moderni ( Guglielmi, Andria 2002 ). Comunque sia di ciò, “Fanatismo” risponde esattamente a quanto denunziava, da testimone di libertà, Arthur Koestler in Buio a Mezzogiorno ( “Darkness at Noon” ): con prontezza notato dal Croce. Tutt’ altra cosa dalla vena autenticamente religiosa di Fedor Dostoevskij, che opponeva – invece – un drammatico “Non è così ! Non è così !” al programma anarchico, contenuto nelle lettere di Leone Tolstoj, il quale negava la divinità di Cristo, i dogmi del peccato originale e della religione ortodossa, rivendicando un Cristo solo caritas e amore. (4) Pochi giorni dopo la sconvolgente lettura delle lettere tolstoiane trasmessegli dalla cugina, Dostoevskij stesso morì ( 9 febbraio 1881 ). Egli pure aveva dato lo spunto della battaglia della Beresina del 1812, citata nelle splendide Notti bianche del 1848 a Tolstoj, per il programma “1805” di Guerra e pace. Aveva tratteggiato i lineamenti del fanatismo e del materialismo nichilistico: “Ha insultato la società! Verchovenskj !”, sentenzia Varvara Petrovna nei Demòni. Dove, per di più: “Sigalev ha inventato l’uguaglianza. – Ciascuno appartiene a tutti e tutti a ciascuno !”; così perfezionando, se si potesse dire, l’affresco storico e psicologico di Ivan Turghenev in Padri e figli (1862), coniatore del termine “nichilismo”, fondato sul “caso Basarov”. “Guardate cosa fanno i vostri nichilisti !”, si sentì dire l’autore di fronte a un incendio doloso in Pietroburgo, smentendo la profezia di Baden-Baden: “Chi fra venti o trent’anni si ricorderà di tutte queste tempeste in un bicchier d’acqua – e del mio nome – con o senz’ombra ?”

Chi se ne ricorda, e sempre se ne rammenterà, è il pensiero critico e liberale, non solo negli autori già più volte riscontrati, e magari neanche nelle polemiche giovanili degli anni Sessanta con Stefano Miccolis a proposito della categoria della politica come regno della “forza” e la funzione dei “distinti” in Croce ( polemica cui alludevo chiaramente, riprendendo in tono diverso il “Non è così ! Non è così !” di Dostoevskij, nelle Lettere perdute (e salvate) sulla fede ); ma anche, e soprattutto, nella critica di Manlio Ciardo alla “politica come categoria onnivora dello spirito”. (5)  Da codesta tematizzazione si liberano i tratti salienti dei “nuovi Ossessi”: falsa idea di “progresso”; “fanatismo”; “spietatezza” come calcolo onnivoro della politica e della “egemonia”; critica al “cretinismo parlamentare”; premesse assolute, fideistiche e dogmatiche del “totalitarismo”.

In effetti, a proposito della idea di progresso, “Il quale – Ciardo riprendeva Croce da La storia come pensiero e come azione del 1938 ( p. 39 ) – non ha niente da vedere con la volgare ricerca del piacere e della felicità; tanto che si potrebbe del pari, se così piacesse, definirlo un progresso nel sempre più alto e più complesso umano dolore”.

Mentre, a proposito del Comunismo dalla teoria alla prassi, è obbligatorio risalire a Lenin ( Manlio Ciardo, cit., pp. 65 sgg. ). ”La forza suprema dell’intelletto di rivoluzionario di quest’uomo consiste, appunto, nella impassibile, fredda, spietata concatenazione delle deduzioni astratte praticizzate”: “L’insegnamento di Marx – così Lenin – è infallibile perché vero, completo, simmetrico, perché offre una visione integrale del mondo, è irreconciliabile con ogni superstizione, con ogni reazione, con ogni difesa dell’oppressione borghese”. Per di più: “L’opera rivoluzionaria di Lenin obbedisce a una logica centrale, che è la logica della società comunista, la quale nasce e deve nascere costitutivamente tirannica, senza mai poter dire se e quando, essa, pur restando società comunista, possa cessare di esser tirannica. (..) E gli eresiarchi e i rinnegati si mandano al rogo, o, com’egli diceva, al muro, sotto il fuoco del plotone d’esecuzione. Cosa, quest’ultima, che egli, com’è risaputo, effettivamente fece, con la freddezza del logico che applica un teorema, con l’inflessibilità del credente nella Necessità – Verità dell’onnipotenza dello Stato, unico redentore degli uomini dal loro inesorabile fato di malvagità; al modo stesso ( si badi ) in cui Ignazio di Loyola, a suo tempo, per il medesimo fine, credette esser Necessità – Verità – l’onnipotenza del Papato” ( Ciardo, l. cit., pp. 75 sgg. ).

Memento sempre attuale, a proposito di talune ricorrenti affermazioni pontificali, connesse alle premesse dogmatiche del totalitarismo comunistico e terroristico.

Notevole rimane, in questa chiave, il drastico giudizio del Lenin sul “cretinismo parlamentare”, espresso tra l’altro nella lettera al Comitato Centrale del Partito del 26-27 settembre 1917. (6) Considerare la Conferenza democratica come un parlamento sarebbe l’errore più grave; sarebbe, da parte nostra, cretinismo parlamentare della peggior specie perché, anche se la Conferenza si proclamasse parlamento, e parlamento sovrano della rivoluzione, non potrebbe egualmente decidere nulla: la decisione suprema sta fuori della Conferenza, nei quartieri di Pietrogrado e di Mosca”: ossia nel “proletariato rivoluzionario” ( ibidem ).

Da ultimo, ma non in ultimo, anche a commento delle incredibili affermazioni di ex terroristi, i quali caelum non animum mutant, affermazioni riportate sul “Messaggero” di Roma del 18 marzo 2018, giova ricordare che, se Feuerbach scriveva “”Dove si trova quest’ unione di cuore e di cervello ? La Prussia ha il cervello ma non il cuore, l’Austria ha il cuore ma non il cervello”              ( Briefwechsel und Nachlass, I 215 sgg. ); Ciardo esplicita: “Oh, il candido e ingenuo ingegno filosofico del Feuerbach non sapeva che colui che ha la capacità e volontà di farsi capo indiscusso e dogmatico di un popolo, non ha né può avere alcun ‘cuore’ morale, ma, se mai, il ‘cuore’ antimorale del despota, vale a dire, in realtà, solo il ‘cervello’ come impassibile calcolo degli atti che conducono a un potere assoluto” ( pp. 114 sgg. ).

“Non è così !”, emblema della protesta morale di Dostoevskij.

“L’uomo più felice” – recitava un aforisma di Wolfgang Goethe – “ è quello che congiunge inizio e fine della propria giornata terrena”. Il motto, tante volte rivisitato per il circuito sentimento-vitalità in Croce, batte alla memoria a proposito della carriera mentale di Fedor Dostoevskij, dove però il concetto di “felicità” va inteso come “ispirazione” e realizzazione piena del processo creativo, il cui contenuto è dato nel dire “No !”, come segno di protesta morale. Non è stato notato da alcuno lo straordinario circolo che si stabilisce tra l’autore delle Notti bianche (1848) e l’osservatore religioso della visione “anarchica” di Leone Tolstoj, appresa dallo stesso pietroburghese nel “Carteggio confidenziale” con Aleksandra Andreievna (1880-1881). Solo il sociologo Francesco Alberoni, sul “Giornale” di Domenica 21 gennaio 2018, discorrendo a proposito di “Regresso culturale” odierno e della necessità di tornare ai “classici”, ha citato con ammirazione tutto lo splendore delle Notti bianche, in particolare.

Ed effettivamente risulta irresistibile l’attacco: “Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa ?”

Nelle Notti bianche. Romanzo sentimentale ( ‘Dai ricordi di un sognatore’ ), la ‘dialettica delle passioni’ e il sogno romantico, la oscillazione a volte ansiosa dell’animo e il momento introspettivo del “va” e del “vieni”, la affermazione dell’ideale e l’ inarresa protesta morale ( superiore a tutto e tutti ), costituiscono i poli attrattivi della auto-narrazione.

In particolare, il “Non è così ! Non è così !” ci sorprende per la intensità e la circolarità della ricorrenza. Dostoevskij mirabilmente fonde, attraverso la parabola del “sognatore”, erudizione e vita, autobiografia e storia: e cioè, da un lato, l’amicizia con Theodor Hoffmann e l’ammirazione per i personaggi femminili di Diana Vernon, Clara Mowbry, Geffia Deans, Mimma e Brenda, con la storia stessa di Cleopatra e dei suoi amanti; e dall’altro, la sintetica prospettiva della notte di San Bartolomeo del 24 agosto 1572, della presa di Kazàn ai Tartari da parte di Ivan il Terribile nel 1552, della condanna al rogo del riformatore boemo Giovanni Huss che aveva partecipato al Concilio di Costanza nel 1415, e soprattutto della battaglia della Beresina che inflisse un duro colpo a Napoleone il 28 e 29 novembre 1812, con la menzione della morte di Danton e della “casetta di Kolomna”. Stiamo parlando delle folte citazioni allegate alle pp. 31-33 delle Notti bianche, nella memoria del “sognatore”; il quale celebra – da par suo –, di fronte al personaggio femminile di Nàstenka, l’ “anniversario” delle proprie sensazioni ( p. 36 della edizione B.U.R., 1958 ).

“Sapete, Nàstenka, fino a che punto sono arrivato ? Sapete che ormai sono costretto a celebrare l’anniversario delle mie sensazioni, l’anniversario di ciò che un tempo fu così bello, di ciò che in sostanza non è mai esistito, – perché questo anniversario vien celebrato sempre per gli stessi sciocchi e incorporei sogni, – e così devo fare perché anche di questi sciocchi sogni non ne ho più, dato che non ho nulla per farli sloggiare: infatti anche i sogni si fanno sloggiare ! Sapete che io amo ora ricordare e visitare a una data scadenza i luoghi dove un tempo a mio modo fui felice, amo costruire il mio presente in armonia con ciò che è irrevocabilmente passato e spesso erro come un’ombra, senza necessità e senza scopo, abbattuto e triste, per i vicoli e le vie di Pietroburgo ? Quali e quanti ricordi !”

Prima di arrivare alle espressioni sintomatiche che più ci stanno a cuore, Dostoevskij narra la “Storia di Nàstenka”, incontrata dal sognatore sul ponte di Pietroburgo: “Io ho una vecchia nonna. Capitai da lei quand’ero ancora una bambina molto piccola, perché mi erano morti la madre e il padre” ( pp. 38-40). E di fronte all’amante perduto: “E la vergogna, e l’amore, e l’orgoglio parlavano in me tutti in una volta. Avevo tanta paura di un rifiuto !” ( p. 44 ). “Però,” – nella Notte terza – “come la gioia e la felicità rendono bella una persona ! Come freme d’amore il cuore ! Pare che si voglia riversare tutto il proprio cuore in un altro, si voglia che tutto sia gaio, che tutto rida. E come è contagiosa questa gioia !” – “Così, quando siamo infelici, sentiamo più fortemente l’infelicità degli altri; il sentimento non si dissolve, ma si concentra” ( pp. 49-50, detto sempre dal sognatore ).

Si approda, così, alla protesta morale e affettiva di Nàstenka, nella Notte quarta, lamentando le mancate risposte del sospirato amante ( alle pp. 56 sgg., cit. ). “Ascoltate, – prese a dire, rivolgendosi a me, e i suoi piccoli occhi neri scintillarono, – Ma non è così ! Non può essere così ! E’ una cosa contro natura ! O io o voi ci siamo ingannati; forse non ha ricevuto la lettera”.

Dove si prepara – ritrovato alla fine l’amante che improvvisamente ricompare per strada – la delusione del “sognatore”, il quale non può far altro che prender atto e accettare il destino d’amore prescelto da Nàstenka, con piena franchezza: “Dio mio ! Un intero minuto di felicità ! E’ forse poco sia pure nell’intiera vita di un uomo ?”

Da un capo all’altro della produzione dostoevskiana, quelle che sono nel 1848 le lettere perdute ( e ritrovate ) dell’amante che è riuscito a salvare Nàstenka dalla rigida tutela della nonna, diventano   nel 1880-1881 le lettere perdute ( e salvate ) sulla fede, trasmesse da Tolstoj alla propria cugina Aleksandra, e da questa a Dostoevskij, a proposito della personale visione religiosa del testimone di Jasnaia Polyana – contestata senza mezzi termini dal genio di Pietroburgo. Il “Non è così ! Non può essere così! “ della dolce fanciulla, protesta morale e affettiva per l”amore deluso, si trasferisce nobilmente sul più vasto piano metafisico e ontologico della rivendicazione cristiana, affermata dal Dostoevskij contro la visione tolstoiana di un cristianesimo solo amore e caritas, scevro affatto di dogmi e tradizioni. Notevolmente, dopo pochi giorni ( 9 febbraio 1881 ) dalla propria estrema e vibrante protesta morale o esistenziale, Fedor Mikailovic morì. (7)

“Noialtri scrittori”. “Bisogna tendere a qualcosa” e la “Religione della libertà”.

Si incrociano, così, l’ “ultima grande gioia” con l’ “immenso dolore” di Dostoevskij, da un lato; e la risposta di tipo nuovo ai problemi posti dalla “fede”, in fondo un’anticipazione della “religione della Libertà”, presso Leone Tolstoj. Nel susseguirsi non solo, ma fondersi e compenetrarsi mutevole, delle “generazioni” ( nichilismo russo, critiche al terrorismo, aneliti religiosi, liberalismo e Risorgimento, vie infinite dell’interpretazione di fronte alle nuove forme di totalitarismo ), resta in mente il passo della lettera di Leone ad Aleksandra del 14 novembre 1865: “Noialtri scrittori abbiamo molti lati penosi nella nostra fatica; ma in compenso c’è una voluttà di pensiero a voi forse ignota: leggere qualcosa, comprendere con un lato del nostro intelletto, e con l’altro pensare, e immaginarsi poemi interi, romanzi, teorie filosofiche”. E, prima ancora, alla base di tutto ( nell’altra lettera dell’ ottobre 1857 ), c’ è la lezione della ‘Attività’, fulcro e fondamento della Libertà: “Per vivere onestamente bisogna tendere a qualcosa, bisogna errare, bisogna dibattersi, incominciare e lasciare, incominciare di nuovo e di nuovo lasciare, combattere eternamente e rinunziare a tutto. Lo stato di quiete è una vigliaccheria dell’animo; e per questa ragione la parte peggiore dell’animo nostro tende verso la quiete, senza presentire che la sua conquista è collegata alla perdita di tutto quello che in noi c’è di bello, di umano e ci viene dall’alto”. (8) “In principio l’Attività !”, ‘Streben’ e ‘autoperfezionamento’ restano, perciò, le risposte ed alternative vincenti contro vecchi e nuovi “Demòni”. E l’ammaestramento del genio di Wolfgang Goethe risulta parlante nelle voci di altri geni, sia che questi avvertano il dramma esistenziale della fede in Cristo ( come Leone Tolstoj ), sia che trattino la tragedia storica delle colpe della Chiesa sublimata nel bacio al Grande Inquisitore ( presso Fedor Dostoevskij ).

Il pensiero dei grandi scrittori russi può, d’altra parte, raffrontarsi – per i prolegomeni della “religione della libertà” -, limitatamente a svariati passi di Benedetto Croce e di Carlo Antoni, e, nel primo caso – ad es. – in Difesa della virtù imperfetta, tratto dai Frammenti di etica del 1920 in Etica e politica: “Su che e da che sorgono il proposito e la volontà morale ? Da quell’immaginario scatto nel vuoto, o non invece sul tronco degli affetti particolari, delle passioni, dalla calda e grassa e terrena vita, della quale non sono già negazione, ma forza che la raccoglie e l’innalza ? Sorgono così solamente, e perciò sorgono lottando, e la lotta è talvolta trepidazione, ondeggiamento, cedimento, caduta, sconfitta, e nondimeno anche in ciò è lotta e non inerzia, e perciò dalla sconfitta si torna alla riscossa, e si riguadagna terreno, e si va più in alto, dove si ripete la vicenda delle sconfitte e delle riscosse, e pur si continua a salire”. (9) Mutato il dovuto, non è chi non veda come il “bisogna errare, dibattersi, incominciare e lasciare, incominciare di nuovo e di nuovo lasciare” ma sempre nel moto della “vita” sorpassare la “quiete” come “stato di vigliaccheria dell’animo” ( protensione esistenziale esaltato nel passo dell’epistolario tolstoiano del 1857 ), corrisponde alla sfumata e risolta dialettica di “ondeggiamento e trepidazione” poi “caduta e risalita” e “sconfitta e riscossa”, magistralmente dipinta nel ‘Frammento di etica’ dettato dal Croce nel 1920.

Da parte sua, l’erede “non inerte” Carlo Antoni, approfondendo La circolarità dei distinti, tematizza il problema del “passaggio” tra le forme spirituali, e, con esso, il “vitale” irruente e il perenne momento di riqualificazione dell’attività, che, sconfiggendo l’inerzia, traduce in nuova “vita” e in “nuovo essere” il male in quanto “inerzia”, “stagnazione”, “pigrizia”. (10)

“Il giudizio negativo constata questa povertà, che non è mai vuoto totale, ché la totale scomparsa d’una categoria non è concepibile. Anche il male, ad esempio, è una coscienza morale, ma fiacca e gretta. Non è consapevole di esserlo, perché se si vedesse, si redimerebbe. E’ la superiore e più ricca coscienza che scopre con orrore e quasi con stupore quella meschinità e ottusità. Questa scoperta è la sofferenza e pena del giudice, non del malfattore. E’ un dolore che, essendo parente del rimorso, è forse una sorta di universale rimorso dello Spirito. Dove però, nella condanna, c’è sempre il pericolo della superficiale incomprensione, della mancata carità, della superbia, proprie del fariseo, del puritano, del moralista, che condannano con soddisfazione e non con dolore e commiserazione. E’ quanto ben sanno le madri, che richiamano i figli dai loro peccati col solo spettacolo della propria delusione”. Così, andando più a fondo nella discussione di Croce e ‘Lello’ Franchini, Dario Faucci e Alfredo Parente, l’Antoni precisa: “Nella ‘stanchezza’, in effetti, riappare il momento del non-essere, del difetto. Si ripresenta qui la perenne dialettica dell’essere e del non-essere. Lo spirito non rimane fermo in una data forma, perché questa forma non è felicemente statica, ma instabile forma che si va esaurendo nel suo slancio, nella tensione della sua produttività e della sua affermazione. (..) Ciò che spinge allora lo spirito ad altra forma è la necessità di salvarsi dal nulla. Nella lotta contro il proprio interno non-essere, una forma ha una sua durata, raggiunge il limite della propria umana finità, si fiacca ed il vuoto minaccia di aprirsi. Ma la vita ha orrore del vuoto, sicché, venendo meno la tensione, ripara immediatamente ricorrendo ad altra forma, facendo sorgere o lasciando che sorga un altro interesse”.  Di più: “Le forme non trapassano le une nelle altre per eccesso d’impeto, nell’istante dell’esaltazione, bensì in quello della mortificazione. Ciò che consente il trapasso è dunque quel non-essere, contro il quale, come si è detto, lo spirito reagisce, sanando lo smarrimento e la noia. La circolare restaurazione, ritmo della vita, è dialettica soltanto in quanto vi opera l’opposizione di essere e nulla”. Il rapporto a Tolstoj degli umanisti storicisti italiani, in ordine al tema della “vita” e alla dottrina della “storia”, fu agevolato dalla gran traduttrice e fine letterata Enrichetta Capecelatro Duchessa d’Andria ( Torino 1863-Napoli 1941), che il Croce ringraziò nel secondo tomo della Bibliografia vichiana ( Milano-Napoli 1948, p. 733): “Debbo la trascrizione in caratteri latini e la traduzione italiana dei titoli delle opere russe citate alla compianta Enrichetta Capecelatro Duchessa d’Andria”; nel momento stesso in cui rivelava l’ acuto interesse di Fedor Dostoevskij per l’opera maggiore del grande Giambattista Vico. “In Russia. – In una lettera del 22 febbraio 1854 ( pubblicata nella rivista La Vogue, 1886, n. 13 ) Teodoro Dostoevskij ( 1822-1881 ) pregava il fratello Michele di procurargli  ‘à tout prix’  la Scienza Nuova  nella traduzione francese non si capisce bene se del Michelet o della Belgioioso” ( op. cit., II, p. 580 ). “A qualunque prezzo”: l’opera più nota del Vico era quella resa in francese da Jules Michelet ( 1798-1872 ), cui si deve “sin quasi al 1860 la voga grande goduta” in Europa dalla Science Nouvelle ( Croce, op. cit., II, p. 529 ); precedente le altre della Belgioioso e di Alain Pons. Da essa è attratto fortemente, anche in Russia, il pensatore tormentato e vertiginoso Fedor Dostoevskij, sulle vie inesplorate della “sapienza dei secoli”, drammaticamente veritiera e attuale anche grazie alle “interpretazioni” della avanzata modernità ( Croce, Antoni, Assunto, Enrichetta Capecelatro Carafa d’Andria ).

 

 

(1) Traduzione di Alfredo Polledro, per la gloriosa “B.U.R.”, Milano 1950, alla p. 243.

(2) Morcelliana, Brescia 1951.

(3) Bulzoni, Roma 1974, pp. 131-134 e passim.

(4) Tolstoj e Dostoevskij. Lettere perdute ( e salvate ) sulla fede, in Utopia degli antichi – Distopia dei moderni, Guglielmi, Andria 2002, cit., alle pp. 61-80, sulla base del Carteggio confidenziale tra Tolstoj e Aleksandra Andrejevna, la cugina che fungeva da ponte verso il cristianesimo e la vena religiosa del Dostoevskij, Editore Einaudi, Torino 1943.

(5) Il moderno Principe, Sansoni, Firenze 1974, alle pp. 103-120.

(6) Cfr. Il marxismo e l’insurrezione, in La rivoluzione d’ottobre, “Paperbacks marxisti” n. 5, Newton Compton, Roma 1972.

(7) V. il mio Tolstoj e Dostoevskij. Lettere perdute ( e salvate ) sulla fede, in Utopia degli antichi – Distopia dei moderni, cit., pp. 61-80.

(8) Leone Tolstoj, Carteggio confidenziale con Aleksandra Andréjevna Tolstàia, a cura di Olga Resnevic Signorelli, Giulio Einaudi Editore, Torino 1943, cit., pp. 95 e 16-17, rispettivamente: mie le sottolineature nel testo.

(9) Cfr. il mio L’oro di Croce, Arte Tipografica, Napoli 2003, pp. 14-15.

(10) Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1964, pp. 145-155.